Cosa mi porto dietro

Trascorro questo caldo e pigro pomeriggio di sole seduto ai tavolini di Manteigaria, all’ombra della tettoia del mercato di Ribeira, tra il brusio dei passanti, i rumori della via trafficata, qualche autoradio a palla, una sirena, il campanello di una bici, i treni in controluce diretti a Cascais. Di tanto in tanto sulla ciclabile sfreccia un monopattino, nuovo mezzo di trasporto nel paesaggio urbano di Lisbona. Anch’io, nel mio incarnare lo stereotipo del turista, faccio parte di questo paesaggio in rapida trasformazione: ordino un caffè e due pasteis de nata in uno dei luoghi più commerciali della capitale. Insomma, sto qui seduto come un turista qualunque, con indosso una maglia a maniche corte, a fissare i famosi tram gialli, e mi chiedo cosa mi distingua, mi definisca e separi dalla città che mi circonda. Non sono portoghese: sono uno straniero, uno studente Erasmus, un turista dicevo, anche un po’ banalotto. Qualcuno potrebbe persino individuare in me un lifestyle migrant, ovvero un soggetto che si sposta da una capitale europea all’altra perché giovane, benestante, multikulti, e Lisbona è la sua nuova meta, la nuova moda, la nuova Mecca.

Vivere un periodo all’estero costringe, in un modo o nell’altro, a definirsi. Costretti nella nostra condizione di stranieri, siamo invitati a identificarci di continuo. A spiegare chi siamo, o peggio ancora, da dove veniamo. Nel contesto degli studenti Erasmus, il criterio prevalente è inevitabilmente quello della nazionalità. Parlo italiano, vengo dall’Italia, quindi sono “italiano”. Da quale città, mi chiedono? Quando non ho voglia di stare a spiegare dove sta Bolzano (“nel nord vicino al confine con l’Austria”) rispondo Pisa. E poi non dico mica una bugia: in Toscana ci vivo da alcuni anni e da un paio i miei rapporti con il Sudtirolo si stanno diradando. “Non dire cavolate, tu non sei di Pisa” dicono le mie colleghe napoletane al corso di portoghese, ma ammettono di essere un po’ disorientate dal mio accento del Nord con qualche cadenza toscana. “E poi sei un nordico anomalo, com’è che ti piace così tanto il Sud Italia?”.

Quando incontro una persona proveniente dalla Germania o dall’Austria, mi capita di svelarle la mia conoscenza della lingua di Goethe “perché vengo dal Sudtirolo”. Approfitto di queste occasioni per scambiare qualche parola in tedesco, aggirando le mie difficoltà con l’inglese. Vivo l’etichettatura nazionale con un pizzico di disagio: così come in Italia cerco di togliermi di dosso il peso della mia (talvolta ingombrante) provenienza regionale, qui cerco di sfuggire alla trappola dell’appartenenza nazionale. Sarà paradossale, ma nella retorica della “generazione Erasmus” non è così scontato concepire l’esistenza di identità plurime, senza bandierine né cliché, che non ricalchino le classiche e un po’ stucchevoli barzellette con un italiano, un inglese e un francese. Eppure, l’Europa è un mosaico di terre di mezzo dove i confini – soprattutto linguistici – si dissolvono e mescolano. Gli Erasmus che seguono con me il corso di “Geopolitica della Lingua Portoghese” parlano il francese della Vallonia, del Québec o della Guyana, oppure l’olandese delle Fiandre, l’ungherese della Romania, lo spagnolo di immigrati peruviani in Danimarca. Purtroppo la globalizzazione non ama le sfumature e la complessità che queste identità rappresentano.

Voglio però cogliere un risvolto positivo in questa smania di definizione: la possibilità di ridefinirmi. Chi sono? Se la risposta non corrisponde alla lingua che parlo, né allo status di ricco studente in vacanza (quale io non sono), cosa posso tirare fuori dal bagaglio che porto nel mondo, quale passaporto potrò mostrare dicendo “ehi, guarda qui, questo sono io”? In altre parole, cosa mi porto dietro dall’Italia, e dal Sudtirolo? Ci ho riflettuto, e credo di essere giunto a una buona sintesi.

Nella valigia sul volo Pisa-Lisbona, insieme ai miei affetti, c’erano due cose. Il Sudtirolo mi ha donato la lingua tedesca insieme alla lingua italiana, la possibilità cioè di abbracciare uno spazio più vasto, dal Baltico al Mediterraneo, che contenga le contraddizioni del confine linguistico. Dall’Italia, invece, porto con me esattamente ciò che sto cercando di replicare in questo momento: la piazza italiana coi tavolini all’aperto, la gioia della colazione con le rondini e un quotidiano da sfogliare. Ovunque io mi trovi, anche a casa mia, sono come il viaggiatore che si ferma al bar della stazione in attesa del treno. La mia patria è dunque una frontiera e una pausa. Anche ora, sto ingannando il tempo prima di scendere alla metro. Peccato solo che nei caffè di Lisbona non usi tenere il giornale.

#isoglosse

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Perché abbiamo abbandonato i blog?

Perché da tempo ho abbandonato questo blog? Perché abbiamo abbandonato i blog? Cosa è cambiato nelle nostre abitudini rispetto a una decina di anni fa? Sono domande che vale la pena porsi e su cui dovremmo interrogarci tutti, noi frequentatori di Internet.

Quando aprii questo blog, nel 2007, navigavo da un paio d’anni. Leggevo molto, scrivevo altrettanto, commentavo articoli altrui. Passavo da una piazza virtuale all’altra: piazze “arredate” in vario modo, dal nome all’estetica, che lasciavano spazio alla creatività e alla fantasia, a inclinazioni personali o collettive. Certi pomeriggi era come trovarsi a casa di amici, a discutere davanti a una fetta di torta. Uno di loro, di fronte ai lunghi dibattiti sotto ai suoi post, creò un tag per le “discussioni riuscite”. Perché i blog non dimenticano, ma archiviano, e la loro memoria non dura solo il tempo di uno “scroll” sul news feed. Oltre ad accorciare le distanze, la forza di internet è proprio quella di “stratificare” la conoscenza, attraverso il collegamento (ovvero i link) tra documenti di diversa provenienza. È così che mettiamo in rete idee, immagini, esperienze, racconti, luoghi.

L’avvento dei social network (e delle app) ha rivoluzionato le nostre abitudini, calamitando la nostra attenzione appena teniamo in mano uno smartphone o accendiamo il computer, e togliendo ossigeno ai blog come ad altri siti web. Passiamo ore online solo per “distrarci”, finendo per sciupare (tutto) il nostro tempo libero con un riflesso condizionato. Tale trasformazione ha generato in me un senso di frustrazione. Nel tempo mi sono dato varie spiegazioni sul perché di questo malessere, ma non sono mai riuscito a formulare una risposta compiuta e ragionevole, che non suonasse nostalgica. Sino a quando, all’Internet festival di Pisa, ho ascoltato le parole di Hossein Derakhshan.

5 cose sul “caso” Achammer

Mi sono venute in mente un paio di riflessioni, anzi, 5 cose (gli elenchi vanno di moda) riguardo al “caso patente” di Philipp Achammer.

  1. L’articolo su Salto.bz è stato il primo (e per moltissime ore l’unico) a riprendere l’inchiesta di ff in lingua italiana e online. In poco tempo si è generata un’ondata impressionante di condivisioni e visualizzazioni, che lo hanno reso il pezzo in italiano di Salto.bz in assoluto più letto del 2017. Per una duplice ragione: è stato condiviso da molti altoatesini di lingua italiana, ma ovviamente è stato letto anche da tantissimi naviganti di lingua tedesca che non trovavano altrove la “storia” di ff e non avevano alcun problema a leggersi il mio resoconto in italiano della vicenda. L’esclusiva online di Salto.bz ha fatto così leva sulla conoscenza dell’italiano dei sudtirolesi per poter “espandersi” sul mondo italiano. Due piccioni con una fava.
  2. Achammer è l’assessore alla cultura e scuola “tedesca” (e Obmann della SVP). Dal segretario SVP, i sudtirolesi (di lingua tedesca) pretendono onestà e trasparenza, com’è giusto che sia, ma dal canto loro pure “gli italiani” del Sudtirolo si indignano per il comportamento del giovane assessore. Di sicuro è presente una matrice “etnica” – quel “ecco, vedete?, pure i tedeschi sono disonesti!” cavalcato soprattutto dal centrodestra bolzanino – ma di questo dirò più avanti. Ciò non toglie che un esponente di spicco della giunta provinciale (e della Volkspartei) catalizzi l’attenzione di tutti i sudtirolesi, a prescindere dall’appartenenza linguistica. L’efficienza (vera o presunta) dell’amministrazione provinciale è un orgoglio anche per molte persone di lingua italiana che vivono in Alto Adige. Non dimentichiamolo.
  3. Questa dinamica insegna moltissimo a chi, come noi a Salto.bz, è impegnato a realizzare un media plurilingue. “Tradurre” la storia di ff in italiano significa portare all’attenzione di tutti gli abitanti del Sudtirolo un fatto accaduto a un esponente politico “tedesco” che solo all’apparenza può interessare unicamente ai “tedeschi”. Per me è scontato, ma non lo è per tutti – e non solo perché ff viene letto poco dagli italiani (sappiamo qual è la situazione delle competenze linguistiche). Tradurre agli italiani del Sudtirolo il mondo di lingua tedesca (o viceversa) è un impegno che sta a cuore a sempre meno persone. Ma se Salto avesse riportato la notizia solo in tedesco, sarebbe rimasta confinata per 24 ore a quel gruppo, lasciando un terzo della popolazione del tutto ignara dell’accaduto. Ed è solo un esempio tra tanti.
  4. È vero, i segni dell’intramontabile (quanto virtuale) conflitto etnico sono palpabili, tra gli italiani che additano Philipp Achammer. Altrettanto vera, però, è la trasversalità dell’indignazione, che valica i confini linguistici per unirsi in una rabbia comune. Il che generava un curioso fenomeno: tra i commenti sui social la rabbia “anti-politica” si alternava in lingua italiana e tedesca. Una rabbia inter-etnica che politicamente, in Sudtirolo, può essere incarnata da un’unica forza politica: il Movimento 5 Stelle, o meglio, il consigliere Paul Köllensperger. Da tempo i Verdi – sempre più “di governo” e sempre meno “italiani” – hanno perso il monopolio di oppositori interetnici, mentre sul lato tedesco i Freiheitliche sono ancora reduci dagli scandali (magari si riprendono). Teniamone conto, in vista delle elezioni provinciali del 2018.
  5. Dicevo della rabbia: a ben guardare, la vicenda di Achammer di per se non è nulla di così significativo rispetto ad altri scandali che hanno colpito la classe politica locale e nazionale. Il presunto favore è di poco conto, il ricorso forse era persino fondato. Aspettiamo la spiegazione ufficiale che certamente arriverà. Intanto però oltre un terzo dei “mi piace” su facebook sono “faccine incazzate”. La rabbia veicolata dai social è la più virale, irrazionale e inquietante cui ci capiti di assistere di questi tempi. Dobbiamo quindi fare attenzione a dosare la denuncia, a pesare le parole, ogni qual volta mettiamo in luce uno scandalo. È un compito fondamentale di noi addetti dell’informazione, non “aizzare le folle” né tantomeno cavalcarne l’indignazione. E mettere in luce i veri scandali, le vere ingiustizie – e anche le nostre incoerenze.

Ultima istantanea.

di Alice Ciccioli

Cosa vede il nostro accompagnatore guardando con i suoi occhi quello che fino ad allora aveva visto attraverso i nostri? Ogni cosa che ci appartiene o a cui siamo legati, una volta che viene mostrata ad altri, ci sfugge dalle dita. Nonostante per noi sia piena di vita, densa di significati, e nonostante siamo proprio noi a presentarla, la persona che stiamo accompagnando può, senza tanti complimenti, non vedere nulla di quello di cui stiamo parlando. Anzi, può addirittura vederci se stessa e riempirla a sua volta di vita e di significati che sono altro da noi.
Ci sono punti fermi, cose oggettivamente belle che lasciano poco spazio all’interpretazione: c’è il profilo del Conero che si tuffa nel mare a picco, sullo sfondo il cielo cangiante del tramonto; ci sono i Sibillini vicini ed imponenti, che man mano che il sole scende si fanno piatti e neri come ombre cinesi, prima di scomparire nella notte.
Ma ci sono anche le sfumature, sfuggenti e indescrivibili: i silenzi dei campi, il cielo ampio, le colline che non svettano ma riempiono lo spazio che c’è tra quel lontano mar e quei monti azzurri. Come fare ad imbrigliarle, domarle, per poterle presentare senza fraintendimenti a chi stiamo guidando? Come si fa a spiegare una terra che è semplice e trasparente, con posti pieni di storie ma sorvolati dalla Storia, luoghi e persone che non si sanno raccontare neanche quando sono costretti a farlo.

Non si può.

Se invece si lascia indietro la preoccupazione del riuscire a tradurre (senza tradire) le sensazioni, cercando per esempio le parole per descrivere il sorriso che nasce quando il vento sospinge nuvole bianche e grandi verso le montagne – che in prospettiva sembrano della stessa dimensione – nel cielo di mezzogiorno, quel sorriso lì e non un altro, se si abbandona la pretesa di trovare qualcosa da raccontare quando non c’è nulla da dire, allora si diventa esploratori.
Le cose già viste e conosciute non sono più le stesse, i significati non si svuotano ma si moltiplicano, ogni posto è un posto nuovo in un continuo arricchirsi. L’altro le vede ma sono sempre state lì, solo non ce ne accorgevamo – o non potevamo accorgercene.

Siamo appena arrivati a Loro, felici e un po’ provati dopo tre giorni di Montelago. Valentino esce sul terrazzo: «Dev’essere difficile andare via da qui», dice.
E non c’è molto altro da aggiungere.

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Istantanee marchigiane (3).

Prosegue da qui: Istantanee marchigiane (2). 

Legno & impalcature.

Ti porto a vedere da vicino i monti Sibilini”. Risaliamo in macchina, risaliamo le curve per San Ginesio, “il balcone sui Sibillini” da cui si gode una vista mozzafiato sulla catena montuosa che sovrasta le colline del maceratese e le domina da lontano, e più si avvicinano, più appaiono imponenti, più sembra di toccarle con mano. Avvolte da una coltre di nubi basse, le ammiriamo dalla terrazza panoramica sul Colle Ascarano – un grande parco poggiato su antichi bastioni. Qui troviamo il risultato del workshop di design e auto-costruzione promosso qualche settimana prima dall’associazione trentina “Camposaz” (cui ha contribuito anche l’azienda altoatesina Rothoblaas) che ha voluto ridare a San Ginesio uno spazio di aggregazione: un palco e alcune panche in legno. Il legno fresco del Primiero richiama i boschi alpini, l’odore del legname, le radici che affondano nella terra, i rami che crescono, l’impalcatura di alberi rigogliosi. Ma qui le impalcature sono altre: la struttura imponente che sorregge la facciata di una chiesa, il graticcio di travi in legno sugli edifici pericolanti del borgo. “Sono tempi cattivi / dicono gli uomini / Vivano bene ed i / Tempi saranno buoni” recita una scritta su un telo di juta, come altre affisse alle porte e finestre per le rievocazioni storiche del mese di agosto. Alcune vie sono transennate, riempite solo da detriti e calcinacci. Semi-deserta anche la piazza centrale, su cui si affaccia la bellissima Collegiata della Santissima Annunziata, anch’essa danneggiata. Sotto al loggiato le insegne di un grande evento, forse una mostra, non si capisce bene; le scritte sono fucsia, “Rinasco – le città creative per l’Appennino”. Il tempo si è fermato, la vita pure, il turismo è inesistente. Ci muoviamo verso Sarnano, le nubi si diradano, i Sibillini si lasciano ammirare sempre più vicini, illuminati dagli ultimi raggi di sole. Ed è tutta un’altra musica. Le case in pietra cotta arroccate sulla ripida collina del Castrum Sarnani hanno subìto pochissimi danni. Nel borgo c’è vita, e non c’è parcheggio. Pochi chilometri di distanza, due mondi paralleli.

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San Ginesio, la terrazza panoramica sui Sibillini con la struttura in legno di “Camposaz”, 7 agosto 2017.
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San Ginesio, la Collegiata della Santissima Annunziata danneggiata dal terremoto, 7 agosto 2017.

Catastrofe, letteratura e filosofia.

Eccoci di nuovo nella tenda Tolkien di Montelago. Cesare Catà introduce un’ospite illustre. È Loredana Lipperini, scrittrice, già autrice di romanzi fantasy, conduttrice radiofonica, instancabile megafono dei popoli sibillini colpiti dal terremoto: “Le Marche sono la mia Castle Rock, terra dell’anima, terra narrativa”. Ma cosa c’entrano letteratura, filosofia e terremoto? Catà prende le mosse dalla visione trascendentalista di Thoureau: “La realtà è più ampia rispetto a noi stessi. E quando il mondo non ha più senso, filosofia e letteratura cambiano il modo con cui guardiamo alla realtà, cercano di raccontare e ricucire il senso, di ricostruirne il filo sconquassato dal sisma”. Si tratta di ricomporre una comunità – spiega la filosofa Lucrezia Ercoli, direttrice artistica del festival “Popsophia” – di prendere la catastrofe nella sua etimologia greca, καταστροϕή, ossia capovolgimento, “come un aratro che prende la terra e la sovverte: l’aratro spezza e lacera la terra, ma la rende più fertile. È un cambiamento fertile”.

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Montelago Celtic Festival, (da destra) Lucrezia Ercoli, Loredana Lipperini e Cesare Catà, 5 agosto 2017.
Ercoli suggerisce un parallelismo con il terremoto che devastò Lisbona il primo novembre 1755: “La tragedia di Lisbona ispirò gli Scritti sul terremoto di Immanuel Kant, il quale alla spiegazione superstiziosa contrappose quella scientifica che inaugura l’odierna sismologia”. Il filosofo tedesco intuì come il mondo roccioso non esistesse più e fosse allora necessario fare i conti con tragedie e fragilità, empaticamente condivise, dove “la paura della morte, la disperazione per la perdita completa di tutti i beni e infine la vista di altri infelici abbattono anche gli animi più coraggiosi”. “La comunità marchigiana ha risposto come mai prima – conclude Ercoli – superando quel suo proverbiale atteggiamento di chiusura, riservatezza, a tratti egoismo. Oltre alla protesta, bisogna accorgersi dell’energia e della resistenza che si è illuminata, mantenuta con fatica”. “Nulla è sicuro, ma scrivi”. L’ultimo verso della poesia Traducendo Brecht di Franco Fortini ispira Loredana Lipperini: “Cosa possono fare i narratori di fronte a una tragedia non raccontata?”. Le Marche non hanno la vocazione di raccontarsi, non lo sanno fare – prosegue l’autrice originaria di Serravalle – perciò è indispensabile la funzione della scrittura come impegno: “La letteratura o è politica, o non è”. Occorre narrare un sogno che venga da qui, omaggiare queste terre, e “volare alti”.
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Sarnano, vista sui monti Sibillini, 7 agosto 2017

Squarci sulla verità.

Cosa intenda con quel “volare alti” lo spiega qualche giorno dopo, alla presentazione del suo nuovo romanzo “L’arrivo di Saturno” organizzata dalla libreria Il Nautilus tra i pini marittimi del cortile della Biblioteca Filelfica di Tolentino. È una calda sera d’estate ed è bello sedere all’aperto – non fosse che le sale interne della struttura restano chiuse sempre, per ragioni di sicurezza. “La chiusura di una biblioteca impoverisce una cittadina. Bisogna mantenere viva l’attenzione, difendere e raccontare quello che abbiamo perso – e imparare a sognare: senza un sogno nostro, rischiamo di cedere all’incubo altrui, come il centro commerciale sulla piana di Castelluccio. Ci si divide troppo, ma è il caso di unirsi, non solo tra scrittori e lettori, e volare alti, lasciando da parte le polemiche e senza inseguire la retorica dei giornali”. Loredana Lipperini parla del giornalismo: “Si diventa narratori per tramandare storie che altrimenti sarebbero dimenticate. Un tempo si sognava di poter raccontare la verità attraverso la scrittura. Ma ora i giornalisti sono ancorati coi piedi nel presente, ci raccontano il terremoto con impressioni del momento, sono impegnati in un selfie perpetuo. Giornaliste come Graziella De Palo – protagonista del nuovo romanzo di Lipperini – credevano nella verità per cui sono morte. La verità, la bellezza della verità, ci aiuta a costruire il futuro”. La scrittrice torna così sulla sua idea di letteratura: “Rappresenta il rapporto tra finzione e realtà, ovvero l’arte dell’inganno. L’illusione è tra le cose più belle che si sono state date in sorte. In Italia, i libri servono ad aprire squarci sulla verità, squarciano la menzogna e creano comunità: la narrazione dal basso non porta solo conforto, ma resistenza”.

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Tolentino, biblioteca comunale Filelfica, Loredana Lipperini presenta il suo romanzo, 10 agosto 2017.

Seduta tra il pubblico, una delle libraie de Il Nautilus si rivolge a Lipperini: “Lei auspica che qualcosa parta dal basso. Ma cosa possiamo fare, in concreto? Raccontare non basta, e ognuno ha il suo ruolo: le amministrazioni dovranno assumersi la responsabilità e rendere conto delle proprie azioni”. Eh sì, dov’è la politica?, dove sono la sinistra “degli ultimi” o il Movimento 5 Stelle?, ci domandiamo uscendo dal cortile della biblioteca, passeggiando nella piazza centrale di Tolentino con una birra e un gelato in mano, i palazzi puntellati, il municipio inagibile. La grande assente è lei, la politica: vista da qui, avrebbe bisogno di un aratro che spezzi le zolle di terra ribaltandole, come la frattura creata dal terremoto sul Monte Vettore. Un “cambiamento fertile” che aspetta soltanto la fase lunare giusta per germogliare. Con il cielo stellato sopra di noi, queste terre chiedono la luna.

Ultima istantanea.

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Loro Piceno, il cantiere per la nuova scuola, demolita per i danni subiti dal terremoto, 14 agosto 2017.

Come il rombo prima della scossa”

di Alice Ciccioli

Terremotato, aggettivo riferito a luoghi o persone colpite dal terremoto. Il terremotato, sostantivo, è diventato una nuova categoria con una propria caratterizzazione intrinseca: il terremotato è forte e resiste anche se non ha più niente, oppure no, è spezzato e piange perché non ha più niente. Il terremotato sceglie di ricominciare una nuova vita, oppure non accetta di dover rinunciare a quella che aveva prima. In ogni caso, il terremotato sembra uscirne bene: che vinca o che perda è sempre un eroe.

Le Marche, regione plurale, variopinta, silenziosa, riservata, luminosa: le Marche non si raccontano, ma offrono il fianco a chi vuole costruire un racconto. Molte iniziative nate dopo le scosse hanno l’ obiettivo di raccontare, far vivere, far rinascere un territorio colpito, traumatizzato. Le Marche si piegano al racconto degli altri, spesso grate dell’attenzione, ma il racconto può essere bugiardo, può promettere di mettere al centro proprio lui, il terremotato, e poi non voler dire niente del terremoto. La campagna elettorale si avvicina, con essa questi racconti arrivano alle orecchie di molti: come il rombo prima della scossa, si sente arrivare la battaglia sulla pelle delle persone. Il rombo ci avvisa: possiamo ancora scappare, possiamo ancora scegliere quale storia vogliamo ascoltare.