Come va, Bolzano?

Come sta la mia città? Vorrei aprire una discussione attorno a questa semplice domanda, rivolta a quanti vivono, lavorano o studiano a Bolzano/Bozen. Lo chiedo da “expat”, il quale da tempo risiede altrove e ha perso un po’ il polso della situazione. La città capoluogo, vista da lontano, sembra avere qualche linea di febbre ed essersi lasciata un po’ andare. Solo un’impressione, oppure c’è un fondo di verità? Senza volermi sostituire a chi sta già ragionando su questo in maniera più articolata e senza entrare nella campagna elettorale, vorrei integrare tale riflessione con il punto di vista dei “non addetti ai lavori”, dentro ma anche e soprattutto fuori dai miei contatti. Perciò vi propongo di rispondere alla domanda (“bene” o “male”, motivando) e di far rispondere ad altre e altri, commentando e condividendo questo post, oppure compilando un brevissimo questionario anonimo preparato per l’occasione.

Update 21 gennaio 2020: Grazie di cuore a quanti stanno rispondendo al questionario su “Bolzano, come stai?” (chi non l’ha ancora compilato lo trova qui: https://forms.gle/7D7Jjgq4hYsa3qE48). Che poi, a giudicare da alcune risposte, è anche un “Bolzano, dove vai? Bozen, wie geht’s weiter?“, ovvero un domandarsi quale direzione, o quale piega, stia prendendo la città più grande dell’Alto Adige/Südtirol e se ci riconosciamo in essa. È un tema che riguarda lo sviluppo delle città in genere, l’abitabilità dello spazio urbano e la sua fruibilità sociale e culturale. Mi piacerebbe discuterne insieme.

Congrats, you have an all male tram!

Domenica 24 novembre Bolzano andrà al voto per il referendum sul tram, progetto di mobilità sostenibile sostenuto dalla giunta comunale. In questi giorni si è costituito un comitato di “giovani per il sì” composto da esponenti dei partiti favorevoli al tram, Verdi, PD, SVP, Team-K, Süd-Tiroler Freiheit e Volt. Durante la conferenza stampa di presentazione, si è posto l’accento sul valore di una piattaforma giovane, interpartitica e plurilingue: Nicht die Partei, nicht die Sprache zählt, sondern die Sache, “non conta il partito, non conta la lingua, conta la questione”, titola Salto.bz. Evidentemente non contava nemmeno il genere, tanto da esserne sfuggito uno:

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Nessuno tra i sei partiti promotori è rappresentato da una donna, e in un’altra foto se ne conta soltanto una tra 11 uomini. Un caso? Non credo. Vi saranno capitati decine di altri eventi pubblici nei quali intervenivano solo uomini. Esiste persino una pagina Twitter, Congrats, you have an all male panel!, che si prefigge di documentare “all male panels, seminars, events, and various other things featuring all male experts”. A tale malattia non sono immuni le giovanili di partito bolzanine: la segreteria provinciale dei Giovani Democratici (segretario, vice, tesoriere, presidente dell’assemblea) è composta di soli maschi, e uomo è pure il segretario cittadino.

La politica sembra ancora una questione per uomini, nonostante il ricambio generazionale. In uno scritto del lontano 1984, Qualche modesto consiglio ad un giovane che si voglia dare al commercio verde, Alexander Langer consigliava di “cedere il passo alle donne“. Sarebbe bello se, 35 anni dopo, quest’invito fosse accolto dai giovani politici di Bolzano, tanto sensibili alla conversione ecologica della loro città. Perché dal tram si può anche scendere.

Understanding Bodei

Sul funerale del prof. Remo Bodei, morto a Pisa il 7 novembre 2019

L’ultima volta che vidi Remo Bodei fu circa un anno fa, mentre attraversava Ponte di Mezzo con in mano delle grosse buste della spesa. L’immagine mi face un po’ sorridere: il grande professore e filosofo, minuto e con indosso una giacca beige, era del tutto immerso nella propria quotidianità. Da allora non lo incrociai più. Quando venerdì, a un incontro in università con lo scrittore portoghese Almeida Faria, egli accennava ai paesaggi sublimi delle Alpi – tanto diversi dai latifondi arsi dal sole dell’Alentejo – ho ripensato a Bodei e a un suo libro di qualche anno fa, Paesaggi sublimi. Gli uomini davanti alla natura selvaggia. “Da Petrarca in poi, la montagna è legata all’ascesa, anche spirituale”, spiegò in un’intervista, “ed è curioso come il giovane Hegel in viaggio sulle Alpi, mentre i suoi precettori erano estasiati dal paesaggio, si concentrasse sui montanari che dai fiori producono il liquore genepì. Forse l’idea hegeliana dell’‘astuzia della ragione’ è nata in montagna, guardando come il lavoro umano introduce una finalità dove prima non c’era – persino nei fiori”.

Le corone di fiori circondano la bara, posta al centro del cortile della Sapienza, il cuore storico dell’Università di Pisa. Le tinte grigie del selciato e del cielo che minaccia pioggia sono spezzate dal bianco delle facciate appena restaurate. Sotto al loggiato mediceo giungono alla spicciolata, oltre ai familiari del filosofo cagliaritano, professori e allievi, politici ed ex primi cittadini. Spunta Maria José de Lancastre, la vedova di Antonio Tabucchi, in città per il Pisa Book Festival. Ci sono anche i sindaci e i gonfaloni di Modena – dove Bodei ha dato vita al Festival della Filosofia – e di Carrara, nella quale anni fa seguii una sua lezione nell’ambito della rassegna Convivere, di cui era il direttore scientifico. Assenti alla commemorazione, invece, il magnifico rettore (che ha inviato un messaggio di cordoglio) e il sindaco di Pisa: un’assenza segno dell’inequivocabile stato di declino, immane, in cui versa la città.

Al microfono si susseguono, nell’ordine, uno dei primi assistenti, uno dei primi allievi, un’allieva degli anni novanta nonché assistente, un politico (e fu allievo), un familiare. Negli interventi si ricorda la capacità di Bodei di conciliare saperi alti e vita quotidiana, con l’abitudine di intervallare le lezioni con vari aneddoti; la voce che sembrava sempre un po’ rotta dall’emozione, e l’erudizione che non allontanava mai, ma avvicinava gli studenti; la straordinaria memoria fotografica, ovvero la capacità di citare a memoria passi interi della miriade di testi che aveva letto; e infine i suoi numerosi riferimenti al mondo animale – celebre il titolo La civetta e la talpa. Sistema ed epoca in Hegel. Secondo uno dei suoi primi assistenti, “l’immagine più appropriata, che meglio lo descrive, non è quella del ragno impegnato a tessere la tela, o della formica che raccoglie quanto trova sulla via: è quella dell’ape, che di fiori in fiore sceglie il nettare migliore per il suo miele”. L’ultimo libro, Dominio e sottomissione. Schiavi, animali, macchine, intelligenza artificiale, “è il suo testamento”.

“Andare alle sue lezioni era una festa” ricorda l’allievo Alfredo Ferrarin “ed era pieno di energia, instancabile”: “A un convegno organizzato a Torino per festeggiare i suoi 80 anni, parlò un’ora a braccio e, dopo l’interminabile applauso, Bodei alzò la mano e disse, in perfetto torinese, ‘esageruma nen’. Nel volume che raccoglie gli interventi di quel convegno, c’è un suo saggio in inglese, che vale come un’ultima auto-presentazione: si intitola Understanding myself”. “Nelle ultime ore molti hanno ricordato, sui giornali, il suo essere mite, la sua bontà” chiosa l’allieva e poi assistente di Bodei, “io invece la chiamerei lietezza: era una persona sempre lieta”. “Una volta, a lezione, ci chiese se sapevamo perché il Palazzo dei Fiumi e Fossi fosse arretrato rispetto agli altri edifici che si affacciano sul Lungarno pisano, avendo un ampio giardino davanti. Ci spiegò così che su quel terreno vuoto si diceva sorgesse il palazzo del Conte Ugolino della Gherardesca: dopo la sua condanna i pisani rasero al suolo l’intero edificio e nulla fu più costruito al suo posto”.

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Le parole più stantie sono quelle del politico, il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi. Parla di “fine degli intellettuali”, e della portata “europea e internazionale” dell’intellettuale da cui ci stiamo congedando. I presenti iniziano a distrarsi, comincia a piovere, si aprono gli ombrelli. Infine, a nome della famiglia, parla brevemente il nipote. È giovane, ha un foglio in mano, e la mano trema. Ma la voce è molto ferma. Ricorda che, per avvicinarsi a lui, Bodei tornò a interessarsi di calcio, rispolverando la passione per il Cagliari: “Alla fine ne sapeva più di me”. In questi tempi bui, “in cui siamo sempre più accartocciati su noi stessi e la politica di ogni colore e a ogni livello dà il peggio di sé” Remo Bodei ci invita a “coltivare la curiosità”. È questo il suo più importante lascito.

In quell’istante capisco perché sentivo l’esigenza di presenziare a questo funerale laico. È come se fossimo accorsi tutti lì, nel chiostro della Sapienza, per capire cosa ci mancherà davvero, di Remo Bodei, cosa ci ha insegnato il suo modo di essere filosofo, docente universitario, cittadino impegnato e cosa possiamo apprendere dalla sua eredità. Understanding Bodei, per comprendere noi stessi. La cerimonia finisce, si rompono le righe, le persone si riparano sotto al porticato. Saluto il mio professore di filosofia politica, appoggiato a una colonna. Gli sorrido. Esco dalla Sapienza, ci sono le mele di Josef da prendere al mercato contadino, e poi mi incamminerò verso casa di Alice. Pensando che da quel professore con la spesa in mano avrò, e avremo, ancora molto da imparare.

Cosa mi porto dietro

Trascorro questo caldo e pigro pomeriggio di sole seduto ai tavolini di Manteigaria, all’ombra della tettoia del mercato di Ribeira, tra il brusio dei passanti, i rumori della via trafficata, qualche autoradio a palla, una sirena, il campanello di una bici, i treni in controluce diretti a Cascais. Di tanto in tanto sulla ciclabile sfreccia un monopattino, nuovo mezzo di trasporto nel paesaggio urbano di Lisbona. Anch’io, nel mio incarnare lo stereotipo del turista, faccio parte di questo paesaggio in rapida trasformazione: ordino un caffè e due pasteis de nata in uno dei luoghi più commerciali della capitale. Insomma, sto qui seduto come un turista qualunque, con indosso una maglia a maniche corte, a fissare i famosi tram gialli, e mi chiedo cosa mi distingua, mi definisca e separi dalla città che mi circonda. Non sono portoghese: sono uno straniero, uno studente Erasmus, un turista dicevo, anche un po’ banalotto. Qualcuno potrebbe persino individuare in me un lifestyle migrant, ovvero un soggetto che si sposta da una capitale europea all’altra perché giovane, benestante, multikulti, e Lisbona è la sua nuova meta, la nuova moda, la nuova Mecca.

Vivere un periodo all’estero costringe, in un modo o nell’altro, a definirsi. Costretti nella nostra condizione di stranieri, siamo invitati a identificarci di continuo. A spiegare chi siamo, o peggio ancora, da dove veniamo. Nel contesto degli studenti Erasmus, il criterio prevalente è inevitabilmente quello della nazionalità. Parlo italiano, vengo dall’Italia, quindi sono “italiano”. Da quale città, mi chiedono? Quando non ho voglia di stare a spiegare dove sta Bolzano (“nel nord vicino al confine con l’Austria”) rispondo Pisa. E poi non dico mica una bugia: in Toscana ci vivo da alcuni anni e da un paio i miei rapporti con il Sudtirolo si stanno diradando. “Non dire cavolate, tu non sei di Pisa” dicono le mie colleghe napoletane al corso di portoghese, ma ammettono di essere un po’ disorientate dal mio accento del Nord con qualche cadenza toscana. “E poi sei un nordico anomalo, com’è che ti piace così tanto il Sud Italia?”.

Quando incontro una persona proveniente dalla Germania o dall’Austria, mi capita di svelarle la mia conoscenza della lingua di Goethe “perché vengo dal Sudtirolo”. Approfitto di queste occasioni per scambiare qualche parola in tedesco, aggirando le mie difficoltà con l’inglese. Vivo l’etichettatura nazionale con un pizzico di disagio: così come in Italia cerco di togliermi di dosso il peso della mia (talvolta ingombrante) provenienza regionale, qui cerco di sfuggire alla trappola dell’appartenenza nazionale. Sarà paradossale, ma nella retorica della “generazione Erasmus” non è così scontato concepire l’esistenza di identità plurime, senza bandierine né cliché, che non ricalchino le classiche e un po’ stucchevoli barzellette con un italiano, un inglese e un francese. Eppure, l’Europa è un mosaico di terre di mezzo dove i confini – soprattutto linguistici – si dissolvono e mescolano. Gli Erasmus che seguono con me il corso di “Geopolitica della Lingua Portoghese” parlano il francese della Vallonia, del Québec o della Guyana, oppure l’olandese delle Fiandre, l’ungherese della Romania, lo spagnolo di immigrati peruviani in Danimarca. Purtroppo la globalizzazione non ama le sfumature e la complessità che queste identità rappresentano.

Voglio però cogliere un risvolto positivo in questa smania di definizione: la possibilità di ridefinirmi. Chi sono? Se la risposta non corrisponde alla lingua che parlo, né allo status di ricco studente in vacanza (quale io non sono), cosa posso tirare fuori dal bagaglio che porto nel mondo, quale passaporto potrò mostrare dicendo “ehi, guarda qui, questo sono io”? In altre parole, cosa mi porto dietro dall’Italia, e dal Sudtirolo? Ci ho riflettuto, e credo di essere giunto a una buona sintesi.

Nella valigia sul volo Pisa-Lisbona, insieme ai miei affetti, c’erano due cose. Il Sudtirolo mi ha donato la lingua tedesca insieme alla lingua italiana, la possibilità cioè di abbracciare uno spazio più vasto, dal Baltico al Mediterraneo, che contenga le contraddizioni del confine linguistico. Dall’Italia, invece, porto con me esattamente ciò che sto cercando di replicare in questo momento: la piazza italiana coi tavolini all’aperto, la gioia della colazione con le rondini e un quotidiano da sfogliare. Ovunque io mi trovi, anche a casa mia, sono come il viaggiatore che si ferma al bar della stazione in attesa del treno. La mia patria è dunque una frontiera e una pausa. Anche ora, sto ingannando il tempo prima di scendere alla metro. Peccato solo che nei caffè di Lisbona non usi tenere il giornale.

#isoglosse

Non una questione per giovani

Bruno Fracasso, organizzatore del primo “sciopero per il clima” in Italia, sul ruolo dei media, l’esempio di Greta Thunberg – e cosa chiedere alla politica ogni venerdì.

Articolo pubblicato su Salto.bz il 22 febbraio 2019

La politica sinora non parlava dei cambiamenti climatici: che ora ne parli nei termini adeguati alla situazione è il grande obiettivo da raggiungere”. Il ventenne Bruno Fracasso, studente universitario nonché volontario del gruppo locale di Greenpeace a Pisa, è stato il primo in Italia a lanciare uno sciopero in difesa del clima, scendendo in piazza nei cosiddetti “Fridays for Future” (#FFF). Da novembre un gruppo di giovani (e non) si dà appuntamento il venerdì mattina in Piazza XX Settembre – di fronte a Palazzo Gambacorti, la sede del Comune di Pisa – per chiedere alle istituzioni locali di fare la propria parte. La stessa richiesta avanzata dagli oltre tremila studenti sudtirolesi che lo scorso venerdì sono sfilati per le strade di Bolzano, facendo “sentire la propria voce” affinché non resti inascoltata.

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Lo studente Bruno Fracasso durante uno dei “Fridays For Future” di fronte al Comune di Pisa.

Salto.bz: Si aspettava, quando ha iniziato con i presidi del “venerdì per il clima”, che saremmo arrivati a manifestazioni importanti come quella di Bolzano? Anche a Pisa e in altre città italiane i #FFF hanno preso piede molto velocemente, in modo efficace e sorprendente.

Bruno Fracasso: Sinceramente non avevo nemmeno pensato al futuro, quando ho iniziato. Di sicuro non mi sarei mai aspettato una cosa del genere, data la situazione che c’è in Italia: vedendo la scarsa sensibilità sul tema del clima, qualche mese fa, pensare di coinvolgere così tante città dopo appena due mesi era impensabile. Tutto quello che sta succedendo in Italia – come negli altri paesi, ma soprattutto in Italia – non me lo sarei aspettato. Per quanto riguarda Pisa, all’inizio non pensavo certo a un’evoluzione tale da arrivare a formare una specie di associazione. Ieri abbiamo fatto una prima riunione e i #FFF stanno assumendo sempre più i tratti di un’organizzazione. Non pensavo di raggiungere questo “traguardo” – anche se non abbiamo ancora ottenuto alcunché.

A dare il via agli scioperi è stata Greta Thunberg, la sedicenne svedese che ogni venerdì non si reca a scuola per denunciare l’inerzia della politica sull’emergenza climatica. Un modello che ha avuto seguito, dando la spinta ad altri movimenti. Quanto è stato importante il suo esempio?

Tutti, in Italia e non solo, si rifanno a lei. Penso che il suo contributo sia enorme e abbia fatto partire una cosa veramente grandissima. Gran parte del merito è suo, quindi, e anche ieri parlando al Parlamento europeo ha dimostrato la sua determinazione – alimentata anche dalla sindrome che ha (Asperger, ndr), grazie alla quale ha un’ossessione per la risoluzione di questo problema globale. La personalità di Greta sta spingendo e ispirando tantissime persone. Poi, secondo me, è anche merito dei media: se non fosse stata seguita dai media, sin da settembre, e se la spinta non fosse stata data anche in Italia, la questione non sarebbe esplosa a tal punto.

Gran parte del merito è di Greta – per come è fatta – e di tutti i media che ne hanno parlato spingendo le persone a seguirla. Vedere una sedicenne che si muove, così come sentire il linguaggio che usa, sono entrambi fattori determinanti nella diffusione del messaggio.

Greta Thunberg si esprime in un linguaggio molto diretto, che forse mancava tra gli “addetti ai lavori” sul tema del cambiamento climatico. Da almeno trent’anni si parla dei rischi che corre l’umanità, ma la giovane Thunberg ha ostentato quest’urgenza: “La nostra casa è in fiamme – sul clima dovete andare nel panico” ha detto a Davos rivolgendosi alla politica e all’economia mondiali. Conta più un linguaggio nuovo, o il fatto che a usarlo sia una sedicenne coraggiosa?

Il linguaggio è importantissimo. Il problema è che sinora si è sempre parlato in termini scientifici del problema, parlando sempre di emissioni, di gas serra, in termini tecnici e scientifici. Molte persone pensavano fosse solo una questione per gente “esperta”, che studia tali fenomeni, e non per le persone comuni. Il fatto che una ragazzina come Greta, invece, si sia mossa e ne abbia parlato in termini semplici, ha contribuito molto a diffondere il messaggio e a farlo arrivare anche alla gente “comune”. Vedere una sedicenne muoversi spinge le persone ad ascoltarla, ma anche il suo porre la questione in termini di “bianco o nero” ha un notevole impatto sull’opinione pubblica.

Gli scioperi per il clima sono in larga parte promossi da coetanei di Greta, o comunque persone giovani. Da decenni c’è chi si impegna nella lotta ai cambiamenti climatici. Ora questa battaglia sta a cuore solo ai giovani? Solo loro riescono a “mobilitarsi per davvero”, a suonare la campanella d’allarme agli adulti?

Innanzitutto la cosa è stata spinta dei media, che la dipingono un po’ come vogliono. In Italia intervistano soprattutto ragazzi – anch’io, che sono giovane – e non le varie persone di una certa età, perché vogliono descrivere questo movimento come un movimento di ragazzi. Da quello che ho visto è stata un po’ “pilotata”, l’hanno spinta in questa direzione. Conosco personalmente un ragazzo di almeno una trentina d’anni (nel coordinamento italiano dei Fridays for Future) che ha co-organizzato gli scioperi in Belgio, solo per fare un esempio. Si mostrano i ragazzi, ma non sono solamente loro a mobilitarsi: dietro c’è tanta gente di una certa età che non viene mostrata dalle telecamere.

Vedere così tanti giovani in piazza è solo un effetto mediatico?

Chiaramente, se i ragazzi vedono altri ragazzi muoversi, si scatena un effetto a catena: ora è facile portare in piazza i ragazzi, perché vedono sui social gli altri manifestare e dicono “facciamolo pure noi”. L’esempio rappresentato dai ragazzi, e l’effetto che questo ha sui più giovani, indotti a pensare sia “figo” scendere in piazza, non è un fattore da sottovalutare. Ovviamente e per fortuna ci sono molti ragazzi coscienti, che non scendono in piazza solo seguendo l’esempio degli altri. Ma i grandi numeri sono stati raggiunti in questo modo. A me sta bene così, perché ha certamente più impatto un messaggio secondo cui “i giovani si sono scocciati nel vedere gli adulti che non agiscono e quindi scendono in piazza per il loro futuro”. Non è un problema “pilotare” in questo senso.

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Un gruppo di partecipanti ai “Fridays for Future” sotto le Logge dei Banchi a Pisa

Greta Thunberg manifesta di fronte al Parlamento svedese, a Pisa manifestate davanti al municipio, a Bolzano sotto i palazzi della Giunta e del Consiglio provinciale. Si chiede alla politica di “fare qualcosa”. Ma cosa chiedete esattamente alla classe dirigente, dopo il fallimento dell’ultima conferenza per il clima in Polonia? Quale risposta giudichereste soddisfacente?

Occorre distinguere il piano locale da quello nazionale e internazionale. Fino a poco tempo fa ero informatissimo sugli aspetti “scientifici” dei cambiamenti climatici, diciamo la parte dei “problemi”: quella delle soluzioni, invece, la sto approfondendo solo ora. Perciò ammetto di essere inesperto. Tutti i movimenti dei #FFF a livello internazionale vogliono mantenere le richieste su un piano molto generico, non vogliono disperdere troppo le energie nel fare il lavoro dei tecnici, nel capire bene cosa fare. In altri paesi, per esempio in Svizzera, hanno sviluppato tre punti: decarbonizzazione entro il 2030, dichiarare lo stato di emergenza climatica, e dire la verità su come stanno le cose riguardo al clima. Già che se ne parli, e se ne parli nei termini che gli scienziati usano, cioè che è uno stato di emergenza e ci sono pochi anni, che la classe dirigente ne parli in questi termini sarebbe un grande risultato. Poi chiaramente bisogna che facciano capire qual’è la rotta da seguire per raggiungere l’obiettivo indicato dall’IPCC (il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, ndr) ovvero dimezzare le emissioni entro il 2030, e azzerarle nel 2050. In Italia esiste un piano “energia e clima”, ma secondo Greenpeace privilegia molto il gas naturale: questo piano di azione non è molto aderente a quanto servirebbe vista la situazione esistente. Poi bisogna vedere pure le coperture finanziarie per tutte le azioni previste, non è detto che ci siano. Ma qui si entra in un campo che non sono in grado di maneggiare.

Greta e tutti i ragazzi che stanno scioperando chiedono di dire la verità: la classe dirigente dica chiaramente quali sono gli atti concreti che intende attuare per raggiungere gli obiettivi nella lotta al cambiamento climatico.

Come vi state organizzando in vista della grande mobilitazione internazionale del 15 marzo, il Global strike for future”?

Per ora si vuole mantenere il coordinamento nazionale solo per decidere alcune cose comuni, come ad esempio che una città coinvolta deve fare i presidi la mattina, nella stessa fascia oraria, perché dev’essere uno sciopero e deve avere il medesimo impatto. Per il resto si lascia libertà a ogni città, non vogliamo far apparire le cose come calate dall’alto. Non sono state prese grosse decisioni riguardo il 15 marzo, ogni gruppo locale dei Fridays For Future decide cosa fare in autonomia. Oltre alla scelta dell’orario, abbiamo condiviso vari materiali. A Pisa abbiamo fatto una prima riunione ieri e stiamo sviluppando alcune idee, su come coinvolgere le scuole, la Consulta provinciale…

Com’è avvenuto a Bolzano.

Bolzano è un caso a sé. Appena nati, il primo giorno la pagina Instagram aveva novecento followewr, non so come abbiano fatto a raggiungere questi numeri in così poco tempo. Nessuna città italiana, nemmeno le più grandi come Roma, Milano e Torino che sono dentro da due mesi, è riuscita a fare tanto. Grandissimi.