
Alex Schwazer da bambino, in Sudtirolo.
Sapete, a Racines/Ratschings non ci sono mai stato. Per una di quelle decisioni che non si spiegano mai, un soleggiato fine settimana di gennaio i miei genitori mi condussero in cima alla vallata “gemella” (e più ampia) di Ridanna/Ridnaun, che s’inerpica da Vipiteno sino alla miniera-museo di Schneeberg/Monteneve. O più probabilmente li costrinsi io ad esplorare un luogo (un attimo di vita) a me ignoto, accontentando la curiosità infantile. Credo fossero felici di ciò, soprattutto lei. Ricordo la luce fortissima riflessa sulla neve, spessa come in nessun altro luogo sulla faccia della terra. Ricordo la gioia visiva per quella coltre così soffice che ricopre tutto, i prati e i lati alberati delle strade, una chiesa gotica e i cimiteri silenti. Col mio primo cellulare scattai pure una foto, un po’ sfocata come il ricordo degli sciatori di fondo, impegnati nella loro piccola impresa sportiva domenicale, gli unici a sudare anche d’inverno, a prendere il sole senza giacca a vento per sembrare bagnanti in spiaggia. Sì, un’aria non dissimile da quella che ho respirato durante la vacanza al mare con mia madre, i pendii innevati intoccabili al pari dell’orizzonte increspato e sbiadito del mare di Liguria. Infine l’estate, immagine più sacra e indelebile del legame quasi etereo con le montagne: la mente custodisce l’emozione cristallina per il verde-pomeriggio dei prati accarezzati dal tramonto, quando ormai scendi a valle e devi tornare a casa, al massimo fermarti per una tisana alla rosa canina (se fa freddo) o un Holundersaft (se fa caldo). Oppure niente, perché è tardi, la città lontana, l’autostrada trafficata, la civiltà ci chiede di tornare ai ritmi canonici dell’esistenza. E sul mondo dei monti cala il silenzio del buio.
In Val di Racines si arriva da un incrocio sulla strada provinciale, poco distante dal bivio per il Jaufenpass (passo Giovo) sotto il quale giacciono i masi sparpagliati del comune di Ratschings, al sicuro e in penombra, in posizione decisamente meno soleggiata. Sarà forse per quello che non ci sono mai stato, oppure sì: in discesa dal passo, dopo una gita nella Passeiertal, per la frazione di Kalch/Calice ci passai sicuramente. Dove vive il già campione olimpico Alex Schwazer, cresciuto tra le montagne dell’alta Valle Isarco (o meglio, in tedesco, Wipptal) flagellate lo scorso weekend da un violento temporale – sviluppatosi sulla cresta di confine del Brennero – provocando due vittime e danni alla viabilità stradale e ferroviaria. La tempesta ora si è abbattuta su di lui, sulla sua famiglia e forse su un’intera comunità. Giorni fa, ascoltando un telegiornale, mi imbattei nelle parole di un marciatore azzurro inferocito per la “strana” rinuncia del sudtirolese alla 20 km di Londra: “Non lo sento da mesi, è chiuso nel suo mondo”. Un’ombra che mi inquietò. E poi arrivò la notizia, lo choc, la gogna mediatica, l’intervista a papà Josef, lacrime in mondovisione, pietà umana (o cristiana) di molti.
Hai sbagliato Alex, però puoi rimediare e tornare felice. Torna lassù, caro Alex, nel “tuo mondo” per davvero, al sicuro tra le montagne “di casa”, custodi dell’anima, dei ricordi e degli affetti. Torna tra le nevi di salsedine per fondisti domenicali, quelli con gli sci ai piedi e il costume sotto la tuta. Prendili in giro, se vuoi. Lascia loro l’onere dell’impresa. Torna al verde-pomeriggio che il bambino dentro di te sicuramente riconosce. Ascolta tuo padre, l’amore, il vento. Il mondo è cinico, stupido e pieno di errori, in questo mondo che corre forse non ci sarà più spazio per noi. Ma il “tuo mondo” saprà perdonarti. Anzi, ti assicuro che l’ha già fatto. Na bitt’schön Alex! Non mollare.