Il volto plastico del Sudtirolo

plastico

[…] Quando lo incrociai per la prima volta sul Forum dell’ff, non potei fare a meno di pensare: “Ecco un altro poveraccio che sta per inghiottire il confine!” Poi la cosa è accaduta e, post dopo post, sono trascorsi degli anni. Oggi Valentino ragiona da uomo politico “precocemente maturo”: il confine che cinge il Sudtirolo è davvero la sua seconda colonna vertebrale. C’è solo da augurarsi che la smetta di frequentare brutte compagnie. Loiny, commento su SegnaVia, “Sentire il confine”, giugno 2008

Dal 1997, nella mia camera, è appesa una carta del Sudtirolo. E’ una carta fisica molto particolare, di quelle con i rilievi montuosi messi in evidenza, appunto “in rilievo”, dove si distinguono nettamente le vallate dolomitiche che fendono l’arco alpino, ferite non rimarginabili in un corpo freddo e solido. Ricordo bene quando indicai la mappa, esposta in un negozio nella centralissima Via Alto Adige, a Bolzano. “Guarda che bella…”, dissi a mia madre, il cui volto rassicurante esprimeva anche in quella circostanza una perplessa approvazione, con quel sorriso difficilmente interpretabile che da sempre la contraddistingue. Ritrovai l’ingombrante plastico di ritorno a casa, impacchettato in modo tale da non danneggiarlo nel difficile trasporto sino al sesto piano di Viale Trieste. Guardai rallegrato i miei genitori, per l’inaspettato regalo. La sorpresa lasciò ben presto spazio alla fantasia irrefrenabile di un bambino. La mente si perdeva tra i punti neri stampati sulla carta, il tratto blu dei corsi d’acqua, le cime riprodotte goffamente dal materiale plastico, piegato in modo tale da riportare quasi fedelmente la morfologia del territorio sudtirolese. I nomi bilingui li conoscevo ormai a memoria. Un’altra carta geografica aveva accompagnato la mia infanzia: lo scatto panoramico, a volo d’uccello, era un apprezzabile disegno realizzato a mano, stampato dall’Athesia su una carta plastificata arrotolabile. Non mi disturbava la differente intitolazione delle due rappresentazioni: la prima – in ordine cronologico – recava la scritta “Panorama Südtirol”, coi toponimi in lingua italiana indicati al secondo posto, e la seconda, “Provincia di Bolzano”, con toponomastica tedesca riportata tra parentesi. Le ragioni di tale inversione linguistica restavano a me ignote e non mi interessava approfondirle. Sulla carta ritrovavo i luoghi della mia vita e ciò mi bastava. Indicavo con precisione millimetrica le vie percorse ogni weekend, misurate con l’ausilio di un righello; le distanze tra una meta e l’altra di periodiche gite fuori porta non superavano quasi mai i quaranta centimetri, sufficienti per dominare lo spazio ideale di un metro quadro in cartone. All’interno di quel contorno rettangolare bianco, che delimitava la porzione di globo riprodotta in scala, mi sentivo libero. Infinitamente libero.

Libertà o incastro? Parte del mio entusiasmo infantile scaturiva dalla piena padronanza di una modesta fetta di mondo. Mi sono chiesto spesso se negli anni sia riuscito a disincastrarmi da quell’immaginario del Sudtirolo morfologico per fare un salto in avanti e guardare dritto negli occhi la realtà che circondava una mera fotografia cartacea. Oppure se la liquida quotidianità tutt’attorno non fosse null’altro che la proiezione maligna del plastico tinta marrone, divenuto tanto familiare. Nel dubbio, l’alternarsi delle stagioni trasformò l’universo concentrato di un bambino – che scopriva il mondo in pillole cartografiche – in un labirinto impolverato adagiato alla parete, mentre il fastidio alla testa, prodotto dal chiodo fisso con sopra inciso “Panorama Südtirol / Provincia di Bolzano”, che negli anni ’90 trafisse irrimediabilmente la materia cerebrale, è lenito soltanto da poche divagazioni spazio-temporali. Il Sudtirolo mi osserva, sfregiato e sporco, inchiodato al muro. Io resto immobile al suo cospetto, incapace di distogliere lo sguardo. E per sopravvivere, non resta altra possibilità che convivere con l’eterno, nefasto fascino di quel volto oscuro e minaccioso.

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18 pensieri su “Il volto plastico del Sudtirolo

  1. Ecco da chi hai preso quel sorriso, che qualche volta fa pensare a cosa ti passerà per la testa in un determinato momento. Scommetto che qualche volta ce l’hai pure quando pronunci (in via digitale) quella famosa parola, in cui il punto finale trafigge il cuore dell’interlocutore come un piccolo spillo.

    Caro VaL, come ti dissi già oggi: è tempo di regalarti una carta più grande, se no il Sudtirolo finirà per strangolarti.

  2. “I nomi bilingui li conoscevo ormai a memoria.” Se pensi…la gente litiga per questi nomi… e tanti non hanno mai visto i posti… incredibile no? 🙂

  3. Probabilmente aveva ragione Loiny. Ho inghiottito il Sudtirolo, il suo confine, il suo lessico. Ma forse non l’ho mai completamente digerito. Una sorta di indigestione, percepita ancor di più se viene raggiunto e superato quel “punto di non ritorno”, il confine che “delimita” fissando i contorni dell’insieme. Sfidare sé stessi e resistere allo sguardo magnetico, oppure abbandonarsi ad esso? Occuparsi della questione sudtirolese è come flirtare con una ragazza; continui sali e scendi. Prima la ami, poi la odi. E intanto si esaurisce il carburante nel serbatoio.

    Ora: non si tratta di scegliere se abbandonare la strada intrapresa ma di come convogliare – a prescindere dalla propria collocazione geografica – le energie (se ritenuto ancora necessario) su un ambito sinora quantomai caro. Sarà un dilemma che mi perseguiterà a lungo. Sicuro.

  4. Ricordo che una versione orale e ancora “gassosa” di questo tuo bellissimo pezzo, caro Val, l’abbiamo ascoltata in macchina, tornando non mi ricordo più da dove, e tu eri dietro, anzi no, eri davanti, insomma non ricordo più dov’eri, e io guidavo e il grandissimo Loiny ti chiese di raccontarci un po’ l’inizio del tuo rapporto col Sudtirolo.

    E va bene.

    Comunque ha ragione incredula. C’è tutto un mondo intorno. Lo dicevano anche i Matia Bazar.

  5. Tornavamo da Trento, un annetto fa. Evidentemente, proprio stando al di fuori della cintura di Salorno, sono portato a rivedere il mio atteggiamento nei confronti del Sudtirolo, mia Heimat – nel senso più ampio del termine – di cuore e di testa. Così com’è accaduto per l’anticipazione gassosa, questo post è nato in viaggio dal Trentino verso Bolzano. E neanche a farlo apposta, è il 100esimo articolo di Blaun, da quando cominciai a scrivere su bbd.

  6. Caro Valentino…

    mi piace proprio la frase in cui tu dici

    Occuparsi della questione sudtirolese è come flirtare con una ragazza; continui sali e scendi. Prima la ami, poi la odi. E intanto si esaurisce il carburante nel serbatoio.

    Ed è proprio qui che mi sento in dovere di risponderti… il flirtare (con uomo o donna…!) è una bella cosa, perchè puoi “provare”, puoi ritagliarti alcuni attimi con questa persona, e puoi lasciare il tutto proprio sul punto dove si deciderà se approfondisci andando avanti ma rischiando anche di essere respinto, oppure se lasci perdere e non approfondisci… come “Ars artis gratia” (l’arte per l’arte cioè) questo sarebbe il “flirtare al solo scopo di flirtare”, la forma forse un po’ “vigliacca”, perchè non rischi e provi solo la soddisfazione del flirtare…

    Cosa voglio dire? Il flirt va bene, è bello pensare ad un Sudtirolo/AA pieno di gente che convive in pace, però a furia di pensarci come hai detto tu si esaurisce il carburante…. per questo serve il passo in avanti e la volontà per farlo!! 🙂

  7. Carissima Michaela,

    è probabile tu abbia ragione. In questi anni, mi sono concentrato molto (forse bene, forse male, non importa) ed entrambi ci siamo concentrati sull’immagine del Sudtirolo, nell’ottica un po’ naif di una terra “altra”, nuova e finalmente pacificata, piccolo laboratorio alpino; di qui la mia allusione al volto “geografico” associato al volto “femminile” da ammirare e con cui “flirtare”, da te compresa benissimo.

    Da sempre, la scarsa propensione del sottoscritto a compiere il “passo decisivo” è dettata dalla sostanziale solitudine nella quale si sviluppa il mio “pensiero innocente” di un’alternativa. Secondo me, quel passaggio successivo cui fai riferimento, sarà possibile soltanto come processo collettivo ovvero con più soggetti attivi, e non come mera evoluzione del pensiero del singolo. In altre parole: il ragionamento, il blabla, non porterà mai in solitaria ad un progetto concreto, semmai dovrà confluire in uno “spazio aperto” di confronto con altri punti di vista simili, che si mescolano e armonizzano tra loro dando vita a un’istanza comune, condivisa, dirompente. Altrimenti, sarà sempre e solo un esercizio di stile, impossibile da concretizzare perché privo di megafoni, di più protagonisti, di più voci.

    Bisogna unire le forze, non disperdere le energie e soprattutto non lasciare solo chi ora è solo. La “vigliaccheria del solo flirtare” continuerà perpetua sino a quando non saranno abbastanza i segnali lanciati da coloro i quali non vogliono restare con le mani in mano. Ed io sono tra quelli. Te lo assicuro: non aspetto altro.

  8. [Un inciso: ci sono varie forme – piuttosto diverse tra loro – di idealismo, nell’impegno sia culturale che politico. C’è l’idealista “duro e puro”, che in termini di coerenza assume un connotazione particolarmente critica, non cedendo nemmeno di un millimetro in favore della “causa” se essa non rispecchia in massima parte l’ideale proposto (cosa assai difficile), mentre chi, per l’integrità della causa stessa, è più propenso a scendere a “compromessi” (le cui proporzioni misurano però il livello effettivo di idealismo impiegato), pur tendendo ugualmente all’ideale e non cedendo quindi su tutta la linea. Entrambi gli idealisti prototipo sono accomunati dal desiderio di “fare qualcosa”. Ci si divide tra chi punta a un lavoro in solitaria, pur di non perdere pezzi dell’ideale (nessun “patto” col presunto diavolo e difesa a spada tratta di una certa purezza ideologica), mentre chi rimane nel “sistema” che si presume bacato e cerca di cambiarlo a piccoli passi dall’interno, rischiando però di favorirlo spendendo le proprie energie per una causa persa in partenza – e prima o poi rassegnarsi, gettare la spugna. Sono entrambe posizioni legittime, abbandonate però vicendevolmente al proprio destino crudele. Insomma: due pessimismi che si alimentano a vicenda.

    Se io non ho delle conferme, degli agganci, delle persone accanto, cedo allo sconforto. Non potrei concentrare su di me alcuna responsabilità collettiva senza avere accanto qualcuno che condivida i miei intenti. Il timore che prevalgano troppe ragioni “di testa” e mai nessuna “dal cuore” o viceversa (ovvero che il pessimismo porti a non ascoltare più con equilibrio testa e cuore, arrendendosi ai dettati della razionalità oppure dell’emotività, sbilanciando gli elementi) fa il resto. In questi casi occorre (e conviene) fermarsi. Si tocca un confine impecettibile e immateriale, gli si va a sbattere contro, e la teoria sfocia nella chiacchiera più inutile.]

  9. hmm, hai ragione Valentino, solo che a volte tutte ste persone che hanno voglia di fare qualcosa, che non sfoci immediamente in puro egoismo (vedi vari “movimenti” che entrambi conosciamo, soprattutto negli ultimi tempi.. ;)!) oppure, d´altro canto nel letargo dei singoli….

  10. Resta comunque importante, come giá detto sopra da altri il cosiddetto “Über den Tellerrand hinausschauen” Südtirol caput mundi non est…. 😉

  11. Macchè, cari figlioli !!! Se il Signore, se l’Altissimo ci ha creati e ci ha messi a dimora in una Valle che guarda solo a Nord e a Sud, perchè noi miserabili peccatori dovremmo essere così presuntuosi da voler aprire la mente e guardarci in giro?
    L’Est e l’Ovest saranno prerogativa dei pusteresi e dei venostani, semmai, ma a loro il resto è interdetto!
    Ricordate, fratelli, nella Scrittura il primo peccato è un peccato di conoscenza! Pentitevi, figlioli, pentitevi finchè siete in tempo!!!

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