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Architettura, Faschismen, Kultura

L’architettura è potere. (Con una nota sul Siegesdenkmal.)

Monumento alla Vittoria (Siegesdenkmal), Bolzano/Bozen - Foto: (c) Valentino Liberto.

Monumento alla Vittoria (Siegesdenkmal), Bolzano/Bozen - Foto: (c) Valentino Liberto.

L’architettura governa il consenso. Comunica, manifesta, insegna e – nel caso dei regimi totalitari – indottrina. Considerazioni elementari, certamente, che però vale la pena di ricordare in vista dell’attesissimo tramonto berlusconiano, a chiusura d’un ventennio di propaganda elettorale attorno a piani infrastrutturali rimasti sulla carta. Irrealizzabili, perché colpevolmente monumentali o persino inutili: si pensi al ponte sullo Stretto di Messina, mentre l’intero paese è interessato da calamità idrogeologiche – in Lunigiana, nelle Cinque Terre e a Genova, frutto della totale assenza di una politica urbanistica e territoriale. Altro tema d’attualità: le archistar oggetto di critiche sul piano etico per aver eseguito progetti commissionati da dittature (in proposito, vedi un recente articolo sul Corriere della Sera: «Quelle archistar alla corte dei dittatori»). In Sudtirolo, al contrario, la cd. “era Durnwalder” (anch’essa, forse, volgente al termine dopo oltre vent’anni) è contrassegnata dalla realizzazione di importanti opere pubbliche; strade e gallerie, soprattutto, ma anche scuole, musei e persino giardini, quale consacrazione architettonica dell’Autonomia dinamica e del modello economico sudtirolese. Al pari dei paesi scandinavi e più in generale del centro-nord Europa, dove è ancora più evidente la rappresentazione dello Stato sociale attraverso poderose politiche (verdi) di pianificazione urbana.

«L’architettura, con la sua costante presenza, modifica a poco a poco il carattere delle generazioni.»

“Dizionario del fascismo”, 1940

Mussolini architetto – Propaganda e paesaggio urbano nell’Italia fascista” (Einaudi, 2008) è un’indagine puntuale e riccamente documentata curata da Paolo Nicoloso, docente di Storia dell’architettura alle Università di Trieste e Udine. Sulla scia di George Mosse, ripercorre l’attivismo architettonico del duce attraverso l’Italia, tra inaugurazioni e visite ai cantieri nonché – e qui sta la novità – in un fitto dialogo coi progettisti, spesso convocati in udienza privata a Palazzo Venezia.

«Da sempre l’architettura svolge un ruolo fondamentale nel processo formativo dell’identità. Il monumento ha la capacità di trasmettere significati in grado di raggiungere tutta una comunità, la quale in esso poi si viene a riconoscere» si legge nell’introduzione al libro. Architettura intesa non soltanto quale «instrumentum regni», quindi, bensì come strumento di educazione delle masse, funzionale al processo di totalitarizzazione della società, fondato su mito, suggestione e tradizione. L’architettura rende tangibili i miti del “glorioso” passato imperiale romano; i richiami alla memoria storica alimentano l’autocoscienza, l’appartenenza e l’immaginario collettivo nazionalista. Le figure semplici, comprensibili a tutti, danno la parvenza d’una condivisione spontanea del popolo alle scelte architettoniche – quando in realtà è il duce a impartire indicazioni ferree agli architetti; sono simboli dall’ordine inalterabile e “superiore”, tutt’altro che “internazionale” perché freno al caos dello straniero e della modernità. Architetture fintamente “popolari” capaci di unire gli italiani per le eternità, dopo “secoli bui” nei quali la tradizione di civiltà era priva d’una cornice politica unitaria. La guerra fece saltare in parte i piani del regime. Ma «il fine pedagogico dell’architettura ha ricadute più ampie, riscontri non sempre immediati». Riguarda le generazioni future, anche loro coinvolte nel processo identitario. «Quelle opere devono continuare a trasmettere significati pure quando il fascismo non ci sarà più. Mussolini [...] sa che il cambiamento antropologico degli italiani richiede tempi lunghi». Il fascismo – con l’ambizione dichiarata di colonizzare la storia – entra a far parte del patrimonio e della memoria comune attraverso il carattere duraturo dei palazzi in marmo.

In tutto ciò, il duce riveste un ruolo non secondario. Nicoloso lo pone sotto una luce diversa e inedita («in quasi 4000 pagine a lui dedicate dallo storico Renzo De Felice, la parola “architettura” non è mai citata»), capovolgendo la tesi storiografica di una politica architettonica fascista pressoché assente. Benito Mussolini coltiva invece un interesse “vero” per la disciplina, entra nel merito delle questioni persino con la capacità di interferire. Assume così i panni di attento “consigliere” (senza però esser mai confutato) nei progetti urbanistici a lui sottoposti, con la precisa strategia – a volte contraddittoria – descritta poc’anzi. Il duce prende la matita in mano, impone modifiche, dà direttive. E gli architetti ubbidiscono. Persino il passaggio, nel corso dell’accelerazione totalitaria sul finire degli anni ’30, dalla dominante architettura moderna e razionalista a un utilizzo frequente di richiami classicisti (già cari a Hitler) si deve alla “conversione” di Mussolini. Nel volume si sottolinea inoltre il ruolo altrettanto protagonista (del tutto organico alla propaganda fascista) di Marcello Piacentini quale «accademico» preferito dal duce, mediante «l’arcana potenza» dell’architettura. A Roma innanzitutto, dove gli sarà affidata buona parte degli interventi in cantiere (da Via della Conciliazione all’EUR), e su scala nazionale «da Bologna a Napoli, da Bolzano a Genova, da Livorno a Trieste» (così nell’introduzione). Piacentini delineerà gli indirizzi architettonici «verso uno stile unitario» e Mussolini in persona lo sosterrà nell’ambizioso progetto di un’unitarietà architettonica del fascismo, perseguendo il ricorso al bisogno primordiale dell’uomo di dotarsi di simboli per rafforzare la sua identità. Le forme saranno concepite per resistere al tempo, onde tramandare un messaggio possibilmente indelebile. E così tali dispositivi di regime entreranno a far parte del patrimonio storico-culturale dello Stato democratico.

L’autore infine si scaglia contro la defascistizzazione e decontestualizzazione politica operata da alcuni studiosi di architettura: «Come se progettare un edificio pubblico rappresentativo della dittatura mussoliniana o dell’Italia democratica sia esattamente la stessa cosa». «Liquidate velocemente come architetture false e retoriche, il che ha equivalso in qualche modo ad assolverle, [...] sono rimaste allora come vuoti reliquiari da risemantizzare. [...] Lanciano messaggi più ibridi, meno minacciosi e invasivi degli originali. Ma [...] riemergono dal continuum storico». L’imponenza solida, ordinata e carica di alterigia determina una percezione dominante, trasmette un’idea di grandezza e «inculca una visione del passato a dir poco edulcorata». «Perciò ci si chiede – è l’amara conclusione dello storico – se queste architetture (si pensi all’Arco della Vittoria di Bolzano [...]) possono essere rappresentative della nazione. [...] Le ataviche e mai sopite pulsioni degli italiani a coltivare i propri interessi “particulari” e a mostrare disinteresse verso ciò che rappresenta il bene comune sono tra le ragioni profonde di uno strisciante deficit di democrazia che debilita il paese. L’architettura del passato può funzionare da antidoto [...] andando ad attingere la memoria da un patrimonio architettonico contaminato» che riprende oggi a svolgere la sua funzione demagogica? «Molti italiani tornano a subire una rinnovata fascinazione per i palazzi “costruiti dal duce” [...]. Alla fine, il disegno di Mussolini, di parlare ai posteri del fascismo attraverso l’architettura, appare dunque vincente».

Nota sul Siegesdenkmal.

A proposito del Monumento della Vittoria, non posso che riportare in calce all’articolo le pagine dedicate da Paolo Nicoloso alla “nuova Bolzano” piacentiniana. Secondo il docente friulano, l’arco eretto presso ponte Talvera ha soprattutto una funzione celebrativa del fascismo italiano, di una “civiltà” superiore, circostanza quasi impareggiabile nel resto d’Italia e che va ben aldilà del significato comunemente attribuito al manufatto, ovvero di inneggiare alla vittoria nel primo conflitto mondiale. Posizione per certi versi inedita, se consideriamo che il Comune di Bolzano (nelle targhe esplicative poste davanti al monumento) si è preoccupata di depotenziarlo soprattutto per l’offesa arrecata ai sudtirolesi di lingua tedesca dalla scritta sul frontone. La terza e la quarta citazione sono perciò senza dubbio di particolare interesse per un chiaro (migliore?) inquadramento storico-architettonico:

«Nel giugno del 1935 [Mussolini] fa tappa in Sardegna, in agosto percorre le province di Bolzano e di Trento. Nella città altoatesina visita il nuovo palazzo di Piacentini, sede del Comando del Corpo d’Armata; dello stesso architetto ammira finalmente dal vero l’Arco della Vittoria, che, come si vedrà, egli seguì nel corso della progettazione. A Trento si fa accompagnare da Ettore Fagiuoli al Monumento a Cesare Battisti sul Doss, inaugurato da poco e di cui conosce le vicissitudini progettuali.» (pag. 11)

«Nel marzo 1926, Piacentini viene incaricato di progettare l’Arco della Vittoria a Bolzano. Qui Mussolini avrebbe personalmente abbozzato lo schizzo dell’arco e concordato direttamente con l’architetto alcune parti del monumento. Secondo Mario Lupano, Piacentini dovette convincerlo a desistere dalla proposta di coronare l’arco con un cannone puntato contro l’Austria. A ricordo dell’aggressivo suggerimento mussoliniano, l’architetto ha raccolto con un veloce schizzo l’idea su un taccuino.» (pag. 137)

«Ma è nel 1926, con l’incarico per l’Arco della Vittoria di Bolzano, che si concreta l’asse Mussolini-Piacentini. Nei programmi del duce esso sostituisce il Monumento nazionale – sempre a forma di arco – che su progetto di Brasini doveva sorgere sul castello di Gorizia. La costruzione bolzanina non è, infatti, un’opera qualunque, non è un semplice monumento cittadino dedicato ai caduti. Assume un significato ben più ambizioso: vuole essere simbolo dell’intera nazione vittoriosa eretto in una città di conquista. Ne è prova la ben congegnata campagna per la raccolta di fondi e la sua ottima riuscita. Essa coinvolge tutto il paese, da nord a sud, e ha come centro di raccolta la stessa Presidenza del Consiglio. Un’analoga opera di sottoscrizione si propone di fare alcuni anni dopo Hitler per l’Auditorio di Berlino, anche se non ha un reale bisogno di raccogliere denaro. Ciò che entrambi vogliono ottenere è un coinvolgimento di tutta la nazione e un’identificazione delle masse con quell’architettura. Per l’Arco della Vittoria il duce contatta personalmente l’architetto. Questi prontamente gli manifesta la sua ambizione «di creare il vero Monumento fascista», facendosi fedele interprete della forzatura ideologica mussoliniana, che vuole identificare la vittoria dell’Italia con una vittoria ante litteram del regime. A opera conclusa dirà che l’arco di Bolzano è «il suggello architettonico dell’anima fascista», il suo personale dono «spirituale» al PNF, a cui non è ancora iscritto. Qui l’architettura, in alcuni suoi particolari, diviene parlante, «simbolo fascista fatto corpo» dirà puntualmente Ponti. Le 14 colonne a sostegno dell’arco trionfale sono interpretate come fasci di colonne più piccole, prive di capitello, ma con addossata alla sommità la scure littoria. La proposta di nuovo ordine littorio è dichiarata. Così come quella di identificare la vittoria con il fascismo. Nelle successive opere di Piacentini non si troveranno altre manifestazioni così esplicite e ingenue di una traduzione dell’ideologia in architettura. Ma Mussolini stesso, sensibile invece alle seduzioni demagogiche dell’architettura parlante, totalmente comprensibile dalle masse nel suo significato, potrebbe avere influenzato le soluzioni messe in pratica nel monumento bolzanino. Significativamente, i disegni dell’architetto per un nuovo ordine architettonico del littorio, visionati personalmente dal cuse, si collocano tra la circolare di Mussolini del dicembre 1925, che impone a tutti gli edifici ministeriali il fascio littorio, e il decreto del 12 dicembre 1926, che dichiara il fascio emblema dello Stato italiano. Tuttavia a Bolzano l’operazione non è stata quella di applicare semplicemente un simbolo al monumento. Si è andati ben oltre cercando di farne parte costitutiva di un linguaggio architettonico. Se Mussolini ha l’arroganza di imporre a simbolo di Stato un emblema di partito, l’architetto va oltre e inserisce un elemento ornamentale, che ha valenza politica, contingente nella regola millenaria degli ordini architettonici. Piacentini spiegherà nei dettagli le difficoltà incontrate nel disegnare il nuovo ordine. Si dilungherà nella ricerca di un’esatta divisione della pianta della colonna in lobi per non farla somigliare né al tipo egizio né al semplice fusto scanalato; motiverà la decisione di eliminare la base e il capitello con l’intenzione di esaltare il carattere di fascio del littorio. Non dunque una semplice decorazione, ma un ordine per eternare il nuovo regime. [...] Da questo momento in poi tra il duce e l’architetto si instaurano una serie di contatti a catena.» (pagg. 172-174)

Clicca sull'immagine per ingrandire.

«A Bolzano, dove [Piacentini] «ha conquistato posizioni di assoluto potere» – è autore, tra l’altro, del Piano regolatore – concepisce l’impianto architettonico di piazza della Vittoria, nodo urbanistico tra il nucleo della città vecchia e la nuova città italiana. Parte del progetto originario – che prevede sull’area occupata dal restringimento dell’alveo del torrente Talvera, la realizzazione del Palazzo del Governo e del Municipio, inquadrati da due pili romani [vedi figura in basso] – viene inaugurata nel 1938. L’accademico ha fatto assegnare la progettazione dei palazzi dell’INA e dell’INFPS, che costituiscono il fronte occidentale della piazza, a un suo sodale, Paolo Rossi de Paoli. «L’aspetto della città, – registra Galeazzo Ciano durante una visita – si trasforma da nordico in mediterraneo [...] Tra dieci anni o anche meno sarà difficile riconoscere in Bolzano la Bozen di un tempo».» (pagg. 257-258)

Nell’immagine qui a fianco, il plastico mostra come doveva apparire piazza della Vittoria a Bolzano/Bozen secondo il progetto originario di Marcello Piacentini.

Diskussion

4 Antworten zu “L’architettura è potere. (Con una nota sul Siegesdenkmal.)”

  1. Molto interessante.

    Geschrieben von gadilu | 6. November 2011, 20:49
  2. interessante, vedo di prendere contatti con qualche architetto svizzero…

    Geschrieben von Oscar Ferrari | 6. November 2011, 22:23
  3. triste….e c’è pur chi lo difende…

    Geschrieben von Emil | 7. November 2011, 17:10

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  1. Pingback: Un „museo storico regionale“ per Cesare Battisti. « blaun.eu // eco.sozial.network. - 5. Januar 2012

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// über Val. Su di me. About Val.

21jähriger aus Bozen (*1989 in Brixen), lebt bei Massa u. Carrara in der Toskana, wo er Politik an der Universität Pisa studiert - als Botschafter unseres bio-kulinarisches Unikums: des Knödels. Südtiroler Buttersprache. Blogger und ehem. Schülervertrer, engagiert er sich seit 2008 bei den Grünen-Verdi-Vërc.

Ventunenne [sempre]verde ancora sudtirolese, trapiantato a Massa e studioso per diletto del pensiero di Alexander Langer. Ambasciatore del canederlo, già disperso sulla Landkarte delle Alpi (Apuane?).

[Ever]green from Bolzano, capital city of South Tyrol, lives in northern Tuscany near Versilia. Politics student at University of Pisa, cooks Knödel (mitteleuropean speciality).

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