Le tenebre linguistiche

Le tenebre linguistiche

Del¬†film¬†di Denys Arcand¬†L’√āge des t√©n√®bres¬†(“L’et√† barbarica”,¬†2007) colpisce molto l’atmosfera surreale (e inquietante) con cui¬†il regista descrive il suo Qu√©bec:¬†un‚Äôisola apparentemente felice diventa l’inferno della disumanit√†¬†contemporanea, dove¬†lo stato del benessere √® intrappolato in un’agghiacciante freddezza burocratica. Nella provincia francofona del Canada lavora Jean-Marc, funzionario governativo presso¬†l‚ÄôUfficio¬†dei reclami,¬†deputato a raccogliere lamentele di cittadini insoddisfatti dei¬†servizi ministeriali. Negli uffici¬†vige il divieto assoluto di fumare e circolano unit√† cinofile anti-fumo. L‚Äôossessiva e persecutoria¬†applicazione¬†delle regole di¬†politically-correctness¬†si scontra con l’indifferenza verso i problemi di chi si rivolge per chiedere aiuto; per legge¬†√® vietato usare la parola ‚Äúnegro‚ÄĚ e quando Jean-Marc dir√† ad alta voce che il suo collega di colore ‚Äúlavora come un negro‚ÄĚ ¬†(battuta apprezzata dall‚Äôinteressato)¬†subir√† un processo ipocrita, che s’appella alla rigida legislazione linguistica del Qu√©bec. Il protagonista¬†– con un passato di idealista –¬†condurr√† un‚Äôesistenza kafkiana,¬†sprofondando in un mondo onirico di¬†fantasie narcisistiche ed erotiche. Evasioni felliniane da un sistema di apparente tolleranza.

Dalla finzione torniamo alla realt√†, in Europa, a casa nostra. Nel Belgio sono innumerevoli gli episodi di intolleranza toponomastica. Come racconta l’inviato della rivista GEO,¬†J√∂rg-Uwe Albig,¬† gli attivisti fiamminghi del¬†Taal Aktie Komitee¬†(“Comitato d’azione linguistica”) sono “tormentati dai cartelli”: sommergono le Fiandre di lettere nelle quali chiedono di rinunciare a insegne solo in francese o bilingui. Contro il presunto dilagare del francese (verfransing), scarabocchiano sulla segnaletica bilingue¬†che indica i nomi delle localit√†,¬†arrivano a¬†gettare fiale puzzolenti nei consigli comunali se qualcuno prende la parola in francese, a iniettare colla nei chiavistelli delle scuole francofone o danneggiare i supermercati a clientela “francese”. Nei comuni fiamminghi a maggioranza di madrelingua francese √® una lotta senza quartiere: sono istituiti sportelli comunali dove i cittadini pi√Ļ attenti possono denunciare ogni infrazione della monocultura linguistica e in alcune assemblee municipali un incaricato del governo regionale veglia affinch√© non si parli francese. Precise norme del Ministero degli interni obbligano a diffondere comunicazioni solo in olandese. Persino gli incendi possono essere spenti solo da pompieri fiamminghi anche quando la caserma dei colleghi di Bruxelles √® pi√Ļ vicina. Sentendosi discriminati, i francofoni delle Fiandre propendono ora per l’annessione alla confinante regione bilingue di Bruxelles, la cui circoscrizione elettorale era al centro dei negoziati che per 535 giorni hanno paralizzato il paese prima della formazione del nuovo governo di Elio Di Rupo. Un tempo, a essere discriminati, erano i fiamminghi: l’olandese divenne lingua ufficiale nel 1898 (dopo 70 anni), il governo parl√≤ francese sino al 1962. Nel frattempo, avvenne il riscatto economico delle Fiandre: la regione contadina si trasform√≤ in moderna area commerciale, sorpassando la Vallonia del carbone in crisi. La lingua delle¬†√©lite¬†dal francese, oggi √® passata al fiammingo. E scaricare la povera Vallonia al proprio destino √® pi√Ļ che una tentazione.

Non vi ricorda¬†qualcosa?¬†Viene da domandarsi se l’ipotetica indipendenza da uno Stato (nazione, come l’Italia, o gi√† plurinazionale come il Belgio) e il superamento del concetto di minoranza (nazionale e/o provinciale, portatore del valore di “tutela” delle diversit√† culturali sottoposte al rischio di assimilazione) possa avere un effetto benefico sullo sviluppo di un sano bi-plurilinguismo o piuttosto¬†perpetuare e persino amplificare (magari per legge) rivalse e dispute linguistiche, ossessioni identitarie e fissazioni irrazionali. Al legislatore spetterebbe invece il dovere di tutelare chi √® cresciuto in un contesto sostanzialmente pacifico¬†dalle degenerazioni di quanti – anzich√© occuparsi di problemi¬†reali¬†– problematizzano ci√≤ che in un mondo globalizzato e pluriculturale dovrebbe costituire la normalit√†: il¬†coesistere, l’una a fianco all’altra,¬†di pi√Ļ lingue¬†e l’asimmetrica alternanza¬†tra loro. Senza che l’una si senta minacciata dall’altra.

Update 5.4.2012: Brennerbasisdemokratie risponde qui.

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Un’unica gabbia interetnica

Un’unica gabbia interetnica

Gastkommentar Valentino Liberto.

[testo originale]¬†In Sudtirolo ci sono ipotesi futuribili che nascondono verit√† sottese al dibattito pubblico: parlando di Selbstbestimmung o Freistaat si sceglie una tribuna, ma non si conosce la squadra per la quale si tifa n√© quella avversaria. I gruppi linguistici evadono sistematicamente dalla trattazione critica dei rispettivi patrimoni culturali d’appartenenza, bench√© a loro volta ‚Äúsulla carta‚ÄĚ. La mappa geografica vedrebbe gli uni al confine (o alle porte) del Kulturraum di lingua tedesca, gli altri come isola linguistica italiana ai margini estremi dell’Italia. In entrambi i casi, una periferia ‚Äúcerniera‚ÄĚ difficilmente al centro di qualcosa. Sar√† per questa ragione che vogliamo essere l’ombelico di un mondo costruito a nostra immagine e somiglianza. Un confronto mediato tra divergenze tangibili √® impossibile: il conflitto latente tarda a farsi risolutivo e definitivo perch√© basato su molteplici clich√©, rappresentazione teatrale dell’italianit√† o del Tirolertum, mentre in realt√† pensiamo tutti alla stessa maniera. Se apparentemente l’identificazione con la squadra del cuore √® tanto chiara da osteggiarne una avversaria, √® solo l’inalterabilit√† sudtirolese ‚Äď variamente definita ‚Äď ad essere sempre difesa a spada tratta. Il Sudtirolo √® al centro dei pensieri, viene prima di ogni altro scrupolo. Quanti sudtirolesi, di lingua tedesca o italiana, sarebbero in grado di elencare proprie contaminazioni culturali provenienti dal retroterra mitteleuropeo e deutschsprachig oltre-Brennero oppure legate a una o pi√Ļ tradizioni regionali dell’Italia a sud di Salorno? Chi si tiene quotidianamente aggiornato di quanto accade a Vienna e Stoccarda piuttosto che a Venezia e Milano ‚Äď se non nel vasto panorama europeo? Solo i ladini, quali superstiti retoromanzi tra le dolomie, paiono immuni all’autoreferenziale. I pochi a padroneggiare la materia d’altri sono trattati con diffidenza. Non √® questione per acculturati: lo scambio culturale in campo intellettuale, letterario, politico, artistico, musicale o culinario avviene tramite piccoli gesti individuali.

In questi anni abbiamo speso fiumi d’inchiostro sulla ‚Äúquestione sudtirolese‚ÄĚ, chiacchiera continua di per s√© unificante e che appiana differenze. Basti pensare alla selva di libri annoverabile sotto la categoria ¬ęTirolensien¬Ľ, esercizio stancante (o persino irritante) di convivenza passiva. In Sudtirolo parlano dell’Alto Adige mentre scrivono di S√ľdtirol, vagheggiando una Heimat comune. Sar√† forse un caso che i sudtirolesi di nascita pi√Ļ noti ‚Äúall’estero‚ÄĚ ‚Äď Luis Trenker, Franz Tumler, Claus Gatterer, Hans Glauber, Alexander Langer, Anita Pichler, i giornalisti Lilli Gruber, Ulrich Ladurner e Gustav Hofer, il premio Nobel alternativo Monika Hauser ‚Äď siano degli emigrati? Non √® significativo il recente successo editoriale di Francesca Melandri e Sabine Gruber, scrittrici migranti dalle biografie incrociate?

I confini provinciali sono divenuti una ¬ęgabbia interetnica¬Ľ. Ognuno di noi ha contribuito in qualche modo a quest’ingabbiatura trasversale e comune a tutti. La scarsa attitudine dei sudtirolesi a guardare verso un orizzonte pi√Ļ ampio, identificandosi nell’Europa, si traduce persino nel rinnegare qualsivoglia legame con un ambiente allargato, non ristretto al Land tra i monti. Persino Tirolo storico, Trentino-Alto Adige o l’Euregio diventano oggigiorno una maglia troppo larga, addirittura la candidatura a Capitale Europea della Cultura col Nord-Est scontenta taluni. Meglio far da s√©, produrre in proprio un’autarchia culturale e politica. Ma quanto potr√† ancora resistere l’isolamento forzato nella fortezza? Sopravvivr√† alla crisi del modello di autogoverno sinora autosufficiente? Staremo a vedere. Una cosa per√≤ oramai √® certa: il ¬ęGesamts√ľdtirol¬Ľ langeriano ‚Äď aldil√† degli Stati-nazione e senza rispettive madrepatrie tutrici ‚Äď s’√® realizzato. Ma anzich√© sommare i due mondi, il S√ľdtirol autonomo e gi√† sovrano √® stato capace di formidabili reciproche sottrazioni. C’√® di cui vantarsi.