Lo ius soli resta solo

Lo ius soli resta solo

Niente fiducia e rinvio all’autunno per la legge sulla cittadinanza, dopo lo stop di Alfano e dei senatori SVP. Il premier Gentiloni: “Non ci sono ancora le condizioni”.

Il disegno di legge sullo ius soli “temperato” non sarà approvato entro l’estate. “Tenendo conto delle scadenze urgenti non rinviabili in calendario al Senato e delle difficoltà emerse in alcuni settori della maggioranza – ha dichiarato domenica sera il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni – non ritengo ci siano le condizioni per approvare prima della pausa estiva il ddl sulla cittadinanza ai minori stranieri nati in Italia”. “Si tratta comunque di una legge giusta – precisa Gentiloni – e l’impegno mio personale e del governo per approvarla in autunno rimane”. Il ministro degli esteri Angelino Alfano loda il premier che “ha gestito la vicenda dello ius soli con realismo, buonsenso e rispetto per chi sostiene il suo Governo. Apprezziamo molto”. Per Matteo Salvini “è una vittoria della Lega“.

SVP: integrazione da dimostrare

Sullo ius soli il governo non ha più una maggioranzascriveva senza mezzi termini il Manifesto: “Alfano e SVP si sfilano, se il governo porrà la fiducia la formazione del Sudtirolo non la voterà”. Oltre ai parlamentari di “Alternativa Popolare” dei ministri Angelino Alfano ed Enrico Costa, a smarcarsi sono stati proprio i senatori della Südtiroler Volkspartei, su invito dell’Obmann Philipp Achammer. L’assessore provinciale all’integrazione, cultura e formazione tedesca invita il PD ad ancorare la “dimostrazione di integrazione” nelle norme al vaglio del Parlamento, altrimenti “la fiducia della SVP non sarà automatica“: “Non è sufficiente legare la concessione della cittadinanza esclusivamente agli anni oppure alla conclusione di un ciclo formativo”, ha affermato il Landesrat Achammer.

Colpo di pistola a Sarajevo?

Perfettamente d’accordo il senatore del gruppo delle Autonomie Karl Zeller: “Lo ius soli va legato alla disponibilità di integrazione” rimarcava Zeller in un’intervista “doppia” a Salto.bz con il collega Francesco Palermo. Il senatore bolzanino, favorevole al provveddimento, pronosticava il rinvio all’autunno, perché un voto di fiducia sarebbe troppo rischioso per la tenuta dell’esecutivo: “La legge sullo ius soli finirà in un nulla di fatto” aveva previsto Palermo. Per Fabrizio Cicchitto (Alternativa Popolare) era “opportuna una pausa di riflessione per affrontare il provvedimento a settembre. Se così non fosse vorrebbe dire che da parte di Renzi c’è l’intenzione di creare le condizioni per il cosiddetto colpo di pistola a Sarajevo e provocare un incidente parlamentare che determini la crisi del governo”.

Gentiloni mediava, Renzi frenava

Il segretario del PD Matteo Renzi si sarebbe rimettesso al premier Paolo Gentiloni dopo l’altolà dei centristi di Alfano e dei senatori delle Autonomie. Secondo l’ANSA, Gentiloni lavorava al varo della legge attraverso un “piano B”, nel disperato tentativo di una mediazione al Senato che avrebbe costretto il testo al rinvio alla Camera, per il via libera definitivo in autunno. Ma per il capogruppo dei democratici al Senato Luigi Zanda occorreva una severa verifica dei numeri di maggioranza su tutti i provvedimenti”. Sibbilino il renziano Matteo Richetti: “Lo ius soli non sarà la pietra d’inciampo di Gentiloni. Il PD seguirà le indicazioni del presidente del Consiglio, non vuole creargli ostacoli né intende far diventare lo ius soli un passaggio di crisi: negli ultimi mesi di legislatura andranno avanti leggi che hanno la ragionevole certezza del consenso di entrambi i rami del Parlamento”.

Ius soli temperato, ius culturae

Il disegno di legge, ricordiamolo, introduce uno ius soli “temperato” con il diritto a ottenere la cittadinanza (prima dei 18 anni) per i figli nati in Italia da genitori immigrati, a condizione che almeno uno di loro sia in possesso del permesso di soggiorno permanente (se extracomunitari) o del permesso di lungo periodo (se cittadini comunitari), ovvero che sia residente nel nostro paese legalmente e continuativamente da almeno 5 anni. Inoltre può ottenere la cittadinanza, dietro dichiarazione di volontà, il minore nato in Italia da genitori stranieri, o arrivato prima dei 12 anni, quando abbia frequentato in Italia un percorso formativo per almeno 5 anni e superato un ciclo scolastico (ius culturae). Può richiederla anche chi entra tra i 12 e i 18 anni, risieda da almeno 6 anni in Italia e abbia concluso un ciclo scolastico (o di istruzione professionale) ottenendo un titolo di studio o una qualifica.

Pubblicato su Salto.bz il 17 luglio 2017

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Noi, nella terra di mezzo

Noi, nella terra di mezzo

Ventidue anni ci separano dalla scomparsa di Alexander Langer, ma ancora oggi il suo saper “tradire” la propria appartenenza – qualsiasi essa fosse: linguistica, religiosa, ideologica – allo scopo di far incontrare e convergere opinioni tra loro apparentemente divergenti, e tradurle in una politica “non per il potere” (come titola una bella raccolta di suoi scritti) rappresenta un faro nel grigiore e nella mediocrità del dibattito pubblico contemporaneo. Basta aprire un social network al quale siamo iscritti, per assistere a un’incessante “guerra di posizione” alimentata a ogni ora del giorno da un’informazione frenetica, tra fake news, strumentalizzazioni – e innumerevoli semplificazioni. Non comunichiamo, non pensiamo assieme: assistiamo a un dibattito sul nulla, “muro contro muro”, fronti contrapposti (e disinformati) che litigano e si accusano a vicenda. Senza ascoltarsi un minuto.

Perciò la parola scritta e ragionata di Langer è per molti di noi così preziosa. Il suo porsi tra le barricate, avere la pazienza di ascoltare le ragioni dell’altro, senza mai partire da posizioni preconcette e irremovibili, attivando il dialogo: lo sforzo ecumenico di Langer è quello del mediatore di conflitti, del “costruttore di ponti, saltatore di muri, esploratore di frontiere”. Proprio su quegli argomenti di cui dibattiamo quotidianamente, che (come si suol dire) “spaccano” l’opinione pubblica, ci sarebbe un gran bisogno di simili figure mediatrici, che stiano in equilibrio su di una frontiera, in una “terra di mezzo” tra ignoranza e supponenza, dove nessuno ha torto o ragione, dove non esiste il nero o il bianco, dove non servono referendum tra il sì e il no, dove non ci sono vincitori né vinti. Porsi delle domande, avanzare dei dubbi, in un mondo in cui tutti hanno certezze: in ciò sta l’attualità del pensiero politico di Alexander Langer, la missione della sua ecologia esistenziale.

Lo impariamo dalle nostre relazioni quotidiane, con amici, persone care e amate, che a volte occorre rinunciare a qualcosa, fare un passo indietro per farne, insieme, due in avanti. Non cediamo alle generalizzazioni, non arrendiamoci al renzismo o al grillismo, piuttosto che ai “pro” o ai “no vax”: siamo stanchi, noi che stiamo lì in mezzo, senza riconoscerci in una parte o nell’altra, però proprio su di noi ricade la responsabilità maggiore. Se vogliamo prenderci cura del mondo e renderlo un posto un po’ migliore, non limitiamoci ad accusare le due parti di restare ferme, immobili. Dobbiamo muoverci in entrambe le direzioni, a piccoli passi, con pochi gesti e molte attenzioni. Impegnarsi a capire, spiegare, informare; riconoscere la complessità e al contempo renderla comprensibile a tutti. Occorre “tradurre tutto da tutti”, spiega Sofri ricordando Langer. È faticoso, ma in fondo si tratta solo di credere nell’umanità.

La CIA spiava la SVP

La CIA spiava la SVP

Dai documenti declassificati dell’intelligence americana emerge il quadro di una Südtiroler Volkspartei “sorvegliata speciale”, che nel 1946 cercò il sostegno della Jugoslavia socialista alla causa del ritorno all’Austria, offrendo in cambio la zona industriale di Bolzano come riparazione di guerra dell’Italia.

Per via di una causa legale persa, la Central Intelligence Agency (CIA) degli Stati Uniti ha reso disponibili online, dal novembre 2016 a oggi, ben 800mila file per un totale di 13 milioni di documenti declassificati, in ottemperanza al Freedom of Information Act (FOIA) che per volere di Clinton dal 1996 prevede un database accessibile al pubblico. Si tratta di rapporti sull’attività di spionaggio risalenti al periodo della Guerra fredda e sinora sottoposti al segreto di stato. Cercando nella “reading room” si trova di tutto – dai presunti avvistamenti UFO alle ingerenze degli 007 americani nell’industria e diplomazia internazionale. Una manna per storici e complottisti.

I documenti desecretati della CIA fanno luce però anche sui “main points” della questione altoatesina, dal 1946 agli albori del terrorismo. Ed emerge il quadro di un Sudtirolosorvegliato speciale” dagli USAtemevano una svolta in senso nazionalista per reazione alla politica di appeasement attuata a Roma dal gruppo dirigente fondatore della Südtiroler Volkspartei – malvisto a Innsbruck (dove si fantasticava uno “Stato del Tirolo”) né troppo considerato da Vienna e neppure dal Vaticano. Continua a leggere su Salto.bz >>

Rive sconosciute

lob der flucht

Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, o la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione.
Forse conoscete quella barca che si chiama Desiderio.

Henri Laborit, Lob der Flucht / Elogio della fuga

Le tenebre linguistiche

Le tenebre linguistiche

Del film di Denys Arcand L’Âge des ténèbres (“L’età barbarica”, 2007) colpisce molto l’atmosfera surreale (e inquietante) con cui il regista descrive il suo Québec: un’isola apparentemente felice diventa l’inferno della disumanità contemporanea, dove lo stato del benessere è intrappolato in un’agghiacciante freddezza burocratica. Nella provincia francofona del Canada lavora Jean-Marc, funzionario governativo presso l’Ufficio dei reclami, deputato a raccogliere lamentele di cittadini insoddisfatti dei servizi ministeriali. Negli uffici vige il divieto assoluto di fumare e circolano unità cinofile anti-fumo. L’ossessiva e persecutoria applicazione delle regole di politically-correctness si scontra con l’indifferenza verso i problemi di chi si rivolge per chiedere aiuto; per legge è vietato usare la parola “negro” e quando Jean-Marc dirà ad alta voce che il suo collega di colore “lavora come un negro”  (battuta apprezzata dall’interessato) subirà un processo ipocrita, che s’appella alla rigida legislazione linguistica del Québec. Il protagonista – con un passato di idealista – condurrà un’esistenza kafkiana, sprofondando in un mondo onirico di fantasie narcisistiche ed erotiche. Evasioni felliniane da un sistema di apparente tolleranza.

Dalla finzione torniamo alla realtà, in Europa, a casa nostra. Nel Belgio sono innumerevoli gli episodi di intolleranza toponomastica. Come racconta l’inviato della rivista GEOJörg-Uwe Albig,  gli attivisti fiamminghi del Taal Aktie Komitee (“Comitato d’azione linguistica”) sono “tormentati dai cartelli”: sommergono le Fiandre di lettere nelle quali chiedono di rinunciare a insegne solo in francese o bilingui. Contro il presunto dilagare del francese (verfransing), scarabocchiano sulla segnaletica bilingue che indica i nomi delle località, arrivano a gettare fiale puzzolenti nei consigli comunali se qualcuno prende la parola in francese, a iniettare colla nei chiavistelli delle scuole francofone o danneggiare i supermercati a clientela “francese”. Nei comuni fiamminghi a maggioranza di madrelingua francese è una lotta senza quartiere: sono istituiti sportelli comunali dove i cittadini più attenti possono denunciare ogni infrazione della monocultura linguistica e in alcune assemblee municipali un incaricato del governo regionale veglia affinché non si parli francese. Precise norme del Ministero degli interni obbligano a diffondere comunicazioni solo in olandese. Persino gli incendi possono essere spenti solo da pompieri fiamminghi anche quando la caserma dei colleghi di Bruxelles è più vicina. Sentendosi discriminati, i francofoni delle Fiandre propendono ora per l’annessione alla confinante regione bilingue di Bruxelles, la cui circoscrizione elettorale era al centro dei negoziati che per 535 giorni hanno paralizzato il paese prima della formazione del nuovo governo di Elio Di Rupo. Un tempo, a essere discriminati, erano i fiamminghi: l’olandese divenne lingua ufficiale nel 1898 (dopo 70 anni), il governo parlò francese sino al 1962. Nel frattempo, avvenne il riscatto economico delle Fiandre: la regione contadina si trasformò in moderna area commerciale, sorpassando la Vallonia del carbone in crisi. La lingua delle élite dal francese, oggi è passata al fiammingo. E scaricare la povera Vallonia al proprio destino è più che una tentazione.

Non vi ricorda qualcosa? Viene da domandarsi se l’ipotetica indipendenza da uno Stato (nazione, come l’Italia, o già plurinazionale come il Belgio) e il superamento del concetto di minoranza (nazionale e/o provinciale, portatore del valore di “tutela” delle diversità culturali sottoposte al rischio di assimilazione) possa avere un effetto benefico sullo sviluppo di un sano bi-plurilinguismo o piuttosto perpetuare e persino amplificare (magari per legge) rivalse e dispute linguistiche, ossessioni identitarie e fissazioni irrazionali. Al legislatore spetterebbe invece il dovere di tutelare chi è cresciuto in un contesto sostanzialmente pacifico dalle degenerazioni di quanti – anziché occuparsi di problemi reali – problematizzano ciò che in un mondo globalizzato e pluriculturale dovrebbe costituire la normalità: il coesistere, l’una a fianco all’altra, di più lingue e l’asimmetrica alternanza tra loro. Senza che l’una si senta minacciata dall’altra.

Update 5.4.2012: Brennerbasisdemokratie risponde qui.

Un’unica gabbia interetnica

Un’unica gabbia interetnica

Gastkommentar Valentino Liberto.

[testo originale] In Sudtirolo ci sono ipotesi futuribili che nascondono verità sottese al dibattito pubblico: parlando di Selbstbestimmung o Freistaat si sceglie una tribuna, ma non si conosce la squadra per la quale si tifa né quella avversaria. I gruppi linguistici evadono sistematicamente dalla trattazione critica dei rispettivi patrimoni culturali d’appartenenza, benché a loro volta “sulla carta”. La mappa geografica vedrebbe gli uni al confine (o alle porte) del Kulturraum di lingua tedesca, gli altri come isola linguistica italiana ai margini estremi dell’Italia. In entrambi i casi, una periferia “cerniera” difficilmente al centro di qualcosa. Sarà per questa ragione che vogliamo essere l’ombelico di un mondo costruito a nostra immagine e somiglianza. Un confronto mediato tra divergenze tangibili è impossibile: il conflitto latente tarda a farsi risolutivo e definitivo perché basato su molteplici cliché, rappresentazione teatrale dell’italianità o del Tirolertum, mentre in realtà pensiamo tutti alla stessa maniera. Se apparentemente l’identificazione con la squadra del cuore è tanto chiara da osteggiarne una avversaria, è solo l’inalterabilità sudtirolese – variamente definita – ad essere sempre difesa a spada tratta. Il Sudtirolo è al centro dei pensieri, viene prima di ogni altro scrupolo. Quanti sudtirolesi, di lingua tedesca o italiana, sarebbero in grado di elencare proprie contaminazioni culturali provenienti dal retroterra mitteleuropeo e deutschsprachig oltre-Brennero oppure legate a una o più tradizioni regionali dell’Italia a sud di Salorno? Chi si tiene quotidianamente aggiornato di quanto accade a Vienna e Stoccarda piuttosto che a Venezia e Milano – se non nel vasto panorama europeo? Solo i ladini, quali superstiti retoromanzi tra le dolomie, paiono immuni all’autoreferenziale. I pochi a padroneggiare la materia d’altri sono trattati con diffidenza. Non è questione per acculturati: lo scambio culturale in campo intellettuale, letterario, politico, artistico, musicale o culinario avviene tramite piccoli gesti individuali.

In questi anni abbiamo speso fiumi d’inchiostro sulla “questione sudtirolese”, chiacchiera continua di per sé unificante e che appiana differenze. Basti pensare alla selva di libri annoverabile sotto la categoria «Tirolensien», esercizio stancante (o persino irritante) di convivenza passiva. In Sudtirolo parlano dell’Alto Adige mentre scrivono di Südtirol, vagheggiando una Heimat comune. Sarà forse un caso che i sudtirolesi di nascita più noti “all’estero” – Luis Trenker, Franz Tumler, Claus Gatterer, Hans Glauber, Alexander Langer, Anita Pichler, i giornalisti Lilli Gruber, Ulrich Ladurner e Gustav Hofer, il premio Nobel alternativo Monika Hauser – siano degli emigrati? Non è significativo il recente successo editoriale di Francesca Melandri e Sabine Gruber, scrittrici migranti dalle biografie incrociate?

I confini provinciali sono divenuti una «gabbia interetnica». Ognuno di noi ha contribuito in qualche modo a quest’ingabbiatura trasversale e comune a tutti. La scarsa attitudine dei sudtirolesi a guardare verso un orizzonte più ampio, identificandosi nell’Europa, si traduce persino nel rinnegare qualsivoglia legame con un ambiente allargato, non ristretto al Land tra i monti. Persino Tirolo storico, Trentino-Alto Adige o l’Euregio diventano oggigiorno una maglia troppo larga, addirittura la candidatura a Capitale Europea della Cultura col Nord-Est scontenta taluni. Meglio far da sé, produrre in proprio un’autarchia culturale e politica. Ma quanto potrà ancora resistere l’isolamento forzato nella fortezza? Sopravvivrà alla crisi del modello di autogoverno sinora autosufficiente? Staremo a vedere. Una cosa però oramai è certa: il «Gesamtsüdtirol» langeriano – aldilà degli Stati-nazione e senza rispettive madrepatrie tutrici – s’è realizzato. Ma anziché sommare i due mondi, il Südtirol autonomo e già sovrano è stato capace di formidabili reciproche sottrazioni. C’è di cui vantarsi.

Il volto plastico del Sudtirolo

plastico

[…] Quando lo incrociai per la prima volta sul Forum dell’ff, non potei fare a meno di pensare: “Ecco un altro poveraccio che sta per inghiottire il confine!” Poi la cosa è accaduta e, post dopo post, sono trascorsi degli anni. Oggi Valentino ragiona da uomo politico “precocemente maturo”: il confine che cinge il Sudtirolo è davvero la sua seconda colonna vertebrale. C’è solo da augurarsi che la smetta di frequentare brutte compagnie. Loiny, commento su SegnaVia, “Sentire il confine”, giugno 2008

Dal 1997, nella mia camera, è appesa una carta del Sudtirolo. E’ una carta fisica molto particolare, di quelle con i rilievi montuosi messi in evidenza, appunto “in rilievo”, dove si distinguono nettamente le vallate dolomitiche che fendono l’arco alpino, ferite non rimarginabili in un corpo freddo e solido. Ricordo bene quando indicai la mappa, esposta in un negozio nella centralissima Via Alto Adige, a Bolzano. “Guarda che bella…”, dissi a mia madre, il cui volto rassicurante esprimeva anche in quella circostanza una perplessa approvazione, con quel sorriso difficilmente interpretabile che da sempre la contraddistingue. Ritrovai l’ingombrante plastico di ritorno a casa, impacchettato in modo tale da non danneggiarlo nel difficile trasporto sino al sesto piano di Viale Trieste. Guardai rallegrato i miei genitori, per l’inaspettato regalo. La sorpresa lasciò ben presto spazio alla fantasia irrefrenabile di un bambino. La mente si perdeva tra i punti neri stampati sulla carta, il tratto blu dei corsi d’acqua, le cime riprodotte goffamente dal materiale plastico, piegato in modo tale da riportare quasi fedelmente la morfologia del territorio sudtirolese. I nomi bilingui li conoscevo ormai a memoria. Un’altra carta geografica aveva accompagnato la mia infanzia: lo scatto panoramico, a volo d’uccello, era un apprezzabile disegno realizzato a mano, stampato dall’Athesia su una carta plastificata arrotolabile. Non mi disturbava la differente intitolazione delle due rappresentazioni: la prima – in ordine cronologico – recava la scritta “Panorama Südtirol”, coi toponimi in lingua italiana indicati al secondo posto, e la seconda, “Provincia di Bolzano”, con toponomastica tedesca riportata tra parentesi. Le ragioni di tale inversione linguistica restavano a me ignote e non mi interessava approfondirle. Sulla carta ritrovavo i luoghi della mia vita e ciò mi bastava. Indicavo con precisione millimetrica le vie percorse ogni weekend, misurate con l’ausilio di un righello; le distanze tra una meta e l’altra di periodiche gite fuori porta non superavano quasi mai i quaranta centimetri, sufficienti per dominare lo spazio ideale di un metro quadro in cartone. All’interno di quel contorno rettangolare bianco, che delimitava la porzione di globo riprodotta in scala, mi sentivo libero. Infinitamente libero.

Libertà o incastro? Parte del mio entusiasmo infantile scaturiva dalla piena padronanza di una modesta fetta di mondo. Mi sono chiesto spesso se negli anni sia riuscito a disincastrarmi da quell’immaginario del Sudtirolo morfologico per fare un salto in avanti e guardare dritto negli occhi la realtà che circondava una mera fotografia cartacea. Oppure se la liquida quotidianità tutt’attorno non fosse null’altro che la proiezione maligna del plastico tinta marrone, divenuto tanto familiare. Nel dubbio, l’alternarsi delle stagioni trasformò l’universo concentrato di un bambino – che scopriva il mondo in pillole cartografiche – in un labirinto impolverato adagiato alla parete, mentre il fastidio alla testa, prodotto dal chiodo fisso con sopra inciso “Panorama Südtirol / Provincia di Bolzano”, che negli anni ’90 trafisse irrimediabilmente la materia cerebrale, è lenito soltanto da poche divagazioni spazio-temporali. Il Sudtirolo mi osserva, sfregiato e sporco, inchiodato al muro. Io resto immobile al suo cospetto, incapace di distogliere lo sguardo. E per sopravvivere, non resta altra possibilità che convivere con l’eterno, nefasto fascino di quel volto oscuro e minaccioso.

L’ombra di Bruneck

Bruneck/Brunico.

Dedicato a Loiny, in un impeto compositivo senza troppe preteseIl conflitto interiore tra patrie indesiderate e desiderio di Heimat, tra confini rinnegati ed eterni confini: cronaca di una serata movimentata a Brunico, mentre a Bolzano si svolgeva la fiaccolata degli Schützen davanti al Monumento alla Vittoria.

Patria, Heimat. Marmo bianco, vetro-acciaio. Lumini accesi, neon accecanti. Cubi razionalisti, geometrie curve. «Hinc ceteros excoluimus lingua legibus artibus», «alto adige / alto fragile / reiseland / durchgangsland / niemandsland», «terra di viaggio, terra di passaggio, terra di nessuno» scrisse n. c. kaser. Cappelli piumati versus fascisti in giacca nera, giovani ladini e sudtirolesi alternativi. Piazza della Vittoria, Rathausplatz. Bolzano italica, Bruneck interetnica.

La birreria è nuova e affollata. In una recensione, leggo: «Il “Rienzbräu” unisce tradizione e innovazione, l’ampia vetrata lato strada e l’illuminazione rendono meno tenebrosi gli ambienti interni tipicamente bavaresi». Al tavolo accanto si parla di Obama, come presso la tavolata di inglesi a centro sala. Negli USA i giovani incoronano il democratico, qui i Freiheitliche fanno proseliti tra i coscritti. Sfoglio nervoso l’Espresso, in attesa di un messaggio al cellulare. “E se vincesse McCain?”: Gott sei Dank, grazie a Dio non è accaduto. Mi guardo attorno perplesso. Surreale familiarità. Arriva un sms: «Perché non vieni?». Pago Radler e fusilli “alla siciliana” ed esco frettoloso dal locale.

All’UFO sbarco su un altro pianeta. Il moderno centro giovanile si erge in superficie ai margini del bosco, alle porte della città. «Un luogo dove i giovani possono sprigionare liberamente le proprie energie e suonare del buon rock», direbbe un noto albergatore di Corvara. Eppure persino qui domina il rigore da Tirolo borghese. Ragazze e ragazzi di buona famiglia, perlopiù ‘tedeschi’ o mistilingui, vestiti bene, con occhiali dalle montature importanti, sciarpe e cappelli, look anni ottanta, intellettuali o pseudo tali, trovano posto nel bar arredato con cura, ballano ordinati in pista, bevono con relativa moderazione. Seguo distratto il concerto “indie” di un gruppo tedesco rivelazione nel panorama musicale europeo. Tra le note risuonano i tamburi delle Kompanien, il loro ritmo scandisce le parole del cantante. Il pubblico segue estasiato, il cammino procede. Continue reading “L’ombra di Bruneck”