L’ombra di Bruneck

Bruneck/Brunico.

Dedicato a Loiny, in un impeto compositivo senza troppe preteseIl conflitto interiore tra patrie indesiderate e desiderio di Heimat, tra confini rinnegati ed eterni confini: cronaca di una serata movimentata a Brunico, mentre a Bolzano si svolgeva la fiaccolata degli Schützen davanti al Monumento alla Vittoria.

Patria, Heimat. Marmo bianco, vetro-acciaio. Lumini accesi, neon accecanti. Cubi razionalisti, geometrie curve. «Hinc ceteros excoluimus lingua legibus artibus», «alto adige / alto fragile / reiseland / durchgangsland / niemandsland», «terra di viaggio, terra di passaggio, terra di nessuno» scrisse n. c. kaser. Cappelli piumati versus fascisti in giacca nera, giovani ladini e sudtirolesi alternativi. Piazza della Vittoria, Rathausplatz. Bolzano italica, Bruneck interetnica.

La birreria è nuova e affollata. In una recensione, leggo: «Il “Rienzbräu” unisce tradizione e innovazione, l’ampia vetrata lato strada e l’illuminazione rendono meno tenebrosi gli ambienti interni tipicamente bavaresi». Al tavolo accanto si parla di Obama, come presso la tavolata di inglesi a centro sala. Negli USA i giovani incoronano il democratico, qui i Freiheitliche fanno proseliti tra i coscritti. Sfoglio nervoso l’Espresso, in attesa di un messaggio al cellulare. “E se vincesse McCain?”: Gott sei Dank, grazie a Dio non è accaduto. Mi guardo attorno perplesso. Surreale familiarità. Arriva un sms: «Perché non vieni?». Pago Radler e fusilli “alla siciliana” ed esco frettoloso dal locale.

All’UFO sbarco su un altro pianeta. Il moderno centro giovanile si erge in superficie ai margini del bosco, alle porte della città. «Un luogo dove i giovani possono sprigionare liberamente le proprie energie e suonare del buon rock», direbbe un noto albergatore di Corvara. Eppure persino qui domina il rigore da Tirolo borghese. Ragazze e ragazzi di buona famiglia, perlopiù ‘tedeschi’ o mistilingui, vestiti bene, con occhiali dalle montature importanti, sciarpe e cappelli, look anni ottanta, intellettuali o pseudo tali, trovano posto nel bar arredato con cura, ballano ordinati in pista, bevono con relativa moderazione. Seguo distratto il concerto “indie” di un gruppo tedesco rivelazione nel panorama musicale europeo. Tra le note risuonano i tamburi delle Kompanien, il loro ritmo scandisce le parole del cantante. Il pubblico segue estasiato, il cammino procede.

«Veneziano? Prego?» «Naja, a Aperol Spritz, donkschian» («Massì, un Aperolspriz, grazie mille»). Mentre gli Schützen marciano silenti sul capoluogo, Klaudia mi guarda divertita: «Bolzano è proprio un mondo a parte» «Certo – riprendo io – un mondo da oggi più avanzato». Osservo dall’ampia vetrata il quartiere scolastico della cittadina pusterese. Scorgo deboli riflessi sulle facciate trasparenti degli edifici circostanti: i fasci littori, le fiaccole, la marcia lenta e composta. «Andate in Austria!», «Freiheit für Tirol!» («Libertà per il Tirolo!») echeggiano lontani, tra le melodie rockeggianti della band. Dal cordone ombelicale che mi lega alla madre Bauzanum, è un continuo susseguirsi di voci e immagini. Si uniscono al frastuono tutt’attorno, trovano nella mia testa una cassa di risonanza. Mi ritrovo nel cuore della movida brunicense, da brissinese di nascita in conflitto col bolzanino d’adozione.

L’Alpino di Brunico, così “diverso” e poco tirolese, ha subito il rigetto del corpo nel quale era stato trapiantato. Frantumato dal contesto ostile, guarda i passanti dolorante e pentito. Non è parte integrante del tessuto urbano, bensì ne è protuberanza maligna da rimuovere. Come Bolzano e i simboli di un’italianità artificiale all’interno del Sudtirolo, opposto e speculare rispetto ad essi. O forse quanto me, qui a Brunico. Sono anch’io uno straniero agli occhi di Klaudia? «Dai! Credi davvero che per me sia importante il “dove”?» «Magari non in quella determinata forma. Ma il contenitore “territoriale” nel quale ci si immerge gioca sempre un ruolo centrale, ancora di più nelle piccole realtà di provincia. Quando vi è un travaso tra contenitori, ecco sorgere i primi problemi: di comunicazione, di linguaggio… per questo è più semplice rimanere tra simili.»

Le glosse di Norbert C. Kaser scolpite su ogni singolo cubetto del selciato, mi accompagnano idealmente al portone del Weinkeller. Prima di scendere nell’intimità della cantina, sulla sinistra, vi è una lavagna, di quelle usate a scuola, con tanto di gessi e spugnetta. E’ lì che un ragazzo bilingue e barbuto, sulla ventina o poco più, tiene ogni sabato sera i suoi pseudo-corsi di educazione sessuale. Spettacolo imperdibile. Una folla di adepti rigorosamente maschi pende eccitata dalle sue labbra, mentre il giovane si esibisce in una serie di sketch divertenti, sebbene volgari, disegnando sulla lavagnetta improbabili organi riproduttivi e contorte scene erotiche. Non mi scandalizzo.

Nei sotterranei di Brunico scorrono fiumi di alcool. Gironi dell’inferno alla discoteca “Puka Naka”. Corpi l’uno addosso all’altro. Spinte tra ignavi barcollanti. La musica ad altissimo volume, assordante, l’alto grado alcolico delle bevande e una strana nube bianca sparata sui clienti assopiscono i sensi, soffocano pensieri, spengono voci. Circondato da un mondo che non mi appartiene, cerco Klaudia. Ma tutt’a un tratto si accendono le luci. Dal tanto rumore alla desolazione di un campo di battaglia. Osservo frastornato, attonito, tormentato. Mi muovo per la piccola sala da ballo, evitando bicchieri rotti sparsi sul pavimento. Nel rimettermi la giacca, il libro (quasi un amuleto) cade dalla tasca bagnandosi nel liquame sparso per tutto il locale. Tuttora riporta i segni della caduta. Lo apro, leggo confuso: «Sarebbe ora che l’aquila tirolese venisse arrostita, mangiata e digerita una volta per tutte, senza più bisogno di sputare sui suoi ossi, così come sarebbe ora di scrollarsi di dosso la fissazione polemica del confine.»

Alba di una fredda giornata d’inizio novembre. Timido sole d’autunno fa capolino all’orizzonte. Brina si posa sul verde tardivo dei prati, nebbia stringe il paesaggio in un timido abbraccio. Avvolti nel candido manto, scompaiono boschi oscuri, silenti caseggiati e dolci declivi erbosi che costeggiano la vallata. Il treno supera la Mühlbacher Klause, confine percettibile di un’antica contea. Appena un’ora di viaggio mattiniero mi separa dalla Landeshauptstadt. Chiudo gli occhi e sprofondo nei pensieri. Buio. Rivedo l’ultima scena. La gioventù è spinta fuori, i taxi ne riportano a casa i resti, pulendo le strade dal loro dondolio. Anche Klaudia si dilegua, senza salutare. Resto solo in compagnia dell’Alpino di pietra. E il silenzio cala inesorabile su Brunico.

Bruneck/Brunico.

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Un pensiero su “L’ombra di Bruneck

  1. Grazie. Il tuo testo, almeno affettivamente, dialoga col mio. Anzi: lo sostituisce. Spero di poter contraccambiare al più presto componendo un altro testo che dialoghi col tuo. Mi piacerebbe raccogliere la chiusura dell’ “Ombra di Bruneck” (“Resto solo in compagnia dell’Alpino di pietra. E il silenzio cala inesorabile su Brunico”) per sviluppare un vecchio appunto che varrebbe la pena di trasformare in “foglietto”:

    “Ogni volta che guardo il Monumento alla Vittoria di Bolzano, non riesco a non vedere il Monumento all’Alpino di Brunico. Più aguzzo la vista per mettere a fuoco l’interezza esuberante del primo e più mi si parano innanzi le rovine del secondo. È come se il destino di quella Vittoria s’inverasse nei resti dell’Alpino. Nel mio cervello, i due monumenti sono la stessa cosa osservata in contesti temporali diversi. Semplicemente, il Kapuziner Wastl è l’attualità del Monumento alla Vittoria: il dialogo ininterrotto tra le sue mutilazioni (ciò che manca di lui) e le sue rovine (quel che ne rimane) è forse il racconto più veritiero della presenza italiana in Sudtirolo”.

    Ah! “Altrove” è senz’altro il miglior regalo di compleanno per Gabriele e anche per me. Oggi, almeno mi pare, lui compie quarantuno anni, mentre io, anche se non è il mio compleanno, ne compio novantasette. Grazie Vale!

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