La CIA spiava la SVP

La CIA spiava la SVP

Dai documenti declassificati dell’intelligence americana emerge il quadro di una Südtiroler Volkspartei “sorvegliata speciale”, che nel 1946 cercò il sostegno della Jugoslavia socialista alla causa del ritorno all’Austria, offrendo in cambio la zona industriale di Bolzano come riparazione di guerra dell’Italia.

Per via di una causa legale persa, la Central Intelligence Agency (CIA) degli Stati Uniti ha reso disponibili online, dal novembre 2016 a oggi, ben 800mila file per un totale di 13 milioni di documenti declassificati, in ottemperanza al Freedom of Information Act (FOIA) che per volere di Clinton dal 1996 prevede un database accessibile al pubblico. Si tratta di rapporti sull’attività di spionaggio risalenti al periodo della Guerra fredda e sinora sottoposti al segreto di stato. Cercando nella “reading room” si trova di tutto – dai presunti avvistamenti UFO alle ingerenze degli 007 americani nell’industria e diplomazia internazionale. Una manna per storici e complottisti.

I documenti desecretati della CIA fanno luce però anche sui “main points” della questione altoatesina, dal 1946 agli albori del terrorismo. Ed emerge il quadro di un Sudtirolosorvegliato speciale” dagli USAtemevano una svolta in senso nazionalista per reazione alla politica di appeasement attuata a Roma dal gruppo dirigente fondatore della Südtiroler Volkspartei – malvisto a Innsbruck (dove si fantasticava uno “Stato del Tirolo”) né troppo considerato da Vienna e neppure dal Vaticano. Continua a leggere su Salto.bz >>

Rive sconosciute

lob der flucht

Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, o la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione.
Forse conoscete quella barca che si chiama Desiderio.

Henri Laborit, Lob der Flucht / Elogio della fuga

Le tenebre linguistiche

Le tenebre linguistiche

Del film di Denys Arcand L’Âge des ténèbres (“L’età barbarica”, 2007) colpisce molto l’atmosfera surreale (e inquietante) con cui il regista descrive il suo Québec: un’isola apparentemente felice diventa l’inferno della disumanità contemporanea, dove lo stato del benessere è intrappolato in un’agghiacciante freddezza burocratica. Nella provincia francofona del Canada lavora Jean-Marc, funzionario governativo presso l’Ufficio dei reclami, deputato a raccogliere lamentele di cittadini insoddisfatti dei servizi ministeriali. Negli uffici vige il divieto assoluto di fumare e circolano unità cinofile anti-fumo. L’ossessiva e persecutoria applicazione delle regole di politically-correctness si scontra con l’indifferenza verso i problemi di chi si rivolge per chiedere aiuto; per legge è vietato usare la parola “negro” e quando Jean-Marc dirà ad alta voce che il suo collega di colore “lavora come un negro”  (battuta apprezzata dall’interessato) subirà un processo ipocrita, che s’appella alla rigida legislazione linguistica del Québec. Il protagonista – con un passato di idealista – condurrà un’esistenza kafkiana, sprofondando in un mondo onirico di fantasie narcisistiche ed erotiche. Evasioni felliniane da un sistema di apparente tolleranza.

Dalla finzione torniamo alla realtà, in Europa, a casa nostra. Nel Belgio sono innumerevoli gli episodi di intolleranza toponomastica. Come racconta l’inviato della rivista GEOJörg-Uwe Albig,  gli attivisti fiamminghi del Taal Aktie Komitee (“Comitato d’azione linguistica”) sono “tormentati dai cartelli”: sommergono le Fiandre di lettere nelle quali chiedono di rinunciare a insegne solo in francese o bilingui. Contro il presunto dilagare del francese (verfransing), scarabocchiano sulla segnaletica bilingue che indica i nomi delle località, arrivano a gettare fiale puzzolenti nei consigli comunali se qualcuno prende la parola in francese, a iniettare colla nei chiavistelli delle scuole francofone o danneggiare i supermercati a clientela “francese”. Nei comuni fiamminghi a maggioranza di madrelingua francese è una lotta senza quartiere: sono istituiti sportelli comunali dove i cittadini più attenti possono denunciare ogni infrazione della monocultura linguistica e in alcune assemblee municipali un incaricato del governo regionale veglia affinché non si parli francese. Precise norme del Ministero degli interni obbligano a diffondere comunicazioni solo in olandese. Persino gli incendi possono essere spenti solo da pompieri fiamminghi anche quando la caserma dei colleghi di Bruxelles è più vicina. Sentendosi discriminati, i francofoni delle Fiandre propendono ora per l’annessione alla confinante regione bilingue di Bruxelles, la cui circoscrizione elettorale era al centro dei negoziati che per 535 giorni hanno paralizzato il paese prima della formazione del nuovo governo di Elio Di Rupo. Un tempo, a essere discriminati, erano i fiamminghi: l’olandese divenne lingua ufficiale nel 1898 (dopo 70 anni), il governo parlò francese sino al 1962. Nel frattempo, avvenne il riscatto economico delle Fiandre: la regione contadina si trasformò in moderna area commerciale, sorpassando la Vallonia del carbone in crisi. La lingua delle élite dal francese, oggi è passata al fiammingo. E scaricare la povera Vallonia al proprio destino è più che una tentazione.

Non vi ricorda qualcosa? Viene da domandarsi se l’ipotetica indipendenza da uno Stato (nazione, come l’Italia, o già plurinazionale come il Belgio) e il superamento del concetto di minoranza (nazionale e/o provinciale, portatore del valore di “tutela” delle diversità culturali sottoposte al rischio di assimilazione) possa avere un effetto benefico sullo sviluppo di un sano bi-plurilinguismo o piuttosto perpetuare e persino amplificare (magari per legge) rivalse e dispute linguistiche, ossessioni identitarie e fissazioni irrazionali. Al legislatore spetterebbe invece il dovere di tutelare chi è cresciuto in un contesto sostanzialmente pacifico dalle degenerazioni di quanti – anziché occuparsi di problemi reali – problematizzano ciò che in un mondo globalizzato e pluriculturale dovrebbe costituire la normalità: il coesistere, l’una a fianco all’altra, di più lingue e l’asimmetrica alternanza tra loro. Senza che l’una si senta minacciata dall’altra.

Update 5.4.2012: Brennerbasisdemokratie risponde qui.

Un’unica gabbia interetnica

Un’unica gabbia interetnica

Gastkommentar Valentino Liberto.

[testo originale] In Sudtirolo ci sono ipotesi futuribili che nascondono verità sottese al dibattito pubblico: parlando di Selbstbestimmung o Freistaat si sceglie una tribuna, ma non si conosce la squadra per la quale si tifa né quella avversaria. I gruppi linguistici evadono sistematicamente dalla trattazione critica dei rispettivi patrimoni culturali d’appartenenza, benché a loro volta “sulla carta”. La mappa geografica vedrebbe gli uni al confine (o alle porte) del Kulturraum di lingua tedesca, gli altri come isola linguistica italiana ai margini estremi dell’Italia. In entrambi i casi, una periferia “cerniera” difficilmente al centro di qualcosa. Sarà per questa ragione che vogliamo essere l’ombelico di un mondo costruito a nostra immagine e somiglianza. Un confronto mediato tra divergenze tangibili è impossibile: il conflitto latente tarda a farsi risolutivo e definitivo perché basato su molteplici cliché, rappresentazione teatrale dell’italianità o del Tirolertum, mentre in realtà pensiamo tutti alla stessa maniera. Se apparentemente l’identificazione con la squadra del cuore è tanto chiara da osteggiarne una avversaria, è solo l’inalterabilità sudtirolese – variamente definita – ad essere sempre difesa a spada tratta. Il Sudtirolo è al centro dei pensieri, viene prima di ogni altro scrupolo. Quanti sudtirolesi, di lingua tedesca o italiana, sarebbero in grado di elencare proprie contaminazioni culturali provenienti dal retroterra mitteleuropeo e deutschsprachig oltre-Brennero oppure legate a una o più tradizioni regionali dell’Italia a sud di Salorno? Chi si tiene quotidianamente aggiornato di quanto accade a Vienna e Stoccarda piuttosto che a Venezia e Milano – se non nel vasto panorama europeo? Solo i ladini, quali superstiti retoromanzi tra le dolomie, paiono immuni all’autoreferenziale. I pochi a padroneggiare la materia d’altri sono trattati con diffidenza. Non è questione per acculturati: lo scambio culturale in campo intellettuale, letterario, politico, artistico, musicale o culinario avviene tramite piccoli gesti individuali.

In questi anni abbiamo speso fiumi d’inchiostro sulla “questione sudtirolese”, chiacchiera continua di per sé unificante e che appiana differenze. Basti pensare alla selva di libri annoverabile sotto la categoria «Tirolensien», esercizio stancante (o persino irritante) di convivenza passiva. In Sudtirolo parlano dell’Alto Adige mentre scrivono di Südtirol, vagheggiando una Heimat comune. Sarà forse un caso che i sudtirolesi di nascita più noti “all’estero” – Luis Trenker, Franz Tumler, Claus Gatterer, Hans Glauber, Alexander Langer, Anita Pichler, i giornalisti Lilli Gruber, Ulrich Ladurner e Gustav Hofer, il premio Nobel alternativo Monika Hauser – siano degli emigrati? Non è significativo il recente successo editoriale di Francesca Melandri e Sabine Gruber, scrittrici migranti dalle biografie incrociate?

I confini provinciali sono divenuti una «gabbia interetnica». Ognuno di noi ha contribuito in qualche modo a quest’ingabbiatura trasversale e comune a tutti. La scarsa attitudine dei sudtirolesi a guardare verso un orizzonte più ampio, identificandosi nell’Europa, si traduce persino nel rinnegare qualsivoglia legame con un ambiente allargato, non ristretto al Land tra i monti. Persino Tirolo storico, Trentino-Alto Adige o l’Euregio diventano oggigiorno una maglia troppo larga, addirittura la candidatura a Capitale Europea della Cultura col Nord-Est scontenta taluni. Meglio far da sé, produrre in proprio un’autarchia culturale e politica. Ma quanto potrà ancora resistere l’isolamento forzato nella fortezza? Sopravvivrà alla crisi del modello di autogoverno sinora autosufficiente? Staremo a vedere. Una cosa però oramai è certa: il «Gesamtsüdtirol» langeriano – aldilà degli Stati-nazione e senza rispettive madrepatrie tutrici – s’è realizzato. Ma anziché sommare i due mondi, il Südtirol autonomo e già sovrano è stato capace di formidabili reciproche sottrazioni. C’è di cui vantarsi.

Il volto plastico del Sudtirolo

plastico

[…] Quando lo incrociai per la prima volta sul Forum dell’ff, non potei fare a meno di pensare: “Ecco un altro poveraccio che sta per inghiottire il confine!” Poi la cosa è accaduta e, post dopo post, sono trascorsi degli anni. Oggi Valentino ragiona da uomo politico “precocemente maturo”: il confine che cinge il Sudtirolo è davvero la sua seconda colonna vertebrale. C’è solo da augurarsi che la smetta di frequentare brutte compagnie. Loiny, commento su SegnaVia, “Sentire il confine”, giugno 2008

Dal 1997, nella mia camera, è appesa una carta del Sudtirolo. E’ una carta fisica molto particolare, di quelle con i rilievi montuosi messi in evidenza, appunto “in rilievo”, dove si distinguono nettamente le vallate dolomitiche che fendono l’arco alpino, ferite non rimarginabili in un corpo freddo e solido. Ricordo bene quando indicai la mappa, esposta in un negozio nella centralissima Via Alto Adige, a Bolzano. “Guarda che bella…”, dissi a mia madre, il cui volto rassicurante esprimeva anche in quella circostanza una perplessa approvazione, con quel sorriso difficilmente interpretabile che da sempre la contraddistingue. Ritrovai l’ingombrante plastico di ritorno a casa, impacchettato in modo tale da non danneggiarlo nel difficile trasporto sino al sesto piano di Viale Trieste. Guardai rallegrato i miei genitori, per l’inaspettato regalo. La sorpresa lasciò ben presto spazio alla fantasia irrefrenabile di un bambino. La mente si perdeva tra i punti neri stampati sulla carta, il tratto blu dei corsi d’acqua, le cime riprodotte goffamente dal materiale plastico, piegato in modo tale da riportare quasi fedelmente la morfologia del territorio sudtirolese. I nomi bilingui li conoscevo ormai a memoria. Un’altra carta geografica aveva accompagnato la mia infanzia: lo scatto panoramico, a volo d’uccello, era un apprezzabile disegno realizzato a mano, stampato dall’Athesia su una carta plastificata arrotolabile. Non mi disturbava la differente intitolazione delle due rappresentazioni: la prima – in ordine cronologico – recava la scritta “Panorama Südtirol”, coi toponimi in lingua italiana indicati al secondo posto, e la seconda, “Provincia di Bolzano”, con toponomastica tedesca riportata tra parentesi. Le ragioni di tale inversione linguistica restavano a me ignote e non mi interessava approfondirle. Sulla carta ritrovavo i luoghi della mia vita e ciò mi bastava. Indicavo con precisione millimetrica le vie percorse ogni weekend, misurate con l’ausilio di un righello; le distanze tra una meta e l’altra di periodiche gite fuori porta non superavano quasi mai i quaranta centimetri, sufficienti per dominare lo spazio ideale di un metro quadro in cartone. All’interno di quel contorno rettangolare bianco, che delimitava la porzione di globo riprodotta in scala, mi sentivo libero. Infinitamente libero.

Libertà o incastro? Parte del mio entusiasmo infantile scaturiva dalla piena padronanza di una modesta fetta di mondo. Mi sono chiesto spesso se negli anni sia riuscito a disincastrarmi da quell’immaginario del Sudtirolo morfologico per fare un salto in avanti e guardare dritto negli occhi la realtà che circondava una mera fotografia cartacea. Oppure se la liquida quotidianità tutt’attorno non fosse null’altro che la proiezione maligna del plastico tinta marrone, divenuto tanto familiare. Nel dubbio, l’alternarsi delle stagioni trasformò l’universo concentrato di un bambino – che scopriva il mondo in pillole cartografiche – in un labirinto impolverato adagiato alla parete, mentre il fastidio alla testa, prodotto dal chiodo fisso con sopra inciso “Panorama Südtirol / Provincia di Bolzano”, che negli anni ’90 trafisse irrimediabilmente la materia cerebrale, è lenito soltanto da poche divagazioni spazio-temporali. Il Sudtirolo mi osserva, sfregiato e sporco, inchiodato al muro. Io resto immobile al suo cospetto, incapace di distogliere lo sguardo. E per sopravvivere, non resta altra possibilità che convivere con l’eterno, nefasto fascino di quel volto oscuro e minaccioso.