Magris, Cortina e Trieste

Sulla vicenda della cameriera in costume tirolese in un ristorante tipico a Cortina d’Ampezzo, nata in Guinea Bissau e perciò (secondo un esponente politico di destra) non conforme al “modello Heidi”.

​”(…) Qualche anno fa la scogliera (di Barcola, presso Trieste, ndr) era salita alla ribalta delle cronache grazie a un annega­to, il cui corpo riportato a riva e coperto da un lenzuolo era rimasto a lungo in mezzo ai bagnanti che avevano continua­to a prendere il sole accanto a lui, in quel­la familiare indifferenza della vita per la morte che la grande e rovente luce del­l’estate rende ancora più spietata. Pochi gli schiamazzi, rari i disturbi alla quiete pubblica.

Giorni fa, una madre ha redarguito il figlio, un bambino di quat­tro o cinque anni che giocava con un’in­cantevole coetanea — nera come l’eba­no, evidentemente adottata dai genitori, due tedeschi che si erano sistemati un po’ più lontano — sparando con una pi­stola ad acqua e scavalcando di corsa i corpi distesi al sole, per lui non ancora desiderabili o conturbanti. Sgridato, il bambino protestava, dicendo che allora bisognava rimproverare pure la bambi­na. «Quale bambina?», chiese la madre, che non la vedeva perché si era nascosta dietro un albero. «Quella che parla che non si capisce niente», rispose lui, evi­dentemente colpito dal fatto che la picco­la chiamasse le cose in modo per lui in­comprensibile, un po’ arrabbiato di sco­prire che esse potessero avere altri nomi.

Non gli era passato per la mente di iden­tificarla con il colore della sua pelle, che pure spiccava nettamente anche accanto all’abbronzatura dei bagnanti; quella diffe­renza di colore, che in altre situazioni ave­va provocato e potrebbe ancora provocare separazione e segregazione feroce, era irri­levante rispetto alla differenza tra l’italia­no e il tedesco. Neppure quest’ultima, pe­raltro, aveva il potere di separarli, perché, appena riapparsa la bambina nel frattem­po debitamente ammonita (in tedesco) dai suoi genitori, i due avevano ripreso su­bito a rincorrersi e a spruzzarsi, ignari di aver tenuto una bella lezione sulla diversi­tà e sull’identità, temi del resto cari anche ai convegni cultural-balneari così frequen­ti sulle spiagge estive, almeno quelle un po’ più eleganti della scogliera di Barcola.”

Claudio Magris, Corriere della Sera, 10 agosto 2009

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Istantanee marchigiane (1).

Istantanee marchigiane (1).

Sulla strada per “Borgofuturo”.

Arriviamo in cima alla collina, al borgo di Ripe San Ginesio, che il sole sta per volgere al tramonto. La luce è bella, il cielo sereno; solo una fila di nubi, perfettamente allineata all’orizzonte, copre il paese che si affaccia sul lato opposto della vallata, Loro Piceno, dal quale proveniamo. “La strada è ben asfaltata” ci siamo ripetuti una curva dopo l’altra. Qui tutte le strade portano a un borgo, da più direzioni, seguendo il profilo sinuoso delle colline. È come ondeggiare su un mare che si stende a perdita d’occhio, dove “il naufragar m’è dolce” scrisse Giacomo Leopardi. Meno dolce è guidare su queste strade, spesso dissestate e prive di segnaletica, ma non è il caso della salita a Ripe. Al poeta dell’Infinito è dedicata invece la via principale del centro: inizia appena dietro al minuscolo municipio, evidentemente proporzionato alle ridotte dimensioni del comune – che conta poco più di 800 anime. Eppure, proprio Ripe San Ginesio è l’anima di un evento di richiamo che valica i confini della provincia maceratese: il festival biennale “Borgofuturo”, che partendo dal recupero sostenibile del nucleo storico – nel tentativo di arginarne il progressivo abbandono – è diventato un punto di riferimento delle “buone pratiche” ecologiste.

Passeggiando, incontriamo molte vetrine contrassegnate dal logo del festival. Sono spazi in attesa di essere assegnati a nuove attività, capaci di animare per tutto l’anno un paese anch’esso segnato dal terremoto nelle Marche. La targa di “via Giacomo Leopardi” è affissa a un edificio completamente imbragato dopo le scosse dello scorso anno. C’è un gran silenzio, sembra tutto perfettamente in ordine. Le travi in legno sono allineate a regola d’arte, come la fila di nubi all’orizzonte che ci ha accolto al nostro arrivo. Su un altro edificio, un’antica scritta indica la distanza da Loro Piceno: 8,2 km. È arrivata l’ora di tornare, di scendere giù per la strada ben asfaltata, dove il naufragare è ancor più dolce.

La fila di nubi che sovrasta Loro Piceno, vista da Ripe San Ginesio
Colline in direzione di San Ginesio, il “balcone” sui monti Sibillini
Ripe San Ginesio, piazza Vittorio Emanuele II. Sulla destra, il municipio
Ripe San Ginesio, uno dei locali di “Borgo Futuro” in attesa di assegnazione
Ripe San Ginesio, via Giacomo Leopardi dopo il terremoto del 2016
Ripe San Ginesio, piazza Vittorio Emanuele. “Conta-chilometri” e municipio

Noi, nella terra di mezzo

Noi, nella terra di mezzo

Ventidue anni ci separano dalla scomparsa di Alexander Langer, ma ancora oggi il suo saper “tradire” la propria appartenenza – qualsiasi essa fosse: linguistica, religiosa, ideologica – allo scopo di far incontrare e convergere opinioni tra loro apparentemente divergenti, e tradurle in una politica “non per il potere” (come titola una bella raccolta di suoi scritti) rappresenta un faro nel grigiore e nella mediocrità del dibattito pubblico contemporaneo. Basta aprire un social network al quale siamo iscritti, per assistere a un’incessante “guerra di posizione” alimentata a ogni ora del giorno da un’informazione frenetica, tra fake news, strumentalizzazioni – e innumerevoli semplificazioni. Non comunichiamo, non pensiamo assieme: assistiamo a un dibattito sul nulla, “muro contro muro”, fronti contrapposti (e disinformati) che litigano e si accusano a vicenda. Senza ascoltarsi un minuto.

Perciò la parola scritta e ragionata di Langer è per molti di noi così preziosa. Il suo porsi tra le barricate, avere la pazienza di ascoltare le ragioni dell’altro, senza mai partire da posizioni preconcette e irremovibili, attivando il dialogo: lo sforzo ecumenico di Langer è quello del mediatore di conflitti, del “costruttore di ponti, saltatore di muri, esploratore di frontiere”. Proprio su quegli argomenti di cui dibattiamo quotidianamente, che (come si suol dire) “spaccano” l’opinione pubblica, ci sarebbe un gran bisogno di simili figure mediatrici, che stiano in equilibrio su di una frontiera, in una “terra di mezzo” tra ignoranza e supponenza, dove nessuno ha torto o ragione, dove non esiste il nero o il bianco, dove non servono referendum tra il sì e il no, dove non ci sono vincitori né vinti. Porsi delle domande, avanzare dei dubbi, in un mondo in cui tutti hanno certezze: in ciò sta l’attualità del pensiero politico di Alexander Langer, la missione della sua ecologia esistenziale.

Lo impariamo dalle nostre relazioni quotidiane, con amici, persone care e amate, che a volte occorre rinunciare a qualcosa, fare un passo indietro per farne, insieme, due in avanti. Non cediamo alle generalizzazioni, non arrendiamoci al renzismo o al grillismo, piuttosto che ai “pro” o ai “no vax”: siamo stanchi, noi che stiamo lì in mezzo, senza riconoscerci in una parte o nell’altra, però proprio su di noi ricade la responsabilità maggiore. Se vogliamo prenderci cura del mondo e renderlo un posto un po’ migliore, non limitiamoci ad accusare le due parti di restare ferme, immobili. Dobbiamo muoverci in entrambe le direzioni, a piccoli passi, con pochi gesti e molte attenzioni. Impegnarsi a capire, spiegare, informare; riconoscere la complessità e al contempo renderla comprensibile a tutti. Occorre “tradurre tutto da tutti”, spiega Sofri ricordando Langer. È faticoso, ma in fondo si tratta solo di credere nell’umanità.

La CIA spiava la SVP

La CIA spiava la SVP

Dai documenti declassificati dell’intelligence americana emerge il quadro di una Südtiroler Volkspartei “sorvegliata speciale”, che nel 1946 cercò il sostegno della Jugoslavia socialista alla causa del ritorno all’Austria, offrendo in cambio la zona industriale di Bolzano come riparazione di guerra dell’Italia.

Per via di una causa legale persa, la Central Intelligence Agency (CIA) degli Stati Uniti ha reso disponibili online, dal novembre 2016 a oggi, ben 800mila file per un totale di 13 milioni di documenti declassificati, in ottemperanza al Freedom of Information Act (FOIA) che per volere di Clinton dal 1996 prevede un database accessibile al pubblico. Si tratta di rapporti sull’attività di spionaggio risalenti al periodo della Guerra fredda e sinora sottoposti al segreto di stato. Cercando nella “reading room” si trova di tutto – dai presunti avvistamenti UFO alle ingerenze degli 007 americani nell’industria e diplomazia internazionale. Una manna per storici e complottisti.

I documenti desecretati della CIA fanno luce però anche sui “main points” della questione altoatesina, dal 1946 agli albori del terrorismo. Ed emerge il quadro di un Sudtirolosorvegliato speciale” dagli USAtemevano una svolta in senso nazionalista per reazione alla politica di appeasement attuata a Roma dal gruppo dirigente fondatore della Südtiroler Volkspartei – malvisto a Innsbruck (dove si fantasticava uno “Stato del Tirolo”) né troppo considerato da Vienna e neppure dal Vaticano. Continua a leggere su Salto.bz >>

Rive sconosciute

lob der flucht

Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, o la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione.
Forse conoscete quella barca che si chiama Desiderio.

Henri Laborit, Lob der Flucht / Elogio della fuga