Verfasst von: Valentin[o] | 12. Juni 2008

Die Spechte der Mehrsprachigkeit.

Picchio rosso.

Ieri, presso l’osteria “Picchio” a Quirein/Bolzano, ho partecipato al primo dei “dialoghi del mercoledì”, una serie di appuntamenti organizzati dai genitori di “Mix-ling – Eltern für una scuola plurilingue”, associazione nata per favorire in Alto Adige-Südtirol l’evoluzione di un modello scolastico plurilingue: 1, 2, 3, 4, 5, 6. Tema della serata, un confronto con Verena Debiasi e Christine Tonsern sul loro progetto di mehrsprachige Schule à la sudtyrolienne. Tra i presenti (ca. una ventina di persone), Brigitte Foppa della Consulta dei genitori/Landesbeirat der Eltern e Riccardo Dello Sbarba, presidente del Consiglio Provinciale/Landtag.

Das Südtiroler Modell mehrsprachiger Schulen und Kindergärten.

Come noto, nel modello di scuola plurilingue elaborato da Debiasi e Tonsern per i Verdi-Grüne-Verc, il diritto di insegnamento nella lingua cosiddetta “madre” — sancito dall’articolo 19 dello Statuto di Autonomia — è assolutamente rispettato; le scuole esistenti non sono quindi messe in discussione, alcuna forzatura a breve termine del sistema scolastico altoatesino è prevista. Alle sezioni tradizionali italiane o tedesche viene affiancata una terza possibilità, la quale prevede l’insegnamento paritetico nelle due lingue, in modo analogo al “modello ladino” o in copresenza. Frequentare una scuola plurilingue sarebbe una scelta del tutto volontaria delle famiglie: per chi lo desidera, la scuola plurilingue è un’offerta in più (una “terza via”) coordinata semmai dalle tre Intendenze scolastiche — e non da una quarta. Si parte dalla considerazione che in Alto Adige, al contrario di territori europei storicamente plurilingui come l’Alsazia, dalle elementari sino alle superiori c’è un intero corpo insegnante preparato in una delle due lingue ufficiali (ma non in entrambe). Oltre a valorizzare dunque la particolarità storico-culturale e linguistica del Sudtirolo, questo modello fa sì che la realtà dei bambini tendenzialmente bilingui non venga più trascurata, coinvolgendo in questo processo di apprendimento soprattutto le famiglie (appunto) “bilingui”. Inoltre, l’osmosi di conoscenze ed esperienze tra le scuole della provincia è considerata indispensabile.

Ma un’operazione che porti all’uguaglianza »1+1=3« — auspicata dai fautori della »scuola plurilingue, subito!« — dipende molto dalla volontà dei singoli. Dovrebbe infatti crearsi un Umfeld estremamente positivo, presupposto ambientale affinché solidi gruppi di pressione costituiti da [studenti,] genitori e docenti, trasversali rispetto alla lingua d’insegnamento delle scuole stesse (per es. due Klassen- oder Schulräte rispettivamente di un istituto tedesco e di uno italiano, perlomeno limitrofi e/o conciliabili) chiedano l’introduzione di questo modello nelle proprie scuole, in città come in periferia. Certo: le recenti polemiche sulla legge di riforma della scuola dell’infanzia e del primo ciclo (ora al vaglio del Consiglio provinciale), nonché sulla questione degli asili, dimostrano che vi è sensibilità diffusa in questo senso. Ci sono istituti uno accanto all’altro separati da un impressionante muro di incomprensione. L’approccio è però troppo emozionale. I bambini italiani non hanno mai visto una scuola tedesca? Portiamoli di là. Gli insegnanti tedeschi desiderano collaborare con i colleghi italiani? Facciamoli incontrare e vediamo un po’ cosa succede. Allo stato attuale, si fa affidamento a curiosità, situazioni fortuite e atteggiamenti fiduciosi, a prescindere dalla posizione avversa di gran parte del mondo politico locale (vedi) e dal mancato sostegno delle istituzioni. Comunque, nell’ambito dell’Autonomia delle scuole, tale valorizzazione di risorse umane è possibile.

Inoltre, per ottenere un apprendimento efficace non basta sommare vari insegnanti monolingui (sebbene volenterosi) che lavorano assieme. Occorre attivare parallelamente appositi corsi di lingua, dove formare i docenti all’istruzione plurilingue. Da questo punto di vista, graduatorie per insegnanti interessati sarebbero un’ottima soluzione, ma difficilmente attuabile. Al momento, gli intendenti scolastici non hanno preso posizione sulla proposta dei Verdi, mentre alcuni direttori si sono detti possibilisti: »se c’è qualcuno che vuole cooperare…«. Pensiamo a Pomella, dirigente della HOB “H. Kunter” di Bolzano-Bozen, il quale ogni settimana prende un caffè con l’omologo dell’ITC “C. Battisti”, Alberto Del Corso. Da addetto ai lavori posso inoltre confermare quanto emerso ieri: ampi margini di collaborazione tra Intendenza scolastica italiana e Deutsches Schulamt ora come ora non ci sono — anche perché, per un’operazione del genere, ciascuna di esse dovrebbe perdere almeno una parte della propria “autonomia”. Io non avrei nulla in contrario, ma credo in ogni caso che solo un provvedimento forte e significativo (come l’istituzione di una sezione plurilingue per iniziativa di un dirigente o del corpo docente) possa smuovere la situazione. Va ricordato però come il tentativo di sperimentare classi plurilingui nelle scuole superiori a Bolzano-Bozen, in particolare al Liceo classico-linguistico “Carducci”, sia stato del tutto fallimentare.

Non voglio addentrarmi troppo nella discussione sui contenuti della proposta, che trovo in linea di massima condivisibile (rimando a una più approfondita lettura del testo Debiasi-Tonsern: 1, 2, 3), mi limiterei piuttosto a esprimere alcune [poche] perplessità. Questo progetto ha il difetto principale di rivolgersi quasi solo alle famiglie bilingui, anziché raggiungere chi per ignoranza o pigrizia casca nella trappola della “lingua locomotiva” (Saurer); il problema principale in Alto Adige non è rappresentato dai genitori che considerano utile per i propri figli la conoscenza di più lingue — pur in un sistema che nega loro il diritto di realizzarla compiutamente — bensì da coloro i quali faticano ad accettare l’esigenza del bi/trilinguismo e trasmettono così tale insicurezza ai figli. Peccando così di eccessivo elitarismo, una cerchia di persone propense al cambiamento ne limitano gli effetti, trascurando soluzioni alla vera emergenza in Sudtirolo: l’affermarsi di un’intera generazione di monolingui. L’impressione è che regni un po’ di pressapochismo, dovuto forse al timore di fare un passo più lungo della gamba. D’altro canto è meglio così… passi concreti, decisioni dal basso, nessuna imposizione dall’alto. Insomma: poche pretese e ricerca di un reale “salto di qualità”.

In questa fase dovremo assumere tutti il ruolo di “picchi del plurilinguismo” — appunto: die Spechte der Mehrsprachigkeit — impegnati da vari lati nel bucherellare la corteccia monolingue dell’albero sudtirolese, alla ricerca di una cavità ideale nella quale la nostra famiglia di picchi plurilingui possa trovare sicura dimora (e linfa). Una volta aperta la breccia, anche altri abitanti del bosco (meno intraprendenti di noi) potranno rifugiarsi in questi spazi. Credo che il nostro laboratorio “Mehrsprachigkeit” vada proprio in questa direzione. Un tentativo dopo l’altro, con un surplus di umiltà e realismo, ci riusciremo.

La discussione prosegue sulla piattaforma web
“Mehrsprachigkeit-Plurilinguismo-Plurilinguism”

Valentino Liberto
Vicepresidente della Consulta provinciale degli studenti per la scuola in lingua italiana


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