L’aisciuda dla autodeterminaziun.

Brennerbasisdemokratie e
[Blaun] - Gesamtsüdtiroler Sovranité

sul »ff – Das Südtiroler Wochenmagazin«

DER TRAUM VOM EIGENEN STAAT

Deutsche, Italiener und Ladiner gemeinsam:
die neue Faszination Selbstbestimmung

La Primavera di Botticelli.

La Primavera di Botticelli.

L’aisciuda dla autodeterminaziun. La primavera dell’autodeterminazione.

Quando la realtà supera la fantasia. Anch’io, come tanti altri amici in queste ore, mi guardo quasi incredulo attorno, cercando risposte in una società talmente complessa da essere in grado di evolversi con imprevedibile velocità, assorbendo istanze „sotterranee“ e sorpassando le più rosee (e strampalate) aspettative di un giovane visionario. Oltre tre anni fa misi piede per la prima volta in un blog e non avrei neanche lontanamente immaginato che una mattina di primavera l’inatteso e rinnovato interesse tra i sudtirolesi per lo scenario dell’indipendenza mi avrebbe toccato da vicino, persino coinvolto in prima persona alla luce del sole. Nel frattempo è nato il movimento della Süd-Tiroler Freiheit con la retorica richiesta del riconoscimento di un „diritto negato“ alla Selbstbestimmung, nonché il laboratorio collettivo della Brennerbasisdemokratie, cui sono approdato con l’obiettivo ambizioso di forgiare un modello (altrettanto impraticabile ma alquanto auspicabile) di determinazione „postetnica“ del futuro – e dal quale sono emerso candidato per la forza politica erede dell’esperienza alternativa „interetnica“ di Alexander Langer. E poi, nel febbraio scorso, ecco i primi germogli del nostro lungo lavoro di semina argomentativa: il governo italiano minaccia di ridimensionare l’Autonomia e a Brixen/Bressanone, Riccardo Dello Sbarba si cala „per gioco“ nei panni dell’indipendentista (vedi) e ipotizza – con fare accademico – un progetto di coinvolgimento degli italiani nella „visione Freistaat„. »Südtirol ist nicht Italien, ok, aber was ist eigentlich Südtirol?« si chiede l’ex presidente del Consiglio provinciale di Bolzano/Bozen, parlando di un „nuovo patriottismo sudtirolese“, non basato sui riferimenti agli stati nazionali. Un patriottismo che faccia del plurilinguismo, dell’orgoglio per la tutela del patrimonio naturale e per il buongoverno i valori aggiunti. Sembra a tratti di rileggere il Manifest/o di [bbd].

Due settimane dopo, lo Chefredakteur del settimanale „ff“ Norbert Dall’Ò pubblica un editoriale dove difende la legittimità di un sogno: l’autogoverno pieno e condiviso del Sudtirolo raggiunto assieme agli italiani. Ecco, gli italiani dell’Alto Adige, eterni anti-secessionisti; si desidera convincerli della validità di un Gesamtsüdtirol indiviso, ma alla Plattform partecipano solo tre „italiani“, di cui uno è professore ed editorialista originario della Toscana. Ora, sfogliando l’odierno articolo sulla „ff“, che mi cita a pagina 20, tocco con mano un dibattito che vede negli „italiani“ di [bbd] gli attori protagonisti. Incredibile e disarmante. Ora dobbiamo stare attenti a non commettere passi falsi, a mantenere i piedi per terra, analizzare con sguardo obiettivo la realtà nel suo complesso per non cadere in facili tentazioni, entusiasmi e semplificazioni varie.
Onde evitare che il sogno possa tramutarsi presto in un incubo.

Andare oltre le apparenze. Le reazioni innescate da Riccardo Dello Sbarba sul suo blog, nel proporre l’ormai nota doppia cittadinanza***, e il recente comunicato stampa di Michi Hitthaler dei YGS (Giovani Verdi) dimostrano la fondatezza di una mia teoria già espressa in passato (vedi): la „deriva seperatista“ è in agguato. Una considerevole fetta di giovani e meno giovani „di sinistra“ e perlopiù di madrelingua tedesca manderebbe volentieri a quel paese l’Italia berlusconiana a favore di un riavvicinamento con il mondo culturale e politico (leggi: die Grünen, SPÖ) austriaco da sempre visto come modello cui ispirarsi. Per mero opportunismo, le forze alternative preferiscono sottacere ogni vago riferimento alla Heimat [sud]tirolese, per poi dietro le quinte guardare ammaliati alla situazione Oltrebrennero. Difficile confrontarsi sul tema con le destre tedesche locali, ancora più difficile confessare un’inconscia nostalgia per un Sudtirolo solo “tedescofono”, ovvero privo delle ovvie complicazioni prodotte dalla presenza di più gruppi linguistici che dovrebbero interagire tra loro (nazionalismo diffuso, eccessivo ricorso al ricatto storico-etnico dell’ingiusto o sacro confine, il “qui siamo in Italia”) e non da ultimo dalla convivenza con la Bananenrepublik Italien. Andare via forse renderebbe tutto più semplice e noi un poco più rosso/verdi.

Circola anche tra politicanti di ispirazione verde/socialdemocratica l’idea di riallacciarsi al Vaterland attraverso il pretesto europeista (“basta confini, siamo cittadini del mondo”) o della „democrazia partecipata/di base“ (il referendum) quindi escludendo a priori una Wiedervereinigung euroregionale che riproduca il Tirolo “storico”- pronunciare tale concetto di riunificazione pantirolese equivale a sostenere Ein Tirol – o il coinvolgimento esplicito del gruppo linguistico italiano nel processo di “nation building” già avviato dall’Autonomia, aiutandoli ad elaborare la consapevolezza del contributo perlopiù involontario alla costituizione almeno teorica di un Sudtirolo plurilingue – quindi di un Tirolo “in piccolo”. Parte della società sudtirolese è rimasta ferma a 90 anni fa, quando gli italici di qui rappresentavano uno sparuto gruppo di lavoratori nei campi dell’Unterland. Quanto ai cosiddetti altoatesini, ebbene: sono privi e sempre saranno privi (a tali condizioni) di qualsivoglia Selbstbewusstsein. E siamo certi che lo Stato indipendente garantirebbe da sé ai ladini – ma anche agli altri due gruppi linguistici – eguale diritto alla padronanza piena della propria madrelingua ad esempio a scuola? Una questione che (tra le righe) [bbd] aveva trattato. Certo, è innegabile che le difficoltà (e il rischio ipotetico dell’assimilazione) siano maggiori in un contesto „nazionale“ più ampio (sebbene l’Autonomia sia teoricamente la “botte di ferro” delle tre identità) e l’introduzione di modelli scolastici di apprendimento plurilingue sarebbe forse agevolata nel Freistaat. Ma sono domande di difficile risposta.

Frenare la deriva austriacante. Se la crisi globale porta a un radicamento nel piccolo che non è certo sinonimo di “apertura”, se chi professa la fede indipendentista tende a dimenticare la natura pluriculturale del Tirolo e vuole perciò rimpicciolirlo – stralciando il Trentino - per chiudersi in un fortino e sentirsi al sicuro tra “simili”, se pure tra i Linke si diffonde un’idea „sbagliata“ (la volontà di separarsi non può essere il risultato dell’insofferenza verso un paese all’orlo del totalitarismo „costituzionale“) e/o superficiale (»panacea di tutti i mali«) di autodeterminazione, un dibattito serio e approfondito sulla tematica dovrà trovare spazio nella nostra agenda politica. Offriamo una seconda chance alla Selbstbestimmung, traformandola in un’alternativa „aggiuntiva“. Il 19 marzo 2009 può rappresentare l’avvio di questa „nuova primavera“ del Sudtirolo. Con umiltà, costanza e moderazione possiamo farcela. (val)

_ _ _

*** E se la scelta “Entweder oder” fosse già digerita?
Il paradosso del “Sowohl als auch” in chiave nazionale.

Una breve riflessione a lato. Come sappiamo, Austria e Italia per un lasso di tempo relativamente breve si sono contese (entrambe senza grandi entusiasmi) la supremazia sul Sudtirolo/Alto Adige. La situazione fotografata tra il 1918 e il 1972, e per estensione oltre sino al 1992, vede il riferimento “nazionale” storico di noi Sudtirolesi (ovvero l’Austria, cui per diversi secoli abbiamo condiviso i destini) passare dal ruolo di “madrepatria” sottratta sul tavolo delle trattative “di pace” – dal quale uscì un’Austria dai confini stravolti per sempre – a quello contemporaneo di “potenza tutrice” attraverso il ricorso alle Nazioni Unite e la celeberrima quietanza liberatoria. Ai giorni nostri, quei sudtirolesi che propugnano la Selbstbestimmung si autodefiniscono nei loro interventi oltreconfine una “oesterreichische Minderheit”, volendo includere in tale status sia il gruppo linguistico tedesco che quello ladino – già unite sotto la corona asburgica. Una verità storica data per certa, che assume a mio parere una connotazione negativa se non raffrontata con la natura odierna della società sudtirolese: io credo che la stragrande maggioranza dei nostri concittadini di lingua tedesca e ladina – ed i risultati elettorali lo attestano, nonostante tutto – non si riconosca oggi in quei sentimenti austriacanti; si considera una (doppia) minoranza linguistica all’interno della Repubblica italiana, certo, ma non per forza una minoranza austriaca. Semmai (se proprio dobbiamo cercare una cornice identitaria più ampia) prevale una più forte e diffusa matrice “tirolese”, attraverso cui i sudtirolesi superano il complesso del non sapersi (o potersi) incasellare in una determinata nazione europea sulla carta continentale. I legami con Vienna (sempre deboli e sul punto di saltare, vedi l’epopea hoferiana) col passare degli anni, di generazione in generazione, si sono via via affievoliti. A meno che non si concretizzino improvvise virate secessioniste, è in atto un irreversibile allontanamento (progressivo e fisiologico) da Vienna e persino da Innsbruck, favorito dall’annessione all’Italia, processo che però procede di pari passo con l’evoluzione del “Los von Rom” (dato per scontato) in “Los von Trient”, effetto evidente dell’Autonomia dinamica – dimostrando quanto poco accattivante e desiderabile sia per i sudtirolesi l’incasellamento in ambiti regionali più ampi, Euregio compreso… Tornando a noi: la “doppia cittadinanza” rischia di elevare un’entità nella quale non si identifica più nessuno (qualche nostalgico a parte) al rango di mediatore politico – già sancita da accordi bilaterali – bensì di garante culturale e linguistico, fungendo da inutile stampella. Per questo la proposta di Riccardo ha ricevuto il plauso di adepti della Klotz, forse perché intravedono in essa la possibilità di riportare indietro le lancette della storia al 1918, rinnegando gli sviluppi successivi all’annessione attraverso cui siamo giunti sulla soglia d’un futuro senza nazioni. L’errore di fondo? Permettere una deriva (forzata?) verso nord e negare l’integrazione in atto spontaneamente tra i gruppi linguistici, vero laboratorio d’identità.

14 Antworten

  1. Anche se ci sono alcuni inesattezze nell’articolo della FF, il tenore di fondo è interessante. Bello che sottolinea in modo esplicito l’anacronismo della Klotz e compagni. Differenziare è importante!

  2. [...] Ultim’ora! Blaun e Brennerbasisdemokratie [...]

  3. Siehe auch:

    Schachzug für die Causa.

    http://www.brennerbasisdemokratie.eu/?p=1690

  4. Fate ben attenzione tutti/e: la frase più importante nell’articolo della FF è quella di Zeller: „L’autonomia dinamica è morta“. Cioè è morta l’era Durnwalder.
    Tutto il resto dell’articolo è contorno (non montiamoci la testa: essere messi accanto al signore di Bressanone non è un onore, e meno male che si sono dimenticati le sparate secessioniste della coppia Artioli-Bassani, se no sai che compagnia!).
    Secondo me il servizio della FF è costruito tutto in modo da poter pubblicare questa frase in un contesto „adatto“, che la faccia sembrare una novità (ah ah, ora anche gli italiani vogliono lo stato libero!).
    E’ il certificato di morte di Durnwalder firmato dall’avvocato Zeller. Tutto il resto viene „usato“, senza neanche approfondirlo troppo.

  5. Se capisco bene, Riccardone, hanno cambiato il mio nome per dare il ben servito a Durni? Wow.

  6. sono stupito delle dietrologie di riccardo dello sbarba. sinceramente, non mi sarebbe venuto in mente di aver scritto il necrologio dell`era durnwalder. pensavo semplicemente ad uno spunto… forse nuovo, forse addirittura interetico. ed invece: paffete!

  7. Sono d’accordo con Norbert Dall’Ò. Lo spunto che abbiamo posto all’attenzione generale grazie all’articolo dell’FF non dovrebbe essere „inquinato“ da indimostrabili dietrologie. Se rimaniamo sul tema, penso, correremo meno rischi di venire fraintesi o, peggio, di disperdere l’attenzione che abbiamo destato.

  8. Nessuna dietrologia, solo lettura critica e invito alla modestia per tutti i citati.
    Sinceramente, a me di tutto l’articolo quella frase „Die dynamische Autonomie ist tot“, detta da Zeller, mi pare la cosa politicamente più rilevante ed esplosiva. Se fossi in un quotidiano e dovessi riprendere la storia di ff, farei il titolo su questo. Così la vedo io.
    Non te la prendere Norbert, quando un testo è pubblicato poi finisce nelle mani di noi lettori e come viene percepito fa storia a sé.
    Comunque come vedi se ne discute, televisioni e giornali lo riprendono, e tutto questo è un ottimo segno per la tua storia.
    A proposito, se oltre ai panzer volevi anche sapere dove sono approdato con la riflessione, puoi leggere qui:
    http://riccardodellosbarba.wordpress.com/2009/02/24/sowohl-als-auch/
    Ciao.
    r.

  9. Es ist eigentlich interessant, wer vor vier Jahren auf Castelfeder mit der Selbstbestimmungsdiskussion unter den jungen Leuten begonnen hat. Vorher hatte lange kein junger Mensch mehr darüber gesprochen. Jetzt ist Selbstbestimmung wieder in aller Munde. Von rechts bis links. Einfach super.

    Nachher folgten weiter Aktionen, beeindruckend war die Podiumsdiskussion in Lana, wo die Hauptrichtung für die Selbstbestimmung vorgegeben wurde.

    http://www.schuetzen.com/html/news/treplies.asp?message=636

    Dass die Grünen so schnell aufspringen, wenn auch in leicht abgeänderter Form, war nicht zu erwarten. Find ich als südlicher Tiroler aber sehr gut. Fehlt nur noch die SVP. Aber unser Zeller wird das schon richten.

    Und nicht zu vergessen die Selbstbestimmungsmusik von http://www.vermaechtnis.at . Scheint die Jungen Südtiroler (egal welcher Jugendkultur) für die Selbstbestimmung ebenfalls sehr zu begeistern. Es hat sich was getan.

    Los von Italien! Weiter so!

    Hier ein Bericht aus der FF vor zwei Jahren. Der gestrige Bericht war wohl die Fortsetzung:

    Podiumsdiskussion des Südtiroler Schützenbundes mit dem Titel „Freistaat Südtirol“ in Lana

    Die Zähmung der Schützen von Norbert Dall’Ò in der FF 05/2007

    Diskussion: Wie der SVP-Obmann und ein Grüner
    Andreas Pöders Heimspiel vermasselten. Ausgerechnet
    beim heiklen Thema „Identität“.

    Vor dem Kulturhaus braut sich ein Gewitter
    zusammen. An die zwanzig junge
    Typen, die meisten kahl geschoren,
    haben sich verabredet. Auch wenn sie nicht
    mehr Springerstiefel tragen und die Symbole
    unter der Lederjacke versteckt haben, bleibt
    ihre Gesinnung niemand verborgen.
    Ulli Mair ist in Position gegangen, schüttelt
    Händchen, ärgert sich, weil die Union für
    Südtirol drinnen im Foyer Unterschriften
    sammelt: „Eine Frechheit, würden wir Freiheitlichen
    nie tun, eine Veranstaltung der
    Schützen parteipolitisch ausschlachten.“
    Die Lananer Schützen haben Spürsinn bewiesen.
    Die Diskussion zum Thema: „Süd-
    Tirol in der Identitätskrise!“ – Rufezeichen
    statt Fragezeichen – erweist sich als Magnet.
    Jungschützen aus allen Landesteilen sind gekommen,
    füllen das meist viel zu große Kulturhaus
    bis auf den letzten Platz.
    Wie geladen die Stimmung ist, merkt man
    spätestens, als Thomas Winnischhofer und
    Helmut Taber ihre „Impulsreferate“ halten.
    Winnischhofer, ein junger Schützenmajoraus
    dem Unterland, und Taber, 20-jähriger
    Unionler und ebenfalls Schütze aus Leidenschaft,
    malen den welschen Teufel an die
    Wand, vergleichen die Südtiroler mit den Indianern
    („die nicht zuletzt wegen der Mischehen
    zugrunde gegangen sind“), schimpfen
    in einem Atemzug über Mario Martin und
    Bischof Gargitter, der einen bei einem Attentat
    verletzten Italiener besuchte, „aber
    beim Kerschbaumer-Begräbnis sich nicht hat
    blicken lassen“, knüppeln wenig elegant auf
    die Südtiroler Sportler ein, die „unter falscher
    Flagge“ starten und sich mit der Trikolore fotografieren
    lassen („auch der Völlaner Armin
    Zöggeler – es ist zum Schämen“ ), kritisieren,
    dass „aufrechte Patrioten immer ins rechte
    Eck gestellt werden – und fordern schließlich
    – unter dem tosenden Beifall des Publikums –
    dass es höchste Zeit ist, die Selbstbestimmung
    auszurufen.
    Der Geist von Andreas Hofer wird wach,
    oder vielleicht eher jener von Jörg Pircher,
    dem Lananer Oberschützen, der in den Achtzigerjahren
    Mühe hatte, sich von Ein Tirol
    zu distanzieren. Andreas Pöder grinst zufrieden,
    genießt das Heimspiel. Elmar Pichler-
    Rolle und Franco Bernard, der Grüne, der
    für Cristina Kury eingesprungen ist, werden
    einen schweren Stand haben: eingepfercht
    zwischen Mair und Pöder, vor einem Publikum,
    das – so scheint es zumindest – die Vaterlandsverräter
    teeren und federn möchte.
    Der Erste, der der Regie einen Strich durch
    die Rechnung macht, ist Michael Hope. Der
    ehemalige englische General, der in Meran
    lebt, überrascht mit einem höchst sachlichen
    Statement. Die Stimmung kühlt noch weiter
    ab, als Pichler-Rolle und Bernard reden.
    Der eine spricht von seinem Wunsch, dass
    sich Südtirol am Freistaat Bayern ein Vorbild
    nehme: eine de facto Unabhängigkeit ohne
    Selbstbestimmung. Der andere sagt, persönlich
    kein Identitätsproblem zu haben, ja sich
    zu wundern über die Schwarzmalerei von
    Winnischhofer und Taber. Bernard: „Wenn
    ich so gedacht hätte wie die beiden, wenn
    ich wie sie von unserer Geschichte nur jene
    Episoden herausgepickt hätte, die mit einer
    Niederlage endeten – Andreas Hofer, Erster
    Weltkrieg, Sechzigerjahre – , ja dann wäre ich
    möglicherweise ein Alki geworden.“
    Höchste Zeit, das Ruder herumzureißen.
    Pöder steigt in bewährt grober Manier ins
    Geschehen ein: „Die Multikulti-Platte der
    Grünen ist stecken geblieben.“ Der Saal bebt
    auf, liebt solche Sprüche. Ein junger Mann mit
    Käppi („Dem Land Tirol die Treue“) klatscht
    wie in Trance, die deutschnationalen Jungs,
    die gleich zwei Reihen besetzen und einen für
    die Veranstalter etwas peinlichen Blickfang
    bieten, dürfen sich zu Hause fühlen.
    In der Folge erfahren die Zuschauer wenig
    über Identität, dafür lernen sie Begriffe wie
    „gesunder Patriotismus“ (Mair), dass das
    Vaterland eigentlich Deutschland sei (wieder
    Mair), dass es eine „Tiroler Leitkultur“
    brauche (Pöder), und „dass man sich nicht zu
    wundern braucht, wenn die Kinder den Vater
    nicht kennen, wenn die Mutter ihnen nicht
    sagt, wer denn nun der Vater ist“ (wieder Pöder).
    Eine vielleicht etwas zu umständliche
    Formulierung, um überzeugend zu wirken.
    Pöder merkt den Patzer, probiert es noch
    einmal: „Die Rundfunk Anstalt Südtirol hat
    mehr geleistet als die SVP.“ Der Ras habe man
    zu verdanken, dass wir das deutschsprachige
    Fernsehen empfangen können. Wenn wir
    auch das nicht hätten, dann gnade uns Gott.
    Ups, das hätte er nicht sagen sollen. Bei
    Pichler-Rolle wirkt dieser Satz wie ein Vitaminstoß.
    „Typisch Pöder, typisch Union“,
    kontert der SVP-Obmann, „da werden Sachen
    behauptet, die falsch und absurd sind.“ Wer
    hat die Rundfunkanstalt gegründet? Wer hat
    die Verträge ausgehandelt? Wer hat alles getan,
    damit in Südtirol deutschsprachiges TV
    empfangen werden kann? Der Saal versteht,
    klatscht artig.
    Womit man bei Silvius Magnago angelangt
    war, offensichtlich ein Reizwort für Ulli Mair:
    „Der SVP fällt nichts anderes ein als Magnago
    zu zitieren.“ Pichler-Rolle zeigt sich schlagfer
    tig:
    „Immer noch besser Magnago als Strache
    oder Haider.“ Plötzlich hat „der Vaterlandsverräter“
    die Lacher auf seiner Seite.
    Zurück zum Thema: kollektive Identität
    oder individuelle Identität? Pöder versuchts
    wieder auf die populistische Tour: „Auf die
    individuelle Identität reden sich nur die Identitätslosen
    heraus.“ Und weiter: „Wir müssen
    weg von der Behäbigkeit, hin zu klaren Weraus
    ten.“ Es ist kurioserweise Hubert Frasnelli,
    der nach einer wiederholten Standortbestimmung
    von Ulli Mair („Wir sind ein deutsches
    Land“) mit seiner Wortmeldung („Wenn wir
    nicht mal imstande sind, die Äpfel selber zu
    klauben“) das heiße Eisen „Ausländer“ aufs
    Tapet bringt. Mair greift den Ball sofort auf:
    „Wir brauchen nicht alle Ausländer, die hier
    sind!“ Tosender Applaus.
    Jetzt hat Elmar Pichler-Rolle die Schnauze
    voll. Jetzt legt er los. Wie ihn dieses Publikum
    noch nie gehört hat, wie wohl noch niemand
    zu diesem Publikum gesprochen hat. Pichler-
    Rolle: „Ein selbstbewusstes Volks sein wollen
    und über solche Sprüche johlen, das geht
    nicht zusammen.“ Bei uns leben an 17.000
    Ausländer aus Nicht-EU-Ländern. Über 90
    Prozent davon arbeiten, zahlen Steuern. Deshalb:
    „Mir tut es weh, wenn eine Minderheit,
    wie wir es sind, diesen Leuten Fußtritte verpasst.
    Das ist keine Art, Politik zu machen.“
    Für eine Sekunde lang ist Stille im Saal.
    Dann braust Applaus auf. Damit hatten Pöder
    und Mair und die rechten Jungs nicht gerechnet.
    Aber es sollte noch dicker kommen.
    Überraschung. Aus den hinteren Reihen meldet
    sich ein junger Mann zu Wort: „Guten
    Abend, ich heiße Jaceh Boras, ich bin Ausländer.“
    Die 500 Anwesenden schauen sich
    verdutzt an: Dass er sich das nur traut! Bora
    erzählt, was er in Südtirol tut (er arbeitet als
    Mediator) und dass seine zwei Freunde aus
    Bangladesch hier als Bäcker arbeiten. Schließlich
    fragt Boras höflich, ob er sich hier noch
    sicher fühlen könne, nach dem, was er heute
    von Mair und Pöder gehört hat.
    Es ist die Überraschung des Abends. Wie
    reagiert eine Schützenveranstaltung zum
    Thema „Identität“ auf den provokanten Auftritt
    dieses Jaceh Boras? Wird er mit Pfiffen
    überhäuft? Werden „Ausländer raus!“-Parolen
    gegrölt? Kommt es gar zu einer Rauferei?
    Nein, das Publikum applaudiert. Die Stimmung
    ist gekippt. Man merkt, die Leute sind
    es gewohnt, dass man Fragen mit Schlagworten
    beantwortet. Aber sie sind bereit zuzuhören,
    sie sind dankbar für Argumente.
    Franco Bernard dankt Pichler-Rolle, konzediert
    dem politischen Widersacher, dass „unsere
    Autonomie ein Erfolgsmodell“ sei. Eine
    kuriose Szene: Schützen applaudieren einem
    Grünen, der die Autonomie lobt.
    Über drei Stunden hat die Veranstaltung
    bereits gedauert, der Saal ist noch voll. Ulli
    Mair will die Niederlage nicht eingestehen,
    probierts noch einmal, redet von „Patrioten,
    die sich nicht einlullen lassen“, und davon,
    dass es „eine Südtiroler Identität nicht gibt.“
    Wirklich nicht? In seinem Frust versucht sich
    Pöder als Dichter: „Autonomie nicht nur verwalten,
    auch Tirol gestalten.“ Jetzt ist es wirklich
    Zeit, zu Bett zu gehen.
    Norbert Dall`Ò

  10. tutta roba vecchia, se a qualcuno è rimasto un po’ di cervello, l’unica è aggregarsi al Partito per Tutti
    http://oscarferrari.wordpress.com/2008/09/21/svizzera-la-nuova-frontiera/

  11. caro riccardo,
    sulla frase di zeller hai perfettamente ragione: che nessuno dei quotidiani (a parte in modo soft il corriere) abbia ripreso, sviluppato e approffondito questa clamorosa sentenza espressa da uno dei massimi esponenti svp, la dice veramente lunga …

  12. Die Radionachrichten im Rai Sender Bozen haben diesen Aspekt hervorgehoben.

  13. Accogliendo la richiesta del presidente della camera dei deputati austriaci Roma cede e con una svolta storica riconosce il diritto all’autodeterminazione dei tirolesi. Residenti idella provincia da più di novant´anni possono partecipare al referendum tramite eVoting

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