Non una questione per giovani

Bruno Fracasso, organizzatore del primo “sciopero per il clima” in Italia, sul ruolo dei media, l’esempio di Greta Thunberg – e cosa chiedere alla politica ogni venerdì.

Articolo pubblicato su Salto.bz il 22 febbraio 2019

La politica sinora non parlava dei cambiamenti climatici: che ora ne parli nei termini adeguati alla situazione è il grande obiettivo da raggiungere”. Il ventenne Bruno Fracasso, studente universitario nonché volontario del gruppo locale di Greenpeace a Pisa, è stato il primo in Italia a lanciare uno sciopero in difesa del clima, scendendo in piazza nei cosiddetti “Fridays for Future” (#FFF). Da novembre un gruppo di giovani (e non) si dà appuntamento il venerdì mattina in Piazza XX Settembre – di fronte a Palazzo Gambacorti, la sede del Comune di Pisa – per chiedere alle istituzioni locali di fare la propria parte. La stessa richiesta avanzata dagli oltre tremila studenti sudtirolesi che lo scorso venerdì sono sfilati per le strade di Bolzano, facendo “sentire la propria voce” affinché non resti inascoltata.

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Lo studente Bruno Fracasso durante uno dei “Fridays For Future” di fronte al Comune di Pisa.

Salto.bz: Si aspettava, quando ha iniziato con i presidi del “venerdì per il clima”, che saremmo arrivati a manifestazioni importanti come quella di Bolzano? Anche a Pisa e in altre città italiane i #FFF hanno preso piede molto velocemente, in modo efficace e sorprendente.

Bruno Fracasso: Sinceramente non avevo nemmeno pensato al futuro, quando ho iniziato. Di sicuro non mi sarei mai aspettato una cosa del genere, data la situazione che c’è in Italia: vedendo la scarsa sensibilità sul tema del clima, qualche mese fa, pensare di coinvolgere così tante città dopo appena due mesi era impensabile. Tutto quello che sta succedendo in Italia – come negli altri paesi, ma soprattutto in Italia – non me lo sarei aspettato. Per quanto riguarda Pisa, all’inizio non pensavo certo a un’evoluzione tale da arrivare a formare una specie di associazione. Ieri abbiamo fatto una prima riunione e i #FFF stanno assumendo sempre più i tratti di un’organizzazione. Non pensavo di raggiungere questo “traguardo” – anche se non abbiamo ancora ottenuto alcunché.

A dare il via agli scioperi è stata Greta Thunberg, la sedicenne svedese che ogni venerdì non si reca a scuola per denunciare l’inerzia della politica sull’emergenza climatica. Un modello che ha avuto seguito, dando la spinta ad altri movimenti. Quanto è stato importante il suo esempio?

Tutti, in Italia e non solo, si rifanno a lei. Penso che il suo contributo sia enorme e abbia fatto partire una cosa veramente grandissima. Gran parte del merito è suo, quindi, e anche ieri parlando al Parlamento europeo ha dimostrato la sua determinazione – alimentata anche dalla sindrome che ha (Asperger, ndr), grazie alla quale ha un’ossessione per la risoluzione di questo problema globale. La personalità di Greta sta spingendo e ispirando tantissime persone. Poi, secondo me, è anche merito dei media: se non fosse stata seguita dai media, sin da settembre, e se la spinta non fosse stata data anche in Italia, la questione non sarebbe esplosa a tal punto.

Gran parte del merito è di Greta – per come è fatta – e di tutti i media che ne hanno parlato spingendo le persone a seguirla. Vedere una sedicenne che si muove, così come sentire il linguaggio che usa, sono entrambi fattori determinanti nella diffusione del messaggio.

Greta Thunberg si esprime in un linguaggio molto diretto, che forse mancava tra gli “addetti ai lavori” sul tema del cambiamento climatico. Da almeno trent’anni si parla dei rischi che corre l’umanità, ma la giovane Thunberg ha ostentato quest’urgenza: “La nostra casa è in fiamme – sul clima dovete andare nel panico” ha detto a Davos rivolgendosi alla politica e all’economia mondiali. Conta più un linguaggio nuovo, o il fatto che a usarlo sia una sedicenne coraggiosa?

Il linguaggio è importantissimo. Il problema è che sinora si è sempre parlato in termini scientifici del problema, parlando sempre di emissioni, di gas serra, in termini tecnici e scientifici. Molte persone pensavano fosse solo una questione per gente “esperta”, che studia tali fenomeni, e non per le persone comuni. Il fatto che una ragazzina come Greta, invece, si sia mossa e ne abbia parlato in termini semplici, ha contribuito molto a diffondere il messaggio e a farlo arrivare anche alla gente “comune”. Vedere una sedicenne muoversi spinge le persone ad ascoltarla, ma anche il suo porre la questione in termini di “bianco o nero” ha un notevole impatto sull’opinione pubblica.

Gli scioperi per il clima sono in larga parte promossi da coetanei di Greta, o comunque persone giovani. Da decenni c’è chi si impegna nella lotta ai cambiamenti climatici. Ora questa battaglia sta a cuore solo ai giovani? Solo loro riescono a “mobilitarsi per davvero”, a suonare la campanella d’allarme agli adulti?

Innanzitutto la cosa è stata spinta dei media, che la dipingono un po’ come vogliono. In Italia intervistano soprattutto ragazzi – anch’io, che sono giovane – e non le varie persone di una certa età, perché vogliono descrivere questo movimento come un movimento di ragazzi. Da quello che ho visto è stata un po’ “pilotata”, l’hanno spinta in questa direzione. Conosco personalmente un ragazzo di almeno una trentina d’anni (nel coordinamento italiano dei Fridays for Future) che ha co-organizzato gli scioperi in Belgio, solo per fare un esempio. Si mostrano i ragazzi, ma non sono solamente loro a mobilitarsi: dietro c’è tanta gente di una certa età che non viene mostrata dalle telecamere.

Vedere così tanti giovani in piazza è solo un effetto mediatico?

Chiaramente, se i ragazzi vedono altri ragazzi muoversi, si scatena un effetto a catena: ora è facile portare in piazza i ragazzi, perché vedono sui social gli altri manifestare e dicono “facciamolo pure noi”. L’esempio rappresentato dai ragazzi, e l’effetto che questo ha sui più giovani, indotti a pensare sia “figo” scendere in piazza, non è un fattore da sottovalutare. Ovviamente e per fortuna ci sono molti ragazzi coscienti, che non scendono in piazza solo seguendo l’esempio degli altri. Ma i grandi numeri sono stati raggiunti in questo modo. A me sta bene così, perché ha certamente più impatto un messaggio secondo cui “i giovani si sono scocciati nel vedere gli adulti che non agiscono e quindi scendono in piazza per il loro futuro”. Non è un problema “pilotare” in questo senso.

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Un gruppo di partecipanti ai “Fridays for Future” sotto le Logge dei Banchi a Pisa

Greta Thunberg manifesta di fronte al Parlamento svedese, a Pisa manifestate davanti al municipio, a Bolzano sotto i palazzi della Giunta e del Consiglio provinciale. Si chiede alla politica di “fare qualcosa”. Ma cosa chiedete esattamente alla classe dirigente, dopo il fallimento dell’ultima conferenza per il clima in Polonia? Quale risposta giudichereste soddisfacente?

Occorre distinguere il piano locale da quello nazionale e internazionale. Fino a poco tempo fa ero informatissimo sugli aspetti “scientifici” dei cambiamenti climatici, diciamo la parte dei “problemi”: quella delle soluzioni, invece, la sto approfondendo solo ora. Perciò ammetto di essere inesperto. Tutti i movimenti dei #FFF a livello internazionale vogliono mantenere le richieste su un piano molto generico, non vogliono disperdere troppo le energie nel fare il lavoro dei tecnici, nel capire bene cosa fare. In altri paesi, per esempio in Svizzera, hanno sviluppato tre punti: decarbonizzazione entro il 2030, dichiarare lo stato di emergenza climatica, e dire la verità su come stanno le cose riguardo al clima. Già che se ne parli, e se ne parli nei termini che gli scienziati usano, cioè che è uno stato di emergenza e ci sono pochi anni, che la classe dirigente ne parli in questi termini sarebbe un grande risultato. Poi chiaramente bisogna che facciano capire qual’è la rotta da seguire per raggiungere l’obiettivo indicato dall’IPCC (il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, ndr) ovvero dimezzare le emissioni entro il 2030, e azzerarle nel 2050. In Italia esiste un piano “energia e clima”, ma secondo Greenpeace privilegia molto il gas naturale: questo piano di azione non è molto aderente a quanto servirebbe vista la situazione esistente. Poi bisogna vedere pure le coperture finanziarie per tutte le azioni previste, non è detto che ci siano. Ma qui si entra in un campo che non sono in grado di maneggiare.

Greta e tutti i ragazzi che stanno scioperando chiedono di dire la verità: la classe dirigente dica chiaramente quali sono gli atti concreti che intende attuare per raggiungere gli obiettivi nella lotta al cambiamento climatico.

Come vi state organizzando in vista della grande mobilitazione internazionale del 15 marzo, il Global strike for future”?

Per ora si vuole mantenere il coordinamento nazionale solo per decidere alcune cose comuni, come ad esempio che una città coinvolta deve fare i presidi la mattina, nella stessa fascia oraria, perché dev’essere uno sciopero e deve avere il medesimo impatto. Per il resto si lascia libertà a ogni città, non vogliamo far apparire le cose come calate dall’alto. Non sono state prese grosse decisioni riguardo il 15 marzo, ogni gruppo locale dei Fridays For Future decide cosa fare in autonomia. Oltre alla scelta dell’orario, abbiamo condiviso vari materiali. A Pisa abbiamo fatto una prima riunione ieri e stiamo sviluppando alcune idee, su come coinvolgere le scuole, la Consulta provinciale…

Com’è avvenuto a Bolzano.

Bolzano è un caso a sé. Appena nati, il primo giorno la pagina Instagram aveva novecento followewr, non so come abbiano fatto a raggiungere questi numeri in così poco tempo. Nessuna città italiana, nemmeno le più grandi come Roma, Milano e Torino che sono dentro da due mesi, è riuscita a fare tanto. Grandissimi.

Alex e Alessandro

Articolo pubblicato su Salto.bz il 30 dicembre 2018 (Update 15.11.19: il libro di Accardo, dal titolo “Dialogo sull’Albania”, uscirà nel mese di novembre 2019)

Un libro, in uscita nel 2019, raccoglierà gli scritti sull’Albania di Alexander Langer e Alessandro Leogrande. Ne abbiamo parlato con il curatore, Giovanni Accardo.

«Per tutta la vita Alexander Langer non ha fatto altro che saltare muri, attraversare confini culturali, nazionali, etnici, religiosi»: con queste parole inizia un testo in cui lo scrittore tarantino Alessandro Leograndescomparso nel 2017, riassume i tratti salienti del pensiero e dell’azione politica del sudtirolese Alexander Langer (1946-1995) al quale riservò nel 2010 quattro puntate della rubrica “Passioni” su Rai Radio 3 (si possono riascoltare qui). Leogrande maturò un grande interesse per Langer e i suoi scritti albanesi, che voleva fossero tradotti e pubblicati in lingua albanese: “Mi sembra un buon modo per costruire ponti tra le sponde dell’Adriatico” scrisse in una mail a Edi Rabini, presidente della Fondazione Langer. “Langer era diventato ai nostri occhi l’avvocato dell’Albania in Europa. Con Leogrande – che all’Albania aveva dedicato un libro, “Il naufragio – ha costituito, in fasi differenti, una specie di staffetta, per riconsegnare all’Albania speranza, amore e solidarietà. Saranno sempre indimenticabili” sostiene la scrittrice Diana ÇuliUn libro ricorderà presto questo loro impegno.

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Da sinistra: Nadia Terranova, Gentiana Minga, Arta Ngucaj e Giovanni Accardo. Minga mostra una foto con le madri delle vittime del naufragio della Kater i Rades, nel 1997.

Salto.bz: Come è nata l’idea di un volume che raccolga insieme i testi di Langer e Leogrande sull’Albania?

Giovanni Accardo: Lo scorso 6 marzo a Bolzano, con la scrittrice Nadia Terranova, abbiamo ricordato Alessandro Leogrande in un Centro Trevi strapieno di persone attente e commosse. Avevo dedicato parte del mio intervento a parlare del suo legame con l’Albania, del progetto di Alessandro di far tradurre dalla sua editrice albanese Arlinda Dudai gli scritti di Langer sull’Albania e infine la storia del monumento alla Kater i Rades, la motovedetta albanese naufragata nel canale di Otranto nel 1997 e a cui Leogrande aveva dedicato il libro “Il naufragio”. Nel corso di quell’intervento ho conosciuto Gentiana Minga, giornalista e poetessa, e Arta Ngucaj, artista, entrambe albanesi residenti a Bolzano che mi hanno aiutato ad approfondire sia la storia del monumento sia il ricordo lasciato da Alessandro in Albania. Inizialmente avevo pensato di scrivere un saggio da pubblicare in una rivista, poi parlando con Gabriele Di Luca e Aldo Mazza è nata l’idea di un libro che raccolga gli scritti di Langer e Leogrande sull’Albania, con un mio saggio introduttivo e una prefazione di Goffredo Fofi, che sarà pubblicato da Edizioni alpha beta Verlag il prossimo autunno.

Nel dicembre 1990, l’europarlamentare verde Alexander Langer compì una missione diplomatica in Albania su mandato della Commissione Politica del Parlamento Europeo. A quale scopo?

Alexander Langer era stato in Albania per sondare la situazione politica e le possibilità di relazioni tra quel paese e la Comunità Europea. Vi si era trovato tra l’11 e il 17 dicembre 1990, cioè durante le grandi manifestazioni di protesta degli studenti universitari contro il governo di Ramiz Alia, erede di Enver Hoxha. Aveva seguito dal vivo le due grandi assemblee studentesche di Tirana dell’11 e 12 dicembre (con rispettivamente 20.000 e 70-80.000 partecipanti), la formazione del nuovo partito democratico, la ripresa della vita religiosa (una messa a Skutari con 7-8000 persone, altre manifestazioni di fede cattolica, musulmana e ortodossa), le reazioni alle manifestazioni, talvolta violente, in alcune città dell’Albania e le ripercussioni di tutte queste scosse sulle autorità albanesi. Era tornato convinto che l’Europa, e in particolare l’Italia, avesse un debito col popolo albanese che bisognava cominciare a pagare senza indugio.

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Alexander Langer nel Consiglio Provinciale di Bolzano (Südtirolfoto/Othmar Seehauser).

Il suo diario di viaggio fu pubblicato l’anno successivo.

Langer aveva l’abitudine di scrivere tutte le esperienze che affrontava o in un diario privato, oppure su giornali e riviste per condividerle e conservarne memoria. E anche quei giorni in Albania saranno raccontati in diversi articoli, primo fra tutti L’Albania di fronte all’Europa, pubblicato nel numero di gennaio-febbraio 1991 della rivista “Bianco & Rosso”, poi il lungo Diario d’Albania, pubblicato su “Linea d’ombra” di aprile 1991, in cui vediamo come, facendo saltare più volte il protocollo, accanto agli incontri ufficiali con i rappresentanti istituzionali, cerchi continuamente di incontrare i protagonisti delle manifestazioni, parlando e cenando con loro, persino consigliandoli su come organizzare un partito democratico. D’altra parte, quando, molti anni prima, era salito a Barbiana per incontrare don Lorenzo Milani, il priore l’aveva invitato ad abbandonare l’Università e a mischiarsi alla massa povera e analfabeta.

L’emigrazione albanese verso l’Italia dei primi anni novanta rappresenta un interessante paradigma delle paure e dei pregiudizi verso l’altro. E la vicenda della Kater i Rades di cosa può produrre una politica d’ostilità nei confronti dei migranti.

Cosa gli restò di quell’esperienza?

Ritorna sull’Albania in maggio, con l’articolo Cosa si può fare per gli albanesi?, pubblicato su “Mosaico di pace”, e poi il 25 giugno con un articolo sul quotidiano di Trento “L’Adige”, che molto significativamente s’intitola Sparare su chi scappa dall’Albania. Molti studenti, infatti, per paura di rappresaglie del governo albanese e per cercare un futuro libero, cominciano a scappare verso l’Italia. Langer stabilisce un confronto tra «l’accoglienza che gli albanesi di oggi trovano nel nostro paese rispetto a quella dei loro antenati venuti – fuggiaschi anche loro – nel Rinascimento ed insediatisi sino al giorno d’oggi nel Meridione d’Italia». Sente che l’Italia sta facendo una brutta figura, perciò invita a «rimediare con alcuni piccoli passi concreti e possibili, nella direzione della solidarietà e di un investimento umano e anche politico nel futuro».

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Alessandro Leogrande, scrittore e giornalista scomparso prematuramente nel novembre 2017.

Perché per Leogrande era così importante ripubblicare gli “scritti albanesi” di Langer?

Di questi scritti, di Sparare su chi scappa dall’Albania in particolare, si ricorda Alessandro Leogrande quando comincia a lavorare alla sua inchiesta sul naufragio della Kater i Rades; difatti, come epigrafe del libro Il naufragio – dopo la canzone di Bob Dylan, When The Ship Comes In – mette un brano tratto da questo articolo di Langer. Sin da ragazzo Leogrande frequenta l’Albania in compagnia del papà, che era un funzionario della Caritas pugliese, una terra che in qualche modo sente come un prolungamento della Puglia, dall’altra parte dell’Adriatico. E proprio con il volontariato segue la fortissima ondata migratoria, segnata in maniera emblematica dall’arrivo della Vlora, la nave mercantile che il 7 agosto 1991 arrivò a Bari con un carico impressionante di albanesi. Gli scritti di Langer rappresentano, allora, una possibilità di capire ulteriormente le trasformazioni dell’Albania, in particolare quelle che hanno portato alla caduta del regime comuniste e alla fuga massiccia verso l’Italia.

Qual è stato il ruolo dell’Albania nel lavoro di Alessandro Leogrande?

In un articolo pubblicato su “Lo straniero” nel 2013 scrive che «l’Albania ha rappresentato per l’Italia il grande “altro” […] ha fatto irrompere le migrazioni di massa e i viaggi dei migranti nel nostro immaginario contemporaneo». Nel rapporto con l’Albania, a suo parere, s’intrecciano passato remoto, passato prossimo e presente. Quindi l’interesse per questa terra che sorge proprio di fronte alle coste pugliesi è umano, culturale e politico. La fuga verso l’Italia nel 1997 diventa tragedia, con il naufragio della motovedetta Kater i Rades carica di uomini, donne e bambini, affondata a poche miglia da Brindisi, dopo essere stata speronata da una corvetta della Marina Militare italiana e a cui Leogrande dedica una straordinaria inchiesta, attraverso la quale entra in contatto con i familiari delle vittime, recandosi varie volte in Albania. L’affetto che Alessandro ha dimostrato verso il popolo albanese è stato ampiamente riconosciuto dai tanti che lo hanno conosciuto e incontrato, e questo affetto è culminato nell’intitolazione di una strada a Tirana lo scorso 7 settembre.

Esattamente come Langer, Leogrande ha guardato al mondo con gli occhi dei più deboli, delle vittime della storia, in nome dei quali ha preso la parola.

Ci sono punti di contatto tra i loro sguardi?

Sì, le consonanze tra i due sono numerose, a partire dalla precoce attività intellettuale; entrambi, infatti, iniziano a scrivere e a interessarsi dei problemi del mondo già da studenti liceali. Nel 1961, a soli 15 anni, Langer ideò la rivista “Offenes Wort” (Parola Aperta) per dare la parola ai giovani nel Sudtirolo rigidamente separato tra italiani e tedeschi, una parola aperta, appunto, libera, priva di ipocrisie e combattiva. E il giovane Leogrande, ancora studente liceale a Taranto, comincia la sua collaborazione con “La terra vista dalla luna”, un mensile nato nel 1995, diretto da Goffredo Fofi e dedicato al volontariato, all’associazionismo, alla scuola, ai giovani, alla città. A differenza di Langer, Leogrande non è stato un attivista politico, ma la sua è una scrittura politica che nasce dall’attenzione costante alla polis, sia essa la comunità locale (Taranto e la Puglia), nazionale o internazionale. Non militare in un movimento o in un partito politico gli ha dato sicuramente molta libertà intellettuale, ma forse anche solitudine e fragilità.

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L’inaugurazione di una “via Alessandro Leogrande” a Tirana, in Albania, il 7 settembre 2018.

Entrambi erano interpreti di una scrittura “militante”.

Come ricorda Salvatore Romeo nell’introduzione al volume postumo “Dalle macerie”, pubblicato da Feltrinelli, col passaggio dell’Ilva dalle partecipazioni statali alla famiglia Riva, Leogrande assume sempre più il ruolo dell’intellettuale militante, i suoi interventi si fanno programmatici. Non mancano articoli in cui prende chiaramente posizione contro le colpe della sinistra, di cui denuncia l’assenza dai quartieri poveri di Taranto e l’incapacità di ascoltare quella città popolare che avrebbe dato il proprio voto al populista Giancarlo Cito. E poi, esattamente come Langer, Leogrande ha guardato al mondo con gli occhi dei più deboli, delle vittime della storia, in nome dei quali ha preso la parola. Molti dei temi di cui ha narrato nei suoi libri – l’inquinamento industriale, la xenofobia, lo sfruttamento lavorativo, i diritti umani – erano centrali nell’impegno politico di Langer, in cui probabilmente ha intravisto anche un modello di indagine sociale e di relazione con l’altro. Lo strettissimo rapporto tra il dire e il fare piace moltissimo a Leogrande, che in una delle puntate di “Passioni”, lo giudica la base di ogni pedagogia che abbia un minimo di senso. Anche la scrittura d’inchiesta o il reportage non possono esistere senza l’altro, Leogrande ne è pienamente consapevole.

Come fu il loro legame con le rispettive terre natìe?

Per Langer è stato determinante avere un punto da cui osservare il mondo: il Sudtirolo interetnico da dove era andato via più volte – a Firenze, a Roma, a Bruxelles – ma dove ritornava sempre. Anche vivendo altrove, seguiva e cercava di partecipare a quello che accadeva tra Bolzano e Vipiteno, dov’era nato. I suoi frequenti viaggi erano anche spostamenti del punto di osservazione, luoghi da cui arricchire l’analisi politica, in uno scambio continuo con la sua terra d’origine. Anche Leogrande aveva un suo punto da cui guardare l’Italia e il mondo: Taranto, la città in cui era nato e da cui era andato via per gli studi universitari, ma alla quale ritornava sempre e dove, pur abitando a Roma, aveva mantenuto la residenza. A Taranto aveva assistito al degrado della politica, alla sua trasformazione in spettacolo mediatico e a tratti circense, con le vicissitudini, anche giudiziarie, del sindaco Giancarlo Cito. Dopo il suo sguardo si era allargato alla Puglia e all’Adriatico.

Leogrande parte dall’idea che sia fondamentale conoscere l’altro, capire chi è e da cosa scappa; c’insegna che il confine è un concetto estremamente mobile, non soltanto geografico ma anche (e soprattutto) mentale, con cui dobbiamo confrontarci.

Leogrande aveva un rapporto speciale anche con Bolzano.

Era stato a Bolzano nel dicembre del 2013 – prima al mio liceo, dove aveva raccontato agli insegnanti come si scrive un reportage, e poi, in collaborazione con la Fondazione Langer, avevamo presentato il suo libro su Taranto, “Fumo sulla città”, pubblicato da Fandango. Era tornato altre volte a Bolzano, città con cui aveva un legame forte, in parte dovuto al profondo interesse che nutriva per Alex Langer, e in parte per le ragioni che racconta nel suo libro “La frontiera”. E proprio per presentare quello che rimane il suo ultimo libro in vita, era tornato a Bolzano nel giugno del 2016.

Alessandro Leogrande

Saltare i muri. Raccontare . Ieri a Bolzano con la Fondazione Langer, @gadilu e gli amici della Ubik

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L’esperienza della massiccia emigrazione albanese dei primi anni ’90 verso l’Italia rappresenta un interessante paradigma delle paure e dei pregiudizi verso l’altro, ma anche un esempio di come possono andare le cose. È vero che l’arrivo degli albanesi fu segnato da episodi di straordinaria accoglienza, ma è vero anche che poi cominciò a diffondersi una facile criminalizzazione, in parte giustificata da fatti criminosi di cui furono protagonisti alcuni di loro. Oggi, però, gli albanesi sono perfettamente integrati nel tessuto produttivo e sociale, molti di loro hanno la cittadinanza italiana e i loro figli si sentono italiani al 100%, al punto che diversi di loro conoscono poco la lingua e la storia della terra dei loro genitori. Questo ci dimostra che, superata la paura, l’integrazione e la convivenza multietnica non sono utopie. Di ciò era perfettamente consapevole Langer che già da ragazzo capisce che per superare i pregiudizi e poi i conflitti tra italiani e tedeschi bisogna incontrarsi, conoscersi, dialogare. Tenterà di mettere a frutto quello che gli ha insegnato l’esperienza sudtirolese nelle varie missioni da parlamentare europeo nell’Europa dell’Est e durante la drammatica guerra in Bosnia. Langer capisce che l’Europa non può essere solo un’unione economica, ma deve diventare unione culturale e umana, non a caso parla di fratellanza euromediterranea; e compito dell’Unione Europea dovrebbe essere quello di favorire la democrazia dove non è ancora arrivata o dove è arrivata da poco (come l’Albania), tutelando ogni minoranza: linguistica, religiosa, culturale.

Quali insegnamenti possiamo invece trarre dalle opere di Leogrande, sulle orme di Langer?

Nelle sue ricerche e nei suoi reportage, Leogrande parte dall’idea che sia fondamentale conoscere l’altro, capire chi è e da cosa scappa, cosa che farà in maniera straordinaria col suo ultimo libro “La frontiera”. Ma anche in “Uomini e caporali”, il viaggio nel nuovo schiavismo che si nasconde tra i raccoglitori di pomodori – quasi tutti polacchi – che popolano le campagne del foggiano e di cui racconta nel libro. Esattamente come Langer, Leogrande c’insegna che il confine è un concetto con cui dobbiamo confrontarci, un concetto estremamente mobile, non soltanto geografico ma anche (e soprattutto) mentale. La vicenda della Kater i Rades – che ha causato la morte di 57 persone, in maggioranza donne e bambini, mentre altri 23 corpi non sono mai stati trovati, proprio oggi che si invoca la chiusura dei porti e la militarizzazione del Mediterraneo – è davvero paradigmatica di cosa può produrre una politica di ostilità verso i migranti.

Giovanni Accardo è nato in Sicilia nel 1962, sì è laureato all’Università di Padova e vive a Bolzano, dove insegna al Liceo delle Scienze umane «Pascoli». Dirige una scuola di scrittura creativa e organizza attività culturali per biblioteche, associazioni e istituzioni. Suoi racconti, articoli e saggi critici sono apparsi su riviste e antologie. Collabora con il quotidiano «Alto Adige» e fa parte della redazione della rivista on-line «Fillide». Nel 2006 ha pubblicato il romanzo “Un anno di corsa” (Sironi Editore) e nel 2015 “Un’altra scuola. Diario verosimile di un anno scolastico” (Ediesse). È uno dei collaboratori del manuale di letteratura italiana curato da Claudio Giunta, “Cuori intelligenti” (De Agostini/Garzanti Scuola 2016).
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L’addio a Mariasilvia Spolato

A Bolzano il funerale della matematica padovana, prima donna a dichiararsi omosessuale in Italia, pioniera del movimento femminista e LGBT, morta dopo una vita in strada.

Articolo pubblicato su Salto.bz il 17 novembre 2018

Una rosa bianca avvolta in una pagina di parole crociate. Si sono svolti oggi, 16 novembre, presso il cimitero comunale di Oltrisarco a Bolzano i funerali laici di Mariasilvia Spolato, insegnante di matematica e militante femminista che per prima in Italia fece pubblicamente coming-out, sfilando alle manifestazioni dell’8 marzo 1972 in piazza Navona a Roma con il cartello “Liberazione omosessuale”. L’immagine della attivista padovana – colonna portante del movimento delle donne e di emancipazione di gay e lesbiche, autrice di un manuale di matematica e del libro I movimenti omosessuali di liberazione – fu pubblicata da Panorama e le costerà il posto di insegnante, licenziata dalla scuola pubblica con la motivazione di essere “indegna” all’insegnamento. Si è spenta all’età di 83 anni in una casa di riposo di Bolzano, dopo una vita passata “ai margini”, senza fissa dimora, dormendo sui treni. Nel capoluogo altoatesino molte e molti ricordano Spolato “clochard”, in piazza Walther o in biblioteca, coi borsoni colmi di libri e riviste e la Settimana enigmistica. Ma in pochi conoscevano la sua storia, di lotte e sofferenze, di discriminazione e di scritti.

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Una rosa bianca tra le parole crociate: ultimo saluto a Mariasilvia Spolato. Foto di Chiara Rabini.

Tra i tanti che le hanno reso omaggio al funerale, fra musica e poesia, rappresentanti di Centaurus e Gaylib, del mondo sindacale e della sinistra bolzanina, le responsabili e operatrici della casa di riposo “Villa Armonia”, l’ex-assessora Mimma Battisti e la direttrice della ASSB Liliana Di Fede, il giornalista dell’Alto Adige Luca Fregona che ha scritto una delle pagine più belle del giornalismo altoatesino rivelando la storia (dimenticata) di Mariasilvia Spolato. Una storia che commuove l’Italia, ricordandoci – in tempi di stigmatizzazione e rifiuto della diversità – quanto sia facile finire nell’oblio, emarginati e isolati dalla società, e cadere nella spirale dell’abbandono.

La lezione di Spolato

Quando si perde una persona amata, un lavoro, la famiglia, una casa, quando si è vittime del pregiudizio e ci viene tolta la dignità – è facile lasciarsi andare, “abbandonarsi”: abbandonare il mondo e farsi abbandonare da esso. Non pensiamo sia qualcosa di lontano da noi: solitudine, fallimento, discriminazioni, povertà possono toccare chiunque, anche chi cerca di distogliere lo sguardo dalla povertà, eliminandola dalla vista, dalle piazze, dai parchi del “degrado”. Il capitalismo e il patriarcato combattuti da Spolato ci hanno abituato a un mondo diviso tra vincitori e perdenti, ma chi decide quanti “meritano” di stare tra i primi? La lezione di Mariasilvia, che pagò sulla sua pelle le conseguenze della “sconfitta”, insegna quanto sia labile (e stupido) il confine tra persone “normali” e non, il giudizio sulla base del nostro aspetto o di scelte “non convenzionali”, e perciò a sentirci libere e liberi di essere ciò che siamo e vogliamo, al di là di ogni ideologia omologante. È un’ultima e preziosa lezione, dalla insegnante di matematica che scelse la libertà.

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Mariasilvia Spolato, Padova, 25 giugno 1935 – Bolzano, 31 ottobre 2018 (Foto: Lorenzo Zambello/Wikipedia)

Perché abbiamo abbandonato i blog?

Perché da tempo ho abbandonato questo blog? Perché abbiamo abbandonato i blog? Cosa è cambiato nelle nostre abitudini rispetto a una decina di anni fa? Sono domande che vale la pena porsi e su cui dovremmo interrogarci tutti, noi frequentatori di Internet.

Quando aprii questo blog, nel 2007, navigavo da un paio d’anni. Leggevo molto, scrivevo altrettanto, commentavo articoli altrui. Passavo da una piazza virtuale all’altra: piazze “arredate” in vario modo, dal nome all’estetica, che lasciavano spazio alla creatività e alla fantasia, a inclinazioni personali o collettive. Certi pomeriggi era come trovarsi a casa di amici, a discutere davanti a una fetta di torta. Uno di loro, di fronte ai lunghi dibattiti sotto ai suoi post, creò un tag per le “discussioni riuscite”. Perché i blog non dimenticano, ma archiviano, e la loro memoria non dura solo il tempo di uno “scroll” sul news feed. Oltre ad accorciare le distanze, la forza di internet è proprio quella di “stratificare” la conoscenza, attraverso il collegamento (ovvero i link) tra documenti di diversa provenienza. È così che mettiamo in rete idee, immagini, esperienze, racconti, luoghi.

L’avvento dei social network (e delle app) ha rivoluzionato le nostre abitudini, calamitando la nostra attenzione appena teniamo in mano uno smartphone o accendiamo il computer, e togliendo ossigeno ai blog come ad altri siti web. Passiamo ore online solo per “distrarci”, finendo per sciupare (tutto) il nostro tempo libero con un riflesso condizionato. Tale trasformazione ha generato in me un senso di frustrazione. Nel tempo mi sono dato varie spiegazioni sul perché di questo malessere, ma non sono mai riuscito a formulare una risposta compiuta e ragionevole, che non suonasse nostalgica. Sino a quando, all’Internet festival di Pisa, ho ascoltato le parole di Hossein Derakhshan.

Cosa succede nel Kurdistan siriano?

Articolo pubblicato su Salto.bz il 21 marzo 2018

Martino Seniga (inviato di Rai News 24) sulla conquista di Afrin da parte della Turchia, la repressione di Erdogan – e il “confederalismo democratico” in Rojava.

La notizia della presa di Afrin da parte delle milizie filo-turche siriane ha fatto velocemente il giro del mondo. Si calcola siano almeno 250mila i civili in fuga dalla città a maggioranza curda nel nord della Siria, lasciando sul terreno molte vittime, fra cui una combattente internazionalista inglese, la 26enne Anna Campbell. Campbell si era unita alle combattenti curde del YPJ (unità di difesa delle donne) nella battaglia per la liberazione di Raqqa dall’Isis, e poi aveva chiesto di partecipare alla difesa di Afrin. È stata colpita e uccisa, il 16 marzo 2018, da un bombardamento turco su un convoglio in uscita dalla città. Intanto si moltiplicano le mobilitazioni in difesa della “Rivoluzione del Rojava”. In molte piazze si terranno manifestazioni di solidarietà verso il popolo curdo: a Bolzano, l’appuntamento è alle 15 nel parco della Stazione. Ma cosa sta succedendo esattamente ad Afrin? Lo abbiamo chiesto al giornalista Martino Seniga, inviato di Rai News 24, che ha viaggiato a lungo nel Kurdistan, dove ha realizzato una serie di reportage per il web sul progetto “confederalista democratico” dei curdi in Siria e Turchia.

Salto.bz: La Turchia è presente in Siria sin dal 2016. Quali sono le ragioni di questa nuova offensiva turca nella confederazione del nord, in particolare dell’operazione in atto dal 20 gennaio, all’interno dell’intricato groviglio del conflitto siriano?

Martino Seniga: È la prosecuzione di una situazione geopolitica che si è venuta a creare nell’area intorno alla Siria e che vede chiaramente la Turchia sin dal 2014 temere fortemente la presenza di un’autonomia curda ai propri confini, in particolare un’autonomia che si rifà alle nuove posizioni del movimento curdo predominante – ed è quello che preoccupa lo stato turco. Sino al suo arresto nel 1999, Abdullah Öcalan abbracciava posizioni nazionaliste ed indipendentiste, ma con la sua adesione alle teorie di Murray Bookchin e la sua rinuncia alla lotta per l’indipendenza, ha progettato invece un’autonomia di tipo municipalista-libertario per tutto il Kurdistan. Tale posizione portò a una prima fase di tregua e di trattative tra lo stato turco, lo stesso Öcalan e i rappresentanti dei partiti curdi in Turchia. Dal 2014 la posizione del governo Erdogan è completamente cambiata: hanno visto in questa nuova politica curda un pericolo forse ancora maggiore di quello che era rappresentato in precedenza dal movimento più tradizionalmente di guerriglia del PKK (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, ndr). Il pericolo di una nuova forza politica, culturale e sociale in tutto il Medio Oriente capace di scardinare determinati poteri statali, tra cui il progetto del governo fondamentalista – benché inizialmente moderato – di Erdogan.

In realtà, l’intervento militare per prendere il controllo di Afrin è sostenuto in Turchia sostanzialmente da tutte le forze politiche, anche dalle opposizioni – tranne la sinistra filo-curda del HDP, il partito democratico dei popoli.

L’opposizione democratica, di sinistra e filo-curda in Turchia si è espressa sostanzialmente all’interno dell’HDP: alle elezioni del luglio e del novembre 2015 ebbe circa il 10-11% dei voti non solo nelle zone curde. Ma gran parte dei deputati dell’HDP come dei sindaci eletti in tutto il Kurdistan turco – che fanno parte del partito locale collegato all’HDP – sono incarcerati ormai da parecchio tempo e perciò completamente fuori dai giochi. L’unico partito che resta all’opposizione è il partito repubblicano kemalista, che tradizionalmente ha sempre combattuto allo stesso modo qualsiasi tentativo di indipendenza curda. Pure l’opposizione kemalista non è in una situazione facile: alcuni kemalisti sono stati incarcerati, così come molti redattori dello stesso Cumhuriyet – quotidiano che si colloca non distante dalle posizioni kemaliste. Secondo alcuni esponenti curdi che ho intervistato, il genocidio di Afrin (come lo chiamano loro) è in qualche modo una continuazione – sebbene molto più concentrata e drammatica nel breve termine – della forte stretta effettuata nel corso dell’ultimo anno anche in molte città e municipi del Kurdistan turco.

Qual è stata la reazione curda? È vero che a un certo punto si sono ritirati da Afrin?

Sembra, ma non ho informazioni di prima mano.

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Rispetto al Rojava, qual è l’obiettivo della Turchia? Prendersi l’intera area?

La situazione è molto diversa nei vari cantoni. Il Rojava era composto da tre cantoni, di Cezire, Kobane e di Afrin. Dopodiché si è aggiunta una zona a ovest dell’Eufrate, intorno alla città di Manbij, una zona su cui i turchi rivendicano la possibilità di fare una nuova immediata offensiva, in quella che loro considerano la propria zona di influenza a ovest dell’Eufrate. Poi si sono aggiunti una serie di territori a sud, che le milizie popolari curde hanno liberato dall’Isis. Di fatto, mentre nei due cantoni orientali e a Manbij – nonché nelle zone liberate dall’Isis – c’è una presenza di militari prevalentemente americani o comunque della coalizione contro il terrorismo a guida statunitense, questo non avveniva ad Afrin. Oltre al controllo del potere locale, dei curdi e degli esponenti delle varie etnie, a loro volta collegati – seppure separati geograficamente da una zona intermedia controllata dai turchi – agli altri due cantoni del Rojava, ovvero la zona autonoma del Kurdistan siriano del nord, lì non c’è mai stata una presenza americana perché nel cantone di Afrin non c’è mai stato l’Isis. Probabilmente venivano tollerati alcuni rappresentanti siriani del governo di Assad e forse anche qualche russo, che prima dell’offensiva turca si sono ritirati, salvo inviare qualche settimana dopo un manipolo di combattenti filo-Assad che però hanno svolto un ruolo più che altro simbolico. Se si voleva veramente difendere il territorio andavano fatte altre azioni.

Qual è la posizione di Assad?

La mia impressione è che sia stato fatto un accordo sottobanco che prevedeva che il governo di Assad potesse riprendere il controllo di Ghouta: Afrin in cambio di Ghouta.

Com’è nata la politica dei curdi in quell’area, il cd. “confederalismo democratico”, emerso come forma di governo locale con caratteristiche assai peculiari e avanzate, se viste da qui, dall’ecologia al femminismo – con lo sviluppo di una “scienza delle donne” denominata jinealogia, dalla parola curda “jin”, donna – e sulla base del pensiero di Murray Bookchin?

Öcalan l’ha sviluppata in quello che lui ha definito “confederalismo democratico”, però di fatto parte da questa teoria che in nuce aggiunge il concetto di glocale, il governo locale che può organizzarsi anche a livello globale, in una confederazione. Che prevede nuove forme di gestione del territorio, della società, dei rapporti culturali all’interno della società e tra uomini e donne, una serie di idee e posizioni che sono dirompenti persino in Occidente, tanto più in un contesto culturalmente, socialmente, politicamente arretrato come il Medio Oriente.

La partita si giocherà tutta nel rapporto con gli Stati Uniti.

Il discorso dell’autodeterminazione, ovvero l’idea di riunire il Kurdistan, è passato in secondo piano oppure è parte di questo disegno di autogoverno curdo?

L’idea originaria di Öcalan era di proporre una trattativa per l’autonomia e rinunciare all’indipendenza: il territorio più importante e più grande è il Kurdistan turco, dove vive la stragrande maggioranza dei curdi. Anche nel Kurdistan turco erano stati sviluppati – all’inizio di questo secolo sino al 2014/15 – una serie di passi verso l’autogestione del territorio: in tutti i municipi e nei consigli di quartiere venivano eletti un uomo e una donna, si praticavano forme di democrazia diretta. Un progetto completamente bloccato: tutti quelli che gestivano politicamente tale processo sono finiti in galera. Il progetto di fatto metteva in secondo piano l’indipendenza rispetto a un’autonomia politica, culturale e sociale. In questo senso, credo che la partita si giocherà tutta nel rapporto con gli Stati Uniti. Che si fonda non sull’apprezzamento di queste teorie – anche se sono le teorie di un filosofo ecologista americano – ma sul fatto che militarmente il Pentagono considera estremamente affidabili i curdi. Bisogna capire se questa cosa reggerà, oppure no. Nei due cantoni non vedo interesse degli americani a lasciare quella zona, anche perché è l’unica dove possano esercitare una loro presenza strategica, “politica” oltre che militare.

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Mappa del nord-ovest della Siria. I verdi più scuri sono i soldati turchi e l’Esercito libero siriano; i verdi più chiari, a ovest di Aleppo, i ribelli (jihadisti ed Esercito libero siriano). I gialli sono i curdi, i rossi le forze di Assad e alleati. Afrin si trova nella zona sotto il controllo dell’Esercito libero siriano. (Fonte: Liveuamap/il Post/Salto.bz, 2018)

Dov’è la voce dell’Europa in tutto questo? La conquista e il saccheggio di Afrin a opera dell’esercito turco mentre Erdogan è accolto con tutti gli onori dalle cancellerie europee – ricorda, ha scritto Adriano Sofri, la Srebrenica del 1995.

L’Europa si sta comportando come l’Inghilterra di Chamberlain, fingendo di non vedere quello che sta accadendo. Poi c’è anche un’altra realtà “di fatto” da considerare: una forte presenza economica (e nei cda) in alcune grandi strutture d’informazione di esponenti collegabili al principale alleato della Turchia, ovvero il Qatar. Questo sta incidendo molto sull’informazione.

L’Europa si sta comportando come l’Inghilterra di Chamberlain, fingendo di non vedere quello che sta accadendo.

Lei ha curato un pubblicazione su Murray Bookchin, appena uscita per le edizioni BFS di Pisa. Come dicevamo, l’ecologista e libertario americano ha ispirato il “radicalismo democratico” dei curdi, che hanno abbandonato lo stato nazione per sviluppare degli strumenti di democrazia diretta. Ce ne può parlare brevemente?

Il libro è una selezione degli ultimi scritti, realizzata dalla figlia con un progetto politico: unire i testi nei quali il padre ha sviluppato in modo più concreto il proprio progetto politico per il futuro, innovativo rispetto a tutte le teorie tradizionali della sinistra – dal marxismo all’anarchismo. All’interno del municipalismo libertario e del comunalismo, Bookchin ha individuato gli strumenti per creare nuove forme di aggregazione politica e sociale nel contesto politico del XXI secolo. È d’altra parte il testamento di un grande pensatore politico ed ecologista del Novecento.