
Cattedrale di Strasbourg-Straßburg | © Valentino Liberto 2008
Dedicato a M.V. per il suo atteso ritorno, con affetto
La stazione avveniristica del TGV, che collega in due ore e mezza Place Kleber con Place de la Concorde. I chioschi colorati espongono in piazza bandiere, ombrelli e altri gadget “europei”, mentre numerosi battelli scoperti navigano sul canale attorno al centro storico conducendo i turisti alla romantica e deliziosa Petite France – una Petite Venice (quartiere caratteristico della poco distante Colmar) moltiplicata per dieci. Sopra i tetti spioventi color rosso mattone svetta possente e meravigliosa la facciata gotica della grande Cathédrale, dov’è vivo il dialogo tra luterani e cattolici; e poco più a nord un’altra importante “cattedrale dell’incontro” si specchia con la propria vetrata circolare nelle dolci acque della Ill. Ecco il Parlamento europeo, simbolo di una città moderna e cuore istituzionale del continente. Immagini scolpite nella mia memoria.
Ho scoperto l’Alsace nel 2005, quando capitai tra geodi di ametista e maestosi berilli a Sainte-Marie-aux-Mines, nei Vosgi. La più grande esposizione fieristica di minerali in Europa, seconda solo all’annuale fiera di Monaco, fece da battesimo di fuoco nella ricca regione francese ai confini con la Bundesrepublik. Confine sacro e maledetto, quello sul Reno, storicamente mobile e che solo ora suggella l’asse politico-economico francotedesco. Il cippo al Brenner(o) ha vissuto oltre 90 anni senza grossi traumi, a Breisach/Brisach venne rimosso due volte nell’arco di appena un secolo.
Nella Francia libera e repubblicana, tra le più consolidate democrazie d’Europa, azzoppata però dall’eccessivo centralismo di Parigi, la popolazione alsaziana ha sofferto per anni l’isolamento politico perpetrato a suo danno dal governo parigino. L’Alsazia non ha avuto (e non avrebbe potuto avere) un pragmatico capopopolo come Silvius Magnago o un “costruttore di ponti” quale era il “nostro” Alexander Langer. I contrasti profondi tuttora insiti nella società alsaziana hanno impedito a questa minoranza linguistico-culturale di compattarsi in una Sammelpartei onde chiedere a gran voce maggiore attenzione e autonomia. Ma (paradosso dei paradossi) in Alsazia hanno sviluppato forme di insegnamento scolastico plurilingue avanzato, da far invidia al “modello” Südtirol. Merito del pendolarismo lavorativo verso la vicina e più ricca Freiburg im B., nel Baden-Württemberg. Un fenomeno difficilmente arginabile.
In campagna come nei borghi incantati e fiabeschi della Route des Vins d’Alsace, tra filari di uve preziose e nidi di cicogna sulle alte torri campanarie, regna il silenzio dei tempi andati. La colazione al “Domaine du Windmuehl” è ricca e abbondante. M.me Chantal appartiene alla agiata famiglia contadina dei Bléger, che gestisce l’omonima azienda vitivinicola nonché un accogliente agriturismo (Gîtes de France) a Saint-Hyppolite, 60 km a sud di Strasburgo. La figlia Lætitia, miss France 2004, è fine nei modi come nella parlata; un francese impeccabile, senza alcuna inflessione dialettale. Quando le domandiamo le sue origini, indecisa risponde che durante il secondo conflitto mondiale ci sono stati »parecchi movimenti in zona«. Poco esaustiva, ma chiarissima al contempo. Lei non è “solo” alsaziana, bensì francese a tutti gli effetti.
L’inesorabile perdita dell’identità “tedesca” (priva di qualsiasi garanzia costituzionale) ha infatti origine nella frammentazione seguita alla Seconda Guerra Mondiale, che rappresenta il momento più tragico e controverso nella storia d’Alsazia. Eterna contesa tra Francia e Germania, subisce i continui attacchi militari e propagandistici del III Reich; le autorità francesi provvedono ad evacuare le aree prossime al confine renano, trasferendo oltre un milione di tedescofoni – compresi uomini abili all’arruolamento nell’esercito – nei lontani dipartimenti del sud, in Provenza. Parigi teme che la popolazione locale possa ribellarsi per dar man forte alla Wehrmacht e riassegna così terreni e case confiscate a famiglie francesi, costrette anch’esse ad abbandonare le proprie terre d’origine. Ma Hitler riesce in brevissimo tempo a invadere l’„Elsass”.
Con l’occupazione tedesca, persino tra i cittadini di Strasburgo fa la sua comparsa l’uso del termine “Welschen”, per indicare con disprezzo gli ex dominatori francesi. In realtà larga parte della popolazione (tra l’altro l’Alsace conta su una radicata comunità ebraica) si oppone al regime nazista. Berlino reagisce arruolando con la forza gli alsaziani rimasti; così facendo viola il diritto internazionale che tuttora proibisce di chiamare alle armi le popolazioni di terre invase. Al termine del conflitto, sul tavolo di pace viene negata alla martoriata Alsace/Elsass l’autodeterminazione. Troppo doloroso il passato di questo lembo di terra, fertile vallata tra Schwarzwald e Vosges, nella quale ancora oggi si distinguono gli avamposti della linea Maginot. Germania e Francia, anche se con tempi e modi diversi, sono egualmente responsabili di crimini che hanno lasciato un segno profondo e indelebile nella memoria del popolo alsaziano.
Regione di contrasti, dunque, legati a una storia travagliata e a un presente difficile. Alcuni parallelismi con il Sudtirolo non mancano: un dialetto alemanno (l’Elsässisch) parlato appena dal 60% degli abitanti (dato del 2001), una cucina tipicamente tedesca, tradizioni e costumi germanici, cognomi e toponomastica autoctona resistiti a una poco sistematica francesizzazione. Ma gli alsaziani si sentono francesi a pieno titolo, identificandosi nei valori della Rivoluzione; votano la destra nazionalista di Le Pen come reazione ai mutamenti sociali del nostro tempo, e alle scorse regionali l’Alsazia diventa l’unica roccaforte dell’UMP assieme alla Corsica. La battaglia a distanza tra l’illustratore dal cognome tirolese Tomi Ungerer (»er sieht sich als Elsässer, aber nicht als Franzose, er sei ein überzeugter Europäer«) e il disegnatore filofrancese “Hansi” è emblematica della contrapposizione culturale tra Elsässer e nazionalisti francesi.
Potremmo parlare per ore di Alsazia: dall’architettura dello “Zenith” di Fuksas alle variopinte case a graticcio medievali di Riquewihr che tanto ricordano i fratelli Grimm, dalla ricostruzione di Château du Haut-Kœnigsbourg da parte di Guglielmo II come estrema propaggine dell’Impero tedesco (un po’ come accadde per la ricostruita torre di Schloss Tirol agli inizi del ‘900) alla Sélestat di Erasmo da Rotterdam, dall’antico culto di Mont Sainte-Odile alla gastronomia vagamente bavarese (chocroute = Sauerkraut, tarte flambee, insalate) accompagnata da vini bianchi – protagonista il Gewürztraminer, sulla cui origine vi è una lunga disputa tra alsaziani e sudtirolesi.
Ma torniamo a Strasburgo. Come noto, in ricordo dell’europarlamentare vipitenese Alexander Langer è dedicata una sala del Parlamento europeo. Langer si batté come pochi altri per i diritti di una minoranza (quella alsaziana) mai riconosciuta tale. Forte dell’esperienza maturata in Sudtirolo, combatteva deciso contro ogni discriminazione etno-linguistica, senza mai sconfinare nel bieco regionalismo secessionista. Come i Ponts Couverts nella Petite France, si erse a torre di guardia di un ponte tra due mondi diversi ma complementari. Superato il Brennero, guardando sulla destra in prossimità di Trens, lì dove il freddo vento della val Ridanna soffia forte sull’erba gelida di novembre, tra il Rosskopf e lo Jaufenpass, potrai distinguere nettamente il profilo di un campanile a cipolla, ben visibile anche provendendo da Freienfeld. Riposa all’ombra di una graziosa chiesetta tirolese, tra gli amati genitori. Un giorno dovremmo andare lassù a onorarne la memoria, ringraziare (anche a nome della “nostra” Alsazia/Elsass) colui che ha ispirato i nostri ideali. Insieme. Ti aspetto.
Che cariiiiiiiiiiino
,
Strasburgo é bellissima davvero, e dopo essere stata nella “salle” dedicata al “nostro” Alex, beh, direi che questa era la ciliegina sulla torta…
!!!
a pensare che da noi nemmeno una via, neanche una stradina, tranne quella piccola piazza a Vipiteno…
e ad onorarlo per bene quindi dobbiamo veramente andarci al piú presto
un grande giulan davvero
Vor 1918:
In einem Gesetz über das Unterrichtswesen von 1873 wurde geregelt, dass in den deutschsprachigen Gebieten Deutsch ausschließliche Schulsprache war, während in den französischsprachigen Gebieten der Unterricht ausschließlich auf Französisch gehalten werden sollte.
nach 1918:
Elsässische Politiker, die sich für eine Beibehaltung des Autonomiestatus einsetzten, wurden verfolgt, einige von ihnen zum Tode verurteilt (zb Karl Ross).
300.000 Deutschen bzw. deren Nachkommen mussten das Elsass verlassen.
Die französische Sprachpolitik zwischen 1918 und 1940 war demgegenüber restriktiver. In Schule und Verwaltung wurde ausschließlich Französisch zugelassen, zeitweise wurde bei Strafe verboten, Deutsch bzw. Dialekt zu sprechen.
(Office pour la Langue et Culture d’Alsace – OLCA) sprechen noch 600.000 Menschen „Elsässisch“ (ca. 34,6 % der Bevölkerung)
Non voglio addentrarmi troppo nella storia traumatica dell’Elsass/Alsace, però: il Sudtirolo subì restrizioni simili nel corso del Ventennio fascista. Dopo la situazione migliorò anche in Alsazia. E per “dopo” intendo il 1945, non certo il 1940… Come riscontrabile di norma nella [pseudo]memoria storica dei “patrioti” sudtirolesi, pure la storiografia “politica” alsaziana ignora volontariamente la successiva occupazione nazista, con risvolti altrettanto feroci.
Cosa vuoi dimostrare, Lorenz?
wollte nur sagen, das wir Tiroler mehr Glück hatten als die Elsässer und Lothringer.
Wenn die Italiener so genau und fleißig wie Franzosen wären, dann würde ich hier und jetzt nicht auf Deutsch schreiben…..
….Italiener sind halt keine Franzosn… zum Glücke Tirols…
hmm, außer Deinen Eltern wäre es sehr am Herzen gelegen (Sprache und Kultur zu vermitteln) und sie hätten sich darum bemüht, dass in der Familie auch weiterhin Deutsch gesprochen würde
.. und wenn sie nicht gestorben sind… leben sie noch heute…
AAAAuuufffwachen – Svvveglia!!!!
WAS???
ich sagte nicht, dass ich die Entwicklung im Elsaß billige, das war nur eine Argeung zum Nachdenken, dass man Kultur auch anders weitergeben kann…. wenn ich mal irgendwo in die “Ferne” ziehe, möchte ich meinen Kindern auch die eine oder andere Sprache und unsere Kultur trotzdem vermitteln….. und ich glaube das geht auch, unabhängig, wo man let, was nicht heißt, dass es im Elsaß gut gelaufen ist…
Giusto carissima Michaela. Anders gesagt: i francesi sono stati un po’ stronzi, ma bisogna ammettere che gli alsaziani si sono fatti infinocchiare facilmente (parlando con pardon).
Il radicamento di lingua e cultura “tirolese” nell’Heiliges Land è fortissimo; il Tirolo “tedesco” era (ed è tuttora) un fortino alpino inespugnabile, tanto da essere resistito indenne a qualsivoglia infiltrazione esterna, dall’Illuminismo francese all’italianizzazione del Sudtirolo. Una “tedeschità” forte e la successiva annessione all’Italia hanno reso più delicata la situazione dei Ladini, costretti a una graduale ritirata nelle valli dolomitiche attorno al Sella. Ancora più complessa la realtà sulle rive del Reno, dove la geografia (Vosges ≠ Alpen) non aiuta certo a isolarsi dal resto del mondo.
Gli alsaziani sono meno attaccati alla propria storia rispetto ai cugini [sud]tirolesi. Questo è un male e per certi versi un bene. L’Alsazia è infatti una regione europeista convinta e coerente. Vedere per credere.
tanto da essere resistito indenne a qualsivoglia infiltrazione esterna, dall’Illuminismo francese all’italianizzazione del Sudtirolo.
Solo al nazismo hanno aperto porte e finestre…
“i francesi sono stati un po’ stronzi, ma bisogna ammettere che gli alsaziani si sono fatti infinocchiare facilmente (parlando con pardon)”.
HA!HA!HA! Vale carissimo, sto piangendo dal ridere. La mia tastiera è tutta bagnata di lacrime, per cui cerca di tollerare eventuali errori di ortografia che saranno dovuti allo scivolamento, o talvolta a un vero e proprio galleggiamento, delle mie dita sulla tastiera.
Il tuo spunto mi suggerisce un pensiero perfettamente inutile: la storia delle autonomie – non importa se concesse o non concesse – coincide in toto con la storia universale dell’infinocchiamento nella sua declinazione etnolinguistica. L’idea stessa di autonomia, chi se ne frega se reale o soltanto immaginata se concessa o non concessa se iniqua o equilibratissima se marcatamente etnica o virtuosamente territoriale se tagliata su misura sulla maggioranza provinciale o su quella nazionale, separa i cittadini che la vivono in due categorie: gli infinocchiatori e gli infinocchiati. Il problema è che gli infinocchiatori, non importa se appartenenti alla maggioranza nazionale o a quella provinciale, non avranno pace finché non supereranno l’autonomia. I primi, infastiditi dalla minoranza nazionale, tenderanno sempre all’assimilazione; i secondi, ossessionati dalla minoranza provinciale, punteranno senz’altro alla secessione. Per cominciare bisognerebbe capire questo: l’autonomia, in ogni caso, è sempre vissuta come categoria provvisoria.
L’infinocchiamento, non importa se reale o soltanto immaginato, è la categoria preetnica, pregiuridica, prepolitica, preintellettuale, prequellazoccoladituasorella, pretutto che soggiace a qualsiasi autonomia. Forse proprio per questo non serve a nulla.
Ora posto per la sedicesima volta un brano di Žižek, tratto dall’Epidemia dell’immaginario, in cui le cose che scrivo vengono scritte come dovrebbero essere scritte sempre, anche da un blogger di Pfunders o di Oltrisarco. Finora queste righe hanno raccolto la bellezza di 0 (zero/Null) commenti:
“Il punto debole dell’universale sguardo multiculturale non risiede nella sua incapacità di “gettar via l’acqua sporca senza perdere anche il bambino”: ciò che è profondamente sbagliato è che quando si butta via l’acqua sporca del nazionalismo (del fanatismo eccessivo), bisogna stare attenti a non perdere il bimbo della sana identità nazionale – vale a dire che bisogna tracciare la linea di separazione tra il giusto grado di “sano” nazionalismo che garantisce il minimo necessario di identità nazionale e il nazionalismo eccessivo (xenofobo e aggressivo). Proprio tale distinzione di buon senso riproduce il ragionamento nazionalista che mira a liberarsi dell’eccesso “impuro”.
Per me è un testo-chiave, anche perché non riesco a immaginare un’alternativa sensata a quel che Žižek implicitamente propone: un attimo prima di inserire i coglioni dei miei avversari tedeschi italiani o ladini nel tritacarne, lo leggo sempre. Forse per questo scrivo così poco.
[...] categoria per l’appunto più comprensiva, più panottica. L’ha fatto Loiny, commentando un post di Valentin[o]. Col suo consenso, riporto qui il commento a guisa di post. “i francesi sono stati un po’ [...]
Loiny, il tuo commento è un capolavoro.