«Südtiroler Staatssozialismus» e l’ostilità dei professori.

L’imprenditore Michael Seeber inquadrò lo stile di governo sudtirolese come «Socialismo di Stato» o «Principato a conduzione tardo-feudale», al bivio – così aggiunse Der Spiegel - fra economia pianificata, isolamento e globalizzazione. Una specialità già invisa alla stampa italiana, che sembra ora incassare l’ostracismo della compagine governativa guidata dal bocconiano Mario Monti.

«Monti regiert jetz seit 100 Tog. Mocht er so weiter, isch Südtirol beim 200. Tog wieder bei Österreich» twittava venerdì scorso Moritz Windegger, firma ultra-conservatrice del quotidiano Dolomiten molto presente (e seguita) su Twitter. Un interrogativo inedito sta facendo capolino nel frastagliato fronte voll-autonomista e indipendentista: il benessere conquistato dall’Autonomia dinamica sarà minacciato dalle manovre del governo “tecnico”? Esse appaiono sempre più come frutto d’una strategia volta a indebolire le (poche, a dir la verità) conquiste dello Stato sociale italiano e, di conseguenza, le (molte) prerogative del modello sociale ed economico del cd. Sozialstaat sudtirolese. I primi effetti sembrano farsi sentire con il recente decreto liberalizzazioni, i tagli al bilancio provinciale, le sforbiciate ai costi esorbitanti della politica – di cui le autonomie locali, secondo certa opinione pubblica nazionale, sarebbero dirette corresponsabili: una campagna serrata dalla parvenza neoliberista, cavalcata dai giornali non solo d’orientamento liberale (Corriere della SeraLa Stampa, persino La Repubblica…) e col benestare delle forze politiche di maggioranza (compreso un PD indebolito dall’insoluta crisi d’identità), volta a picconare a colpi di decreti i presunti privilegi del decentramento amministrativo – seppur debole e a geografia variabile – cui l’Italia ha dato faticosamente avvio da alcuni anni, pur nei limiti di una classe dirigente inadeguata e corrotta.

Di giorno in giorno, si paventano privatizzazioni dei servizi pubblici, la riduzione dei poteri spettanti alle Regioni ordinarie secondo l’art. 117 Cost. (riformato nel 2001) e l’apertura di nuovi contenziosi con Regioni e Province autonome dinnanzi alla Corte costituzionale – dall’esito incerto, non essendo il nostro paese uno Stato federale a tutti gli effetti. «Ich verspüre einen zunehmenden Neid gegen unsere Sonderautonomie» ha dichiarato il senatore della SVP Oskar Peterlini. La reazione dei più strenui difensori dell’autogoverno sudtirolese, che destina gran parte delle proprie risorse al Welfare a controllo provinciale, è ancora più comprensibile se motivata dall’impressione oramai diffusa che questo governo sia mosso da ideali liberisti e tendenzialmente classisti, poco inclini a concepire l’intervento di Stato (e sue articolazioni interne) in economia e nel sociale attraverso la proprietà pubblica di istituzioni, agenzie formative e infrastrutture.

In primo luogo, dobbiamo tenere conto di una questione di mentalità. L’Alto Adige/Südtirol è portato a vedersi come territorio popolato da diversi gruppi linguistici che convivono tra loro pacificamente grazie a un compromesso giuridico internazionale. Questo è vero, ma il Sudtirolo contemporaneo è soprattutto una ricca regione alpina i cui abitanti godono di innumerevoli vantaggi economici. Nel ceto politico come nel dibattito pubblico locale, manca la consapevolezza di rappresentare un’anomalia ideologica: de facto il sistema «Provincia Autonoma» è un modello di governo socialdemocratico quasi “scandinavo”, nonostante il latente conflitto etnico, il largo consenso monolingue attorno al partito di raccolta cattolico-popolare, l’inesistenza di soggetti partitici alternativi d’ispirazione socialista nonché la concorrenza statale in materia economico-fiscale. Storicamente impermeabili a qualsivoglia istanza esterna (dal Protestantesimo all’Illuminismo) e condizionate solo dalla piaga nazionalista, le forze sociali autoctone si sono infatti concentrate nel corso del secondo Novecento sulla trattazione di controversie interetniche, facendo sì che il Sudtirolo moderno si svincolasse e isolasse in gran parte dalla contrapposizione globale sinistra-destra, che in Europa vide avvicendarsi la socialdemocrazia à la Brandt-Palme e liberismo tatcheriano, poi blairiano e (ainoi) berlusconiano. Bene o male, siamo privi d’influenze politico-culturali “di massa”, aspirazioni individualiste o suggestioni collettiviste, perciò pre- e post-ideologici: per antica natura contadina, pratica e comunitaria, nella quale già Cesare Battisti – durante le sue ricerche geografiche – intravide il seme d’un «socialismo montanaro» e cristiano che affonda le radici nella rivolta egualitaria di Gaismayr e nell’elemento democratico dei “Landstände”.

D’altro canto, in gioco c’è una questione d’identità. Il Regionalismo sudtirolese – cresciuto entro l’anomalo federalismo bidimensionale italiano – è di fronte al bivio tra totale autonomia entro i confini nazionali e un’indipendenza dai contorni ancora confusi. Se venissero scalfiti i presupposti stessi per “restare Italia” (cioè conservare e migliorare in un’ottica eco-sociale il suddetto modello governativo), è però evidente che si getterebbero nuove basi perché sia perseguita l’emancipazione da un paese che rincorre tutt’altro obiettivo, in una folle corsa che lo condurrebbe un domani a essere ancora più una «Nazione senza Stato», dalla democrazia deficitaria, senza enti decentrati, architettura federale né politiche da welfare-State. Da questo punto di vista, degna di nota è la reazione del governatore della Toscana Enrico Rossi, astro nascente “socialdemocratico”, il quale manifesta (vedi una sua recente intervista) più di una perplessità riguardo al sostegno del PD allo strano esecutivo Monti . La “regione rossa” si distingue dalle altre in termini di buoni propositi programmatici, muovendo i primi passi verso un federalismo visto “da sinistra” (attento a sanità, mercato del lavoro, politiche industriali, formazione, ambiente) ed essendosi dotata – al contrario di noi – d’una legislazione pioniera su immigrazione e partecipazione.

Risulta quindi auspicabile un nostro esame di coscienza. Negli ultimi anni, anche in Sudtirolo, imprese e politica si scambiano favori; il recente scandalo dell’energia getta cattiva luce sull’amministrazione della cosa pubblica da parte di “mamma Provincia” e in particolare del Landeshauptmann, che mina la credibilità esterna e interna del sistema. Decisionismo e concentrazione di poteri nelle mani della sola Giunta (ovvero della SVP) sono una deriva da arrestare. In futuro, infatti, dovesse proseguire l’imprevedibile rivoluzione liberale” inaugurata da Monti (e sottratta al predecessore, reo di un decennio privo di riforme strutturali), il nostro particolarismo un po’ autoreferenziale potrebbe essere oggetto di rinnovati attacchi dai più accaniti puristi del mercato deregolamentato, nonché di un’ostilità crescente dagli ambienti borghesi e dal cinismo d’elite industriale e intellettuale, i quali temono il “reazionario” Südtirol dagli “immotivati” privilegi – in quanto «d’ostacolo alla concorrenza» e la più efficiente roccaforte italiana di politiche d’assistenza pubblica. All’eterna «lotta contro Roma» potrebbe così sopraggiungere un passaggio storico: difesa e rafforzamento dei poteri legati alla tutela delle minoranze linguistiche (rispetto del trilinguismo e proporzionale etnica, sostanzialmente intangibili) lascerebbero spazio a un’autodifesa interetnica delle vaste competenze provinciali riconosciute dal Secondo Statuto d’Autonomia, quelle in pratica che hanno contribuito alla nostra “eccellenza” in alcuni campi: dall’agricoltura all’edilizia sostenibile, dal marketing turistico alla tutela del patrimonio culturale e naturale.

Concludendo, un suggerimento alla politica made in Sudtirolo. L’ala sociale SVP (gli Arbeitnehmer?) e il centrosinistra (Verdi compresi) farebbero bene a chiamare a raccolta associazioni e sindacati per un’alleanza trasversale che opponga resistenza al neo-centralismo nazionale (ma forse desisteranno dato il loro scarso peso numerico). Se, al contempo, l’indipendentismo “di sinistra” – ammesso e non concesso che tra i fautori dell’autodeterminazione esista una massa critica in grado di definirsi tale – saprà concentrare le energie sull’idea di un “patto socialdemocratico” tra i fondatori dell’ipotetico Stato sovrano e legiferante, l’anacronistico secessionismo sarà superato da nuove ragioni socio-economiche: affinché in sede sudtirolese sia promossa «in modo sostenibile la comune prosperità, la coesione interna e la pluralità culturale», così come recita la Costituzione elvetica. Varrà la pena pensarci, anche solo per un istante?

Vedi anche Brennerbasisdemokratie, Antifa, L’Espresso.

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