«I nostro sforzi saranno indirizzati a risanare la situazione finanziaria, a riprendere il cammino della crescita in un quadro di accresciuta attenzione all’equità sociale. Lo dobbiamo ai nostri figli, dobbiamo dare loro un futuro concreto di dignità e speranza».
Mario Monti è stato incaricato di formare il nuovo governo. Silvio Berlusconi è finito: il psicodramma personale dell’ex-premier trova sfogo nel videomessaggio odierno (vedi in basso), nel quale rilegge le parole della “discesa in campo” del 1994. Chi non fosse ancora convinto che Berlusconi sia istituzionalmente finito e non possa più avere campo libero in Italia, guardi quel messaggio e si renda definitivamente conto di quello che è stato finora. Attenzione però: non è morto il berlusconismo, né sono finiti i berlusconiani.
Per quanti sono nati sul finire degli anni ’80, questa soleggiata domenica d’autunno assumerà un valore quasi esistenziale. Abbiamo vissuto tutta la vita, sinora, con l’Italia dominata dall’egemonica influenza di Silvio Berlusconi. Ciò ha condizionato inevitabilmente per oltre un decennio (cioè ben prima che potessi votare) qualsivoglia mia opinione riguardo alla politica italiana e comporta ora un’incapacità (quasi cronica) nel comprendere qualsiasi reazione “definitiva” – nel campo politico a me più affine – al tramonto della più longeva e controversa Presidenza del Consiglio dalla caduta di Mussolini. Anch’io, ieri sera, non ho esitato a festeggiare unendomi virtualmente ai cori da stadio sotto il Quirinale (che così offensivi non mi parevano, data l’offesa arrecata da questa maggioranza all’intelligenza e al buon senso delle persone civili) e oggi leggo opinioni contrastanti di amici e conoscenti a proposito dell’effettivo peso sostanziale delle dimissioni sulla fiducia del premier – mentre la sfiducia di mercati ed Europa s’abbattevano sull’Italia. Finisce l’era del cosiddetto “berlusconismo” come paradigma culturale? Il passo indietro di Berlusconi rappresenta una sconfitta sul campo (nel quale era sceso platealmente) oppure solo un passaggio simbolico privo di significato? E soprattutto: cosa attenderci dall’insediamento di un governo del Presidente [della Repubblica], composto da tecnici e guidato da Mario Monti?
A tali quesiti provo a rispondere isolando alcune frasi “tipo” circolate nelle ultime ore.
1. «Non c’è nulla da festeggiare: bene Monti, ma Silvio non finisce qui». Questa frase contiene un fondo di verità: sono persuaso anch’io dal fatto che ci vorranno anni per disintossicare il paese. Ma il rischio vero è quello di cadere in una serie di tranelli sul terreno dello stesso berlusconismo. Non è vero che nulla di importante e sostanziale cambierà da domani, che l’Italia senza B. sarà la stessa, uguale identica, quasi che Italia e B. coincidessero per davvero, quasi che il paese ideale descritto dal premier uscente fosse reale e immodificabile. Siamo stati forse abituati, in questi anni, a preferire un’instabile staticità (o la descrizione d’uno status quo perpetuo, d’un paesaggio immutabile) anziché favorire delicati cambiamenti, pur impercettibili rispetto alla grande massa di “conservatori” d’ogni credo (anche a sinistra)? Un governo inefficiente, in una Repubblica già imperfetta, incide moltissimo sul benessere in ogni aspetto della vita quotidiana, dovremmo averlo capito da tempo. Riforme organiche dello Stato ormai non procrastinabili, varate da una compagine governativa anche solo con un briciolo di lungimiranza e responsabilità, garantiranno perlomeno di riavviare l’Italia, per darle un minimo di credibilità internazionale (indispensabile di questi tempi) e ristabilire quella giustizia sociale che la pseudo-rivoluzione liberale di B. non ha garantito, aumentando anzi le disuguaglianze. E’ questa l’emergenza democratica, che va ben aldilà della crisi in atto. Il mito di B. finirà nel momento in cui decisioni eque e rigorose daranno buoni frutti. Di qui il mio essere indisposto nei confronti dei pessimisti della vigilia, di chi non dà speranza alcuna e non si sforza di preparare il terreno affinché non restino tali. Paura più fondata, a mio giudizio, è quella di una “resistenza culturale” di B., rafforzata dal suo immaginario non solo mediatico. Preferirei però che si spostasse l’attenzione in un’altra direzione. Il problema non sta, come in molti credono, nella sopravvivenza del Capo, bensì dei suoi sostenitori, dei berlusconiani. Quei giovani educati (se non svezzati) venerando un ideale di “libertà” contro sinistre ottuse e malvagie, cresciuti a pane e fervente anti-comunismo (una parte), o chi legge tabloid vari e s’informa guardando “Striscia la Notizia” e “Studio Aperto” (la maggior parte, anche in buona fede) sono una palla al piede. Nei titoli (di coda?) del Tg4, ieri, per il martire Emilio Fede sembrava l’ultimo giorno di scuola: commiati, ringraziamenti, ovazioni. Micaela Biancofiore, oggi, era a Roma con una delegazione di giovani minorenni bolzanini. Chiara scrive giustamente su twitter (vedi): «La missione di Alfano è mantenere il sostegno specialmente dei giovani esaltati creati dal PDL. Keyword: orgoglio-giovani-questisinistri-ipod». E difatti Alfano cercherà di ridare credibilità al centrodestra. «Gliene dirò quattro a questi “sinistri” che festeggiano come se la crisi italiana fosse finita!», twitta il segretario. «Ieri non si sono vinte le elezioni», tuona. Come dire: Berlusconi non ha sbagliato niente, siete voi ad averlo fatto cascare per nulla.

2. «Berlusconi non è finito come volevamo: sconfitto dal popolo sovrano tramite una consultazione elettorale che esprimesse una maggioranza parlamentare alternativa». La legittimazione popolare è un’altra delle carte giocate più spesso da Berlusconi. Anche su questo dovremmo smetterla di dare credito a coloro i quali (sfoderando l’arma democratica per eccellenza: le elezioni) credono solo nel mandato degli elettori. Lungi da me limitare l’ampiezza di una democrazia, la sua quantità, ma è paradossale che quanti ne contestavano sino all’altro giorno la qualità, considerando gli italiani una mandria di pecoroni creduloni e cocciuti, si facciano ora paladini anch’essi d’una sorta di populismo democratico (mi riferisco ovviamente a elementi di “indignazione” quali Grillo, esponenti di sinistra e dei movimenti, firme del Fatto quotidiano). Gli indicatori sono molteplici e l’opinione pubblica (nel terzo millennio) si può misurare con una certa precisione. Se proprio vogliamo parlare di appuntamenti elettorali, mi pare che ultimamente l’alternativa fosse tangibile: s’è espressa tramite i referendum di giugno e le elezioni amministrative nelle grandi città. Perdendo Milano, B. ha ricevuto uno schiaffo da quegli stessi elettori che in lui credevano (anche fino a un anno fa, certamente, ma conosciamo il carattere genetico da nazione di bandiere e voltagabbana). Non è una minoranza ad averlo messo all’angolo, bensì una maggioranza silenziosa, che ha sofferto nel quotidiano fastidio per un governo inesistente e corrotto dal potere, che ignorava la realtà e talmente bugiardo da essere apparso a moltissimi (i sondaggi lo mostrano con estrema chiarezza) come inaccettabile. Negare queste espressioni di disagio collettivo, è negare il malessere prodotto da Berlusconi in una cospicua porzione del suo elettorato, visibile in quotidiane dichiarazioni di sfiducia (anche sulla stampa moderata e vicina agli industriali) per promesse mai mantenute e programmi rimasti irrealizzati. «C’è chi lavora da tempo perché il pendolo della politica italiana torni indietro, ai tempi in cui la volontà degli elettori era commissariata dalle oligarchie di partito abituate a gestire in proprio la forza che i cittadini consegnavano loro al momento del voto; siamo stati i protagonisti di una riforma di segno bipolare, fondata sul principio per cui il popolo sceglie [anche] il Capo del governo» dichiara l’ormai ex-premier. Non offriamogli altri alibi per affermare che il paese è vivo e vegeto, insieme a lui.
3. «Berlusconi doveva cadere in Parlamento». Banale: la compravendita di deputati (e l’assoluta loro irresponsabilità nei confronti del paese, essendo rappresentanti della nazione e senza vincolo di mandato) ha impedito che il passaggio all’opposizione degli aderenti a “Futuro e Libertà” facesse cadere il governo già un anno fa. In ogni caso, la sfiducia de facto c’è stata. Non giriamoci intorno.
4. «Un governo presieduto da Monti sarà di “macelleria sociale”, espressione degli interessi della finanza internazionale e frutto di un commissariamento franco-tedesco». Questa convinzione è diretta conseguenza della precedente: la dice lunga il fatto che siano soprattutto i berluscones a sbandierarla, ma non solo. Anzi, negli ambienti della sinistra più critica verso l’economia di mercato, l’effettiva riduzione della sovranità nazionale dettata dalla speculazione finanziaria produce la pretesa di elezioni immediate. Un guizzo di orgoglio patriottico, dai tratti euro-scettici. Su presunte congiure e complotti è inutile esprimersi – la disinformazione parla da sola; è chi grida al fantasma della “macelleria sociale” ad apparirmi irrazionale. La vera macelleria l’abbiamo appena vissuta sulla nostra pelle con B., possibile non essersene resi conto? All’Italia, come detto, servono i fondamentali per ripartire, una exit-strategy: conferire una direzione alla classe politica disorientata, cresciuta con B. e altrimenti priva per tradizione di basi comuni (e valori condivisi) dalle quali ripartire. Crediamo davvero che un cambio di governo “politico”, con elezioni a brevissimo termine, ci consegnerebbe una situazione più limpida e, diciamo, “di sinistra”? E non parlo delle intenzioni di voto (chiaramente orientate verso un consenso esplicito alla coalizione del cd. “patto di Vasto”) quanto del “Porcellum” – che può consegnarci all’ingovernabilità – e dell’arcinoto autolesionismo nella dirigenza PD, che sostiene un’alleanza al centro e combatte il ricambio generazionale. I provvedimenti da adottare sono inderogabili e un governo di centrosinistra quasi sicuramente non avrebbe la forza necessaria per adottarli, proprio perché il mandato degli elettori sarebbe un altro: una differente prospettiva politica in uno scenario non emergenziale. Temo che B., nell’aver (dis)educato gli italiani, li abbia persuasi della negatività di un’autorità autorevole pronta a sottoporci a sacrifici (dovuti però alla volontà di contagiare d’autorevolezza il sistema-paese) e al contempo tale scetticismo abbia reso consuetudinaria la nostra totale rinuncia al rafforzamento del Welfare State (che di quel rigore ha bisogno come ragionevole premessa), una parolaccia impronunciabile durante l’ultimo ventennio. Non sarà certo un economista di fama europea a impedire allo Stato di svilupparsi in senso sociale (le ricette di Romano Prodi ne sono un chiaro esempio), è B. ad averlo ostacolato con intenti persino anti-liberali. Alla faccia della famigerata “rivoluzione liberale”.
Dovremo mantenere alta la guardia rispetto ai colpi di coda del berlusconismo, ripararci dalle rovine che lasceranno dietro e seguire con attenzione gli sviluppi nell’ambito del centrodestra (Alfano in primis). Con fiducia nel futuro prossimo, perché da domani, finalmente, cominceremo a leggere le proposte di Monti, a discuterle, a entrare nel merito, a fare valutazioni di contenuto. A tornare alla normalità del sano confronto politico, nell’interesse della cosa pubblica. Non sono frasi scontate: è la serenità necessaria per lasciarci alle spalle Berlusconi e non farci condizionare da schemi interpretativi sui quali la sua epoca ha inevitabilmente pesato.
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