Noi, nella terra di mezzo

Noi, nella terra di mezzo

Ventidue anni ci separano dalla scomparsa di Alexander Langer, ma ancora oggi il suo saper “tradire” la propria appartenenza – qualsiasi essa fosse: linguistica, religiosa, ideologica – allo scopo di far incontrare e convergere opinioni tra loro apparentemente divergenti, e tradurle in una politica “non per il potere” (come titola una bella raccolta di suoi scritti) rappresenta un faro nel grigiore e nella mediocrità del dibattito pubblico contemporaneo. Basta aprire un social network al quale siamo iscritti, per assistere a un’incessante “guerra di posizione” alimentata a ogni ora del giorno da un’informazione frenetica, tra fake news, strumentalizzazioni – e innumerevoli semplificazioni. Non comunichiamo, non pensiamo assieme: assistiamo a un dibattito sul nulla, “muro contro muro”, fronti contrapposti (e disinformati) che litigano e si accusano a vicenda. Senza ascoltarsi un minuto.

Perciò la parola scritta e ragionata di Langer è per molti di noi così preziosa. Il suo porsi tra le barricate, avere la pazienza di ascoltare le ragioni dell’altro, senza mai partire da posizioni preconcette e irremovibili, attivando il dialogo: lo sforzo ecumenico di Langer è quello del mediatore di conflitti, del “costruttore di ponti, saltatore di muri, esploratore di frontiere”. Proprio su quegli argomenti di cui dibattiamo quotidianamente, che (come si suol dire) “spaccano” l’opinione pubblica, ci sarebbe un gran bisogno di simili figure mediatrici, che stiano in equilibrio su di una frontiera, in una “terra di mezzo” tra ignoranza e supponenza, dove nessuno ha torto o ragione, dove non esiste il nero o il bianco, dove non servono referendum tra il sì e il no, dove non ci sono vincitori né vinti. Porsi delle domande, avanzare dei dubbi, in un mondo in cui tutti hanno certezze: in ciò sta l’attualità del pensiero politico di Alexander Langer, la missione della sua ecologia esistenziale.

Lo impariamo dalle nostre relazioni quotidiane, con amici, persone care e amate, che a volte occorre rinunciare a qualcosa, fare un passo indietro per farne, insieme, due in avanti. Non cediamo alle generalizzazioni, non arrendiamoci al renzismo o al grillismo, piuttosto che ai “pro” o ai “no vax”: siamo stanchi, noi che stiamo lì in mezzo, senza riconoscerci in una parte o nell’altra, però proprio su di noi ricade la responsabilità maggiore. Se vogliamo prenderci cura del mondo e renderlo un posto un po’ migliore, non limitiamoci ad accusare le due parti di restare ferme, immobili. Dobbiamo muoverci in entrambe le direzioni, a piccoli passi, con pochi gesti e molte attenzioni. Impegnarsi a capire, spiegare, informare; riconoscere la complessità e al contempo renderla comprensibile a tutti. Occorre “tradurre tutto da tutti”, spiega Sofri ricordando Langer. È faticoso, ma in fondo si tratta solo di credere nell’umanità.

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Un’unica gabbia interetnica

Un’unica gabbia interetnica

Gastkommentar Valentino Liberto.

[testo originale] In Sudtirolo ci sono ipotesi futuribili che nascondono verità sottese al dibattito pubblico: parlando di Selbstbestimmung o Freistaat si sceglie una tribuna, ma non si conosce la squadra per la quale si tifa né quella avversaria. I gruppi linguistici evadono sistematicamente dalla trattazione critica dei rispettivi patrimoni culturali d’appartenenza, benché a loro volta “sulla carta”. La mappa geografica vedrebbe gli uni al confine (o alle porte) del Kulturraum di lingua tedesca, gli altri come isola linguistica italiana ai margini estremi dell’Italia. In entrambi i casi, una periferia “cerniera” difficilmente al centro di qualcosa. Sarà per questa ragione che vogliamo essere l’ombelico di un mondo costruito a nostra immagine e somiglianza. Un confronto mediato tra divergenze tangibili è impossibile: il conflitto latente tarda a farsi risolutivo e definitivo perché basato su molteplici cliché, rappresentazione teatrale dell’italianità o del Tirolertum, mentre in realtà pensiamo tutti alla stessa maniera. Se apparentemente l’identificazione con la squadra del cuore è tanto chiara da osteggiarne una avversaria, è solo l’inalterabilità sudtirolese – variamente definita – ad essere sempre difesa a spada tratta. Il Sudtirolo è al centro dei pensieri, viene prima di ogni altro scrupolo. Quanti sudtirolesi, di lingua tedesca o italiana, sarebbero in grado di elencare proprie contaminazioni culturali provenienti dal retroterra mitteleuropeo e deutschsprachig oltre-Brennero oppure legate a una o più tradizioni regionali dell’Italia a sud di Salorno? Chi si tiene quotidianamente aggiornato di quanto accade a Vienna e Stoccarda piuttosto che a Venezia e Milano – se non nel vasto panorama europeo? Solo i ladini, quali superstiti retoromanzi tra le dolomie, paiono immuni all’autoreferenziale. I pochi a padroneggiare la materia d’altri sono trattati con diffidenza. Non è questione per acculturati: lo scambio culturale in campo intellettuale, letterario, politico, artistico, musicale o culinario avviene tramite piccoli gesti individuali.

In questi anni abbiamo speso fiumi d’inchiostro sulla “questione sudtirolese”, chiacchiera continua di per sé unificante e che appiana differenze. Basti pensare alla selva di libri annoverabile sotto la categoria «Tirolensien», esercizio stancante (o persino irritante) di convivenza passiva. In Sudtirolo parlano dell’Alto Adige mentre scrivono di Südtirol, vagheggiando una Heimat comune. Sarà forse un caso che i sudtirolesi di nascita più noti “all’estero” – Luis Trenker, Franz Tumler, Claus Gatterer, Hans Glauber, Alexander Langer, Anita Pichler, i giornalisti Lilli Gruber, Ulrich Ladurner e Gustav Hofer, il premio Nobel alternativo Monika Hauser – siano degli emigrati? Non è significativo il recente successo editoriale di Francesca Melandri e Sabine Gruber, scrittrici migranti dalle biografie incrociate?

I confini provinciali sono divenuti una «gabbia interetnica». Ognuno di noi ha contribuito in qualche modo a quest’ingabbiatura trasversale e comune a tutti. La scarsa attitudine dei sudtirolesi a guardare verso un orizzonte più ampio, identificandosi nell’Europa, si traduce persino nel rinnegare qualsivoglia legame con un ambiente allargato, non ristretto al Land tra i monti. Persino Tirolo storico, Trentino-Alto Adige o l’Euregio diventano oggigiorno una maglia troppo larga, addirittura la candidatura a Capitale Europea della Cultura col Nord-Est scontenta taluni. Meglio far da sé, produrre in proprio un’autarchia culturale e politica. Ma quanto potrà ancora resistere l’isolamento forzato nella fortezza? Sopravvivrà alla crisi del modello di autogoverno sinora autosufficiente? Staremo a vedere. Una cosa però oramai è certa: il «Gesamtsüdtirol» langeriano – aldilà degli Stati-nazione e senza rispettive madrepatrie tutrici – s’è realizzato. Ma anziché sommare i due mondi, il Südtirol autonomo e già sovrano è stato capace di formidabili reciproche sottrazioni. C’è di cui vantarsi.