Istantanee marchigiane (2).

Prosegue da qui: Istantanee marchigiane (1). 

Leopardi & Kaser a Montelago.

Serravalle (MC). Si alza il vento sui prati dell’altipiano di Colfiorito, “terra di mezzo” tra Marche e Umbria, portando un po’ di refrigerio nella tenda Tolkien stracolma di spettatori. Siamo al Montelago Celtic Festival: una grande festa popolare che ogni anno, ad agosto, accoglie quasi ventimila persone da tutto il Centro Italia. Un accampamento sconfinato nel quale per tre giorni “il popolo di Montelago” – come usa chiamarlo qui – si muove tra una distesa di tende e gli stand gastronomici delle “Pro Loco” della zona, birre alla spina e concerti di cornamuse nordiche, riti e matrimoni celtici. Sembra una fuga dalla realtà, in una realtà parallela fantasiosa, felice e un po’ folle, dove ognuno è libero di essere come vuole. Non fa eccezione l’eclettico filosofo e autore teatrale Cesare Catà, che dà vita a lezioni-spettacolo di letteratura molto seguite – tanto che la tenda Tolkien non basta ad accogliere tutti. Catà si muove per il festival a bordo di una bici verde, con un ombrellino eccentrico a proteggerlo dal sole cocente. “Tutti i marchigiani sognano di andarsene” esordisce Catà difronte al suo pubblico in silenzio. Anche Giacomo Leopardi, il poeta di Recanati, amava e odiava la sua terra, ma ne aveva assunto il nichilismo, “il nichilismo di Macerata” appunto. E anche quel suo infinito domandare nelle poesie, quel dare del “tu” alla luna e al mondo, lo prese proprio dall’accento maceratese. Nei borghi della terra che trema, quando si parla del politico di turno, non di raro si sente pronunciare “ma io dico, tu si lu sindaco!”, “ma io dico, tu si l’Europa!” – e perché non “tu si la luna”? Giacomo scappò dal natio borgo selvaggio, si lasciò alle spalle lo stormir tra le piante di queste colline, per cercare una vita altrove. Ma il mondo, fuori dalla Marche, si rivelò una più grande e sporca Recanati. “Il bisogno di poesia è il bisogno di una casa, quando non si ha più una casa. Casa-parola, che nomina le cose di cui abbiamo davvero bisogno”, per usare le parole di un amico.

Inseguo Cesare Catà per due o tre giorni, sotto il sole di Montelago. Ci diamo appuntamento varie volte, l’ultima al pub Mortimer; aspetto invano una mezz’ora. Sconsolato torno alla tenda backstage, dove lavora Alice. Lo trovo lì seduto, la bici al suo fianco, sorridente come nulla fosse. “Sin da piccolo frequento il Sudtirolo, in particolare Brunico, e tra le Dolomiti ho scoperto Dolasilla, la regina impavida dei Fanes che tanto ricorda le leggende della Sibilla Appenninica”. Catà è molto legato a due brunicensi in particolare: “Nicolò Cusano, cardinale genio del Rinascimento, astrologo e filosofo, sul quale ho fatto il dottorato. E il Dylan Thomas del Tirolo, Norbert Conrad Kaser. Il poeta scrisse pagine furenti sull’industria turistica, prevedeva quello che sarebbe accaduto”. Kaser tradusse in tedesco Montale, Quasimodo, Fortini, Francesco d’Assisi – e l’Infinito di Leopardi. Quando scende il sole, si alza il fumo delle grigliate tra le tende, e l’umidità dell’antico lago di Plestia, che copriva l’altipiano al tempo dei Romani. Si alza anche la luna (“luna in piena” scrisse n.c. kaser), la stessa che Leopardi osservava posarsi sulle sue colline: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai / Silenziosa luna?”.

Istantanee marchigiane (3).

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