Netflix farà una serie su Curon

Netflix ha annunciato oggi la realizzazione di una nuova serie sulla storia drammatica di Curon Venosta (Bolzano), il paese del campanile nel lago già protagonista del libro di Marco Balzano Resto qui, secondo al Premio Strega 2018. L’annuncio è stato dato su Twitter con lo screenshot della nota di un iPhone, dove si spiega che Curon sarà “un drama dagli elementi sovrannaturali” e che il titolo riprende il nome di “un paesino del Trentino (sic)“.

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Cosa mi porto dietro

Trascorro questo caldo e pigro pomeriggio di sole seduto ai tavolini di Manteigaira, all’ombra della tettoia del mercato di Ribeira, tra il brusio dei passanti, i rumori della via trafficata, qualche autoradio a palla, una sirena, il campanello di una bici, i treni in controluce diretti a Cascais. Di tanto in tanto sulla ciclabile sfreccia un monopattino, nuovo mezzo di trasporto nel paesaggio urbano di Lisbona. Anch’io, nel mio incarnare lo stereotipo del turista, faccio parte di questo paesaggio in rapida trasformazione: ordino un caffè e due pasteis de nata in uno dei luoghi più commerciali della capitale. Insomma, sto qui seduto come un turista qualunque, con indosso una maglia a maniche corte, a fissare i famosi tram gialli, e mi chiedo cosa mi distingua, mi definisca e separi dalla città che mi circonda. Non sono portoghese: sono uno straniero, uno studente Erasmus, un turista dicevo, anche un po’ banalotto. Qualcuno potrebbe persino individuare in me un lifestyle migrant, ovvero un soggetto che si sposta da una capitale europea all’altra perché giovane, benestante, multikulti, e Lisbona è la sua nuova meta, la nuova moda, la nuova Mecca.

Vivere un periodo all’estero costringe, in un modo o nell’altro, a definirsi. Costretti nella nostra condizione di stranieri, siamo invitati a identificarci di continuo. A spiegare chi siamo, o peggio ancora, da dove veniamo. Nel contesto degli studenti Erasmus, il criterio prevalente è inevitabilmente quello della nazionalità. Parlo italiano, vengo dall’Italia, quindi sono “italiano”. Da quale città, mi chiedono? Quando non ho voglia di stare a spiegare dove sta Bolzano (“nel nord vicino al confine con l’Austria”) rispondo Pisa. E poi non dico mica una bugia: in Toscana ci vivo da alcuni anni e da un paio i miei rapporti con il Sudtirolo si stanno diradando. “Non dire cavolate, tu non sei di Pisa” dicono le mie colleghe napoletane al corso di portoghese, ma ammettono di essere un po’ disorientate dal mio accento del Nord con qualche cadenza toscana. “E poi sei un nordico anomalo, com’è che ti piace così tanto il Sud Italia?”.

Quando incontro una persona proveniente dalla Germania o dall’Austria, mi capita di svelarle la mia conoscenza della lingua di Goethe “perché vengo dal Sudtirolo”. Approfitto di queste occasioni per scambiare qualche parola in tedesco, aggirando le mie difficoltà con l’inglese. Vivo l’etichettatura nazionale con un pizzico di disagio: così come in Italia cerco di togliermi di dosso il peso della mia (talvolta ingombrante) provenienza regionale, qui cerco di sfuggire alla trappola dell’appartenenza nazionale. Sarà paradossale, ma nella retorica della “generazione Erasmus” non è così scontato concepire l’esistenza di identità plurime, senza bandierine né cliché, che non ricalchino le classiche e un po’ stucchevoli barzellette con un italiano, un inglese e un francese. Eppure, l’Europa è un mosaico di terre di mezzo dove i confini – soprattutto linguistici – si dissolvono e mescolano. Gli Erasmus che seguono con me il corso di “Geopolitica della Lingua Portoghese” parlano il francese della Vallonia, del Québec o della Guyana, oppure l’olandese delle Fiandre, l’ungherese della Romania, lo spagnolo di immigrati peruviani in Danimarca. Purtroppo la globalizzazione non ama le sfumature e la complessità che queste identità rappresentano.

Voglio però cogliere un risvolto positivo in questa smania di definizione: la possibilità di ridefinirmi. Chi sono? Se la risposta non corrisponde alla lingua che parlo, né allo status di ricco studente in vacanza (quale io non sono), cosa posso tirare fuori dal bagaglio che porto nel mondo, quale passaporto potrò mostrare dicendo “ehi, guarda qui, questo sono io”? In altre parole, cosa mi porto dietro dall’Italia, e dal Sudtirolo? Ci ho riflettuto, e credo di essere giunto a una buona sintesi.

Nella valigia sul volo Pisa-Lisbona, insieme ai miei affetti, c’erano due cose. Il Sudtirolo mi ha donato la lingua tedesca insieme alla lingua italiana, la possibilità cioè di abbracciare uno spazio più vasto, dal Baltico al Mediterraneo, che contenga le contraddizioni del confine linguistico. Dall’Italia, invece, porto con me esattamente ciò che sto cercando di replicare in questo momento: la piazza italiana coi tavolini all’aperto, la gioia della colazione con le rondini e un quotidiano da sfogliare. Ovunque io mi trovi, anche a casa mia, sono come il viaggiatore che si ferma al bar della stazione in attesa del treno. La mia patria è dunque una frontiera e una pausa. Anche ora, sto ingannando il tempo prima di scendere alla metro. Peccato solo che nei caffè di Lisbona non usi tenere il giornale.

#isoglosse

Perché abbiamo abbandonato i blog?

Perché da tempo ho abbandonato questo blog? Perché abbiamo abbandonato i blog? Cosa è cambiato nelle nostre abitudini rispetto a una decina di anni fa? Sono domande che vale la pena porsi e su cui dovremmo interrogarci tutti, noi frequentatori di Internet.

Quando aprii questo blog, nel 2007, navigavo da un paio d’anni. Leggevo molto, scrivevo altrettanto, commentavo articoli altrui. Passavo da una piazza virtuale all’altra: piazze “arredate” in vario modo, dal nome all’estetica, che lasciavano spazio alla creatività e alla fantasia, a inclinazioni personali o collettive. Certi pomeriggi era come trovarsi a casa di amici, a discutere davanti a una fetta di torta. Uno di loro, di fronte ai lunghi dibattiti sotto ai suoi post, creò un tag per le “discussioni riuscite”. Perché i blog non dimenticano, ma archiviano, e la loro memoria non dura solo il tempo di uno “scroll” sul news feed. Oltre ad accorciare le distanze, la forza di internet è proprio quella di “stratificare” la conoscenza, attraverso il collegamento (ovvero i link) tra documenti di diversa provenienza. È così che mettiamo in rete idee, immagini, esperienze, racconti, luoghi.

L’avvento dei social network (e delle app) ha rivoluzionato le nostre abitudini, calamitando la nostra attenzione appena teniamo in mano uno smartphone o accendiamo il computer, e togliendo ossigeno ai blog come ad altri siti web. Passiamo ore online solo per “distrarci”, finendo per sciupare (tutto) il nostro tempo libero con un riflesso condizionato. Tale trasformazione ha generato in me un senso di frustrazione. Nel tempo mi sono dato varie spiegazioni sul perché di questo malessere, ma non sono mai riuscito a formulare una risposta compiuta e ragionevole, che non suonasse nostalgica. Sino a quando, all’Internet festival di Pisa, ho ascoltato le parole di Hossein Derakhshan.

5 cose sul “caso” Achammer

Mi sono venute in mente un paio di riflessioni, anzi, 5 cose (gli elenchi vanno di moda) riguardo al “caso patente” di Philipp Achammer.

  1. L’articolo su Salto.bz è stato il primo (e per moltissime ore l’unico) a riprendere l’inchiesta di ff in lingua italiana e online. In poco tempo si è generata un’ondata impressionante di condivisioni e visualizzazioni, che lo hanno reso il pezzo in italiano di Salto.bz in assoluto più letto del 2017. Per una duplice ragione: è stato condiviso da molti altoatesini di lingua italiana, ma ovviamente è stato letto anche da tantissimi naviganti di lingua tedesca che non trovavano altrove la “storia” di ff e non avevano alcun problema a leggersi il mio resoconto in italiano della vicenda. L’esclusiva online di Salto.bz ha fatto così leva sulla conoscenza dell’italiano dei sudtirolesi per poter “espandersi” sul mondo italiano. Due piccioni con una fava.
  2. Achammer è l’assessore alla cultura e scuola “tedesca” (e Obmann della SVP). Dal segretario SVP, i sudtirolesi (di lingua tedesca) pretendono onestà e trasparenza, com’è giusto che sia, ma dal canto loro pure “gli italiani” del Sudtirolo si indignano per il comportamento del giovane assessore. Di sicuro è presente una matrice “etnica” – quel “ecco, vedete?, pure i tedeschi sono disonesti!” cavalcato soprattutto dal centrodestra bolzanino – ma di questo dirò più avanti. Ciò non toglie che un esponente di spicco della giunta provinciale (e della Volkspartei) catalizzi l’attenzione di tutti i sudtirolesi, a prescindere dall’appartenenza linguistica. L’efficienza (vera o presunta) dell’amministrazione provinciale è un orgoglio anche per molte persone di lingua italiana che vivono in Alto Adige. Non dimentichiamolo.
  3. Questa dinamica insegna moltissimo a chi, come noi a Salto.bz, è impegnato a realizzare un media plurilingue. “Tradurre” la storia di ff in italiano significa portare all’attenzione di tutti gli abitanti del Sudtirolo un fatto accaduto a un esponente politico “tedesco” che solo all’apparenza può interessare unicamente ai “tedeschi”. Per me è scontato, ma non lo è per tutti – e non solo perché ff viene letto poco dagli italiani (sappiamo qual è la situazione delle competenze linguistiche). Tradurre agli italiani del Sudtirolo il mondo di lingua tedesca (o viceversa) è un impegno che sta a cuore a sempre meno persone. Ma se Salto avesse riportato la notizia solo in tedesco, sarebbe rimasta confinata per 24 ore a quel gruppo, lasciando un terzo della popolazione del tutto ignara dell’accaduto. Ed è solo un esempio tra tanti.
  4. È vero, i segni dell’intramontabile (quanto virtuale) conflitto etnico sono palpabili, tra gli italiani che additano Philipp Achammer. Altrettanto vera, però, è la trasversalità dell’indignazione, che valica i confini linguistici per unirsi in una rabbia comune. Il che generava un curioso fenomeno: tra i commenti sui social la rabbia “anti-politica” si alternava in lingua italiana e tedesca. Una rabbia inter-etnica che politicamente, in Sudtirolo, può essere incarnata da un’unica forza politica: il Movimento 5 Stelle, o meglio, il consigliere Paul Köllensperger. Da tempo i Verdi – sempre più “di governo” e sempre meno “italiani” – hanno perso il monopolio di oppositori interetnici, mentre sul lato tedesco i Freiheitliche sono ancora reduci dagli scandali (magari si riprendono). Teniamone conto, in vista delle elezioni provinciali del 2018.
  5. Dicevo della rabbia: a ben guardare, la vicenda di Achammer di per se non è nulla di così significativo rispetto ad altri scandali che hanno colpito la classe politica locale e nazionale. Il presunto favore è di poco conto, il ricorso forse era persino fondato. Aspettiamo la spiegazione ufficiale che certamente arriverà. Intanto però oltre un terzo dei “mi piace” su facebook sono “faccine incazzate”. La rabbia veicolata dai social è la più virale, irrazionale e inquietante cui ci capiti di assistere di questi tempi. Dobbiamo quindi fare attenzione a dosare la denuncia, a pesare le parole, ogni qual volta mettiamo in luce uno scandalo. È un compito fondamentale di noi addetti dell’informazione, non “aizzare le folle” né tantomeno cavalcarne l’indignazione. E mettere in luce i veri scandali, le vere ingiustizie – e anche le nostre incoerenze.

Ultima istantanea.

di Alice Ciccioli

Cosa vede il nostro accompagnatore guardando con i suoi occhi quello che fino ad allora aveva visto attraverso i nostri? Ogni cosa che ci appartiene o a cui siamo legati, una volta che viene mostrata ad altri, ci sfugge dalle dita. Nonostante per noi sia piena di vita, densa di significati, e nonostante siamo proprio noi a presentarla, la persona che stiamo accompagnando può, senza tanti complimenti, non vedere nulla di quello di cui stiamo parlando. Anzi, può addirittura vederci se stessa e riempirla a sua volta di vita e di significati che sono altro da noi.
Ci sono punti fermi, cose oggettivamente belle che lasciano poco spazio all’interpretazione: c’è il profilo del Conero che si tuffa nel mare a picco, sullo sfondo il cielo cangiante del tramonto; ci sono i Sibillini vicini ed imponenti, che man mano che il sole scende si fanno piatti e neri come ombre cinesi, prima di scomparire nella notte.
Ma ci sono anche le sfumature, sfuggenti e indescrivibili: i silenzi dei campi, il cielo ampio, le colline che non svettano ma riempiono lo spazio che c’è tra quel lontano mar e quei monti azzurri. Come fare ad imbrigliarle, domarle, per poterle presentare senza fraintendimenti a chi stiamo guidando? Come si fa a spiegare una terra che è semplice e trasparente, con posti pieni di storie ma sorvolati dalla Storia, luoghi e persone che non si sanno raccontare neanche quando sono costretti a farlo.

Non si può.

Se invece si lascia indietro la preoccupazione del riuscire a tradurre (senza tradire) le sensazioni, cercando per esempio le parole per descrivere il sorriso che nasce quando il vento sospinge nuvole bianche e grandi verso le montagne – che in prospettiva sembrano della stessa dimensione – nel cielo di mezzogiorno, quel sorriso lì e non un altro, se si abbandona la pretesa di trovare qualcosa da raccontare quando non c’è nulla da dire, allora si diventa esploratori.
Le cose già viste e conosciute non sono più le stesse, i significati non si svuotano ma si moltiplicano, ogni posto è un posto nuovo in un continuo arricchirsi. L’altro le vede ma sono sempre state lì, solo non ce ne accorgevamo – o non potevamo accorgercene.

Siamo appena arrivati a Loro, felici e un po’ provati dopo tre giorni di Montelago. Valentino esce sul terrazzo: «Dev’essere difficile andare via da qui», dice.
E non c’è molto altro da aggiungere.

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