Verfasst von: Valentin[o] | 3. April 2008

Einsprachige Libellen.

Il caso - I GIOVANI, IL BILIGUISMO E LE DIFFICILI LIBELLULE

“Corriere dell’Alto Adige” - sabato 5 aprile 2008 - pag. 8

 

vedi [1] [2]Die Libellen Tirols.

 

Esprimo compiacimento per il fondo di Gabriele Di Luca, pubblicato martedì dal vostro quotidiano, in merito all’increscioso episodio della biologa zittita da uno stuolo di studenti perché intervenuta in lingua tedesca durante un incontro su temi scientifici. L’editoriale mette in luce con efficacia la sfacciataggine dei ragazzi nell’ammettere lacune linguistiche più o meno significative, isolandosi così di propria volontà.

 

»Del tedesco me ne sbatto« è una “filosofia” dilagante tra i giovani. Molti attribuiscono la causa di tale indifferenza alla mancanza di stimoli nell’insegnamento della L2, ma la situazione è ben diversa. La riuscita di programmi didattici orientati al plurilinguismo è frenata da una serie di condizioni ambientali sfavorevoli che pregiudicano l’apprendimento, non ultima la realtà sociale nella quale è inserita una determinata scuola. A Brunico piuttosto che a Bressanone, infatti, gli studenti “italiani” sono (nella media) più predisposti al confronto con il mondo sudtirolese, mentre in generale i giovani bolzanini manifestano disinteresse verso la lingua tedesca e il dialetto – visto come ostacolo anziché come opportunità – nonché scarsa curiosità nel conoscere la storia e cultura locale.

 

Domina il timore dell’approccio stesso con la seconda lingua e ciò dimostra l’esistenza di un muro da abbattere, una barriera fatta di pregiudizi e ignoranza. Aggiungo una nota a margine: in Sudtirolo, le nuove generazioni sono prive di una rappresentanza “culturale” sufficientemente credibile. Si scorge un pericoloso e diffuso appiattimento su idee “preconfezionate”; basti pensare al fallimento di qualsiasi iniziativa editoriale plurilingue tra gli studenti (eccezion fatta per “Skolast”) o all’insuccesso di gruppi giovanili “interetnici” (come ad es. »Il Ponte-Die Brücke«). Esperienze condivise potrebbero invece incoraggiare un “cambio di paradigma” dell’“Umfeld” nel quale noi giovani ci muoviamo, agevolando lo sviluppo di una società indivisa cui dobbiamo giocoforza orientarci. Ma c’è ancora molto da fare.

 

Valentino Liberto,
Vicepresidente della Consulta Provinciale degli Studenti per la scuola in lingua italiana
e membro del Consiglio Scolasco Provinciale,
BOLZANO-BOZEN-BULSAN

 

Caro Liberto, condivido la sua riflessione. Anch’io credo manchi tuttora la diffusa volontà di acquisire una cultura plurilinguistica (qualcosa di assai più ampio del padroneggiare varie lingue). Troppi, inoltre, per raggiungere tale traguardo non sono disponibili a sopportare la «fatica» che ogni processo di apprendimento comporta. Ritengo però – come ha osservato Ferruccio Cumer nell’editoriale pubblicato giovedì – che certe resistenze vadano superate con gradualità. Insomma, una lezione scientifica in tedesco sulle libellule non mi pare l’approccio migliore, anche se l’intenzione era delle migliori. Enrico Franco


Antworten

  1. Il pezzo di Gabriele Di Luca pubblicato il primo aprile sul Corriere (e il giorno prima su “SegnaVia” con il titolo “Il frutto aspro della conoscenza“), cui faccio riferimento nella lettera a Enrico Franco:

    Studenti in rivolta
    LA LIBELLULA CHE VOLA IN TEDESCO
    di GABRIELE DI LUCA

    Ieri, durante un incontro organizzato dagli istituti superiori parificati di Bolzano, è successo un fatto spiacevole di cui riferiamo in cronaca. Il tema dell’incontro ruotava intorno alle scienze naturali e, per illustrarlo, era previsto l’intervento di alcuni relatori di lingua italiana. Con un’eccezione: Tanja Nössing – ricercatrice dell’associazione «Libella», formatasi quattro anni fa per studiare il complesso e affascinante ecosistema delle libellule – ha infatti cercato di svolgere la sua relazione in tedesco, cioè nella propria madrelingua. E qui è scattata una reazione censurabile da parte degli studenti. Rumori, segni d’impazienza e di fastidio, fischi. Parliamo pure di libellule, se proprio dev’essere, ma per favore: almeno non in tedesco!

    È possibile trovare attenuanti nei confronti di un simile atteggiamento di rifiuto? A parte la maleducazione – che è da condannare comunque – si potrebbe forse dire che gli organizzatori dell’incontro siano stati incauti nel proporre ai ragazzi un contributo che, a causa delle loro diffuse e purtroppo anche ostentate carenze linguistiche, non era magari indicato per motivare attenzione e rispetto? Io credo di no. E azzardo questo giudizio proprio facendo leva sulla difficoltà specifica, quella linguistica, cercando quindi di non minimizzare il problema, ma di trasformarlo in una sfida da affrontare con uno spirito completamente rinnovato.

    È giudizio diffuso – specialmente nell’opinione pubblica di lingua italiana – che i tradizionali metodi d’insegnamento della seconda lingua non siano sufficienti per apprendere il tedesco. Per questo ci si appella spesso ad innovazioni metodologiche che prevedono tutte una maggiore esposizione degli studenti alla lingua «parlata» e «vissuta». Benissimo. Ma come sarà possibile mettere a frutto queste innovazioni se non cominciamo a capire che un effettivo confronto con l’altra lingua potrà risultare inizialmente anche difficile, in certi casi persino respingente, e dunque che occorre un supplemento di motivazione e di slancio?

    Se dovessimo interpretare quanto accaduto a Bolzano alla luce di un possibile auspicio nei confronti di quella società compiutamente e virtuosamente plurilingue della quale sempre parliamo, non c’è dubbio che non si tratta di un segno incoraggiante. Non è possibile chiedere da un lato più opportunità, anche più diritti, se dall’altro non assumiamo un atteggiamento più responsabile e consapevole dei sacrifici che questo comporta. L’albero della conoscenza ha frutti prelibati, ma il primo morso non è escluso che ci risulti un po’ aspro.

  2. Valentino, supponiamo che io e te siamo insegnanti di matematica in una scuola superiore e nella nostra scuola i ragazzi vadano mediamente tutti piuttosto male nella nostra materia e facciano sempre una confusione del diavolo durante le lezioni.

    Mica ce la caviamo dando la colpa alla loro maleducazione (anzi stracciandoci le vesti di fronte a episodi di conclamata maleducazione in classe)o prendendocela con le famiglie che non sostengono sufficientemente i loro figli in matematica, o indviduando nella mentalità diffusa al giorno d’oggi nella società la vera causa del mancato apprendimento dei nostri student.

    Penso che non diremo nemmeno: la matematica è difficile, la scuola puo’ fare solo una piccola parte, per il resto ci vuole impegno e apertura da parte di tutti, perchè la matematica si impara soprattutto fuori dalla scuola.

    Penso invece che studieremmo metodi piu’ appropriati per insegnare la matematica, o no?, Valentino?

    Perchè allora non darci da fare sul piano della innovazione didattica anche per il tedesco? Perchè non cosniderare il contesto extrascolastico come un dato di partenza invece che un ostacolo insormontabile?

  3. [...] E questa è la lettera che Valentino Liberto ha pubblicato sul Corriere dell’Alto Adige a sostegno della mia interpretazione. [...]

  4. che tristezza leggere che siamo arrivati a questo… :-(
    Enrico hai perfettamente ragione, ma anche l’educazione… se non rispettano più nessuno i ragazzi puoi rendere appetibile la lezione, ma quelli se ne sbattono comunque…

  5. @Curly

    vero, la buona educazione comincia ad essere un problema reale a scuola, non solo per la seconda lingua ma per tutte le materie.

  6. Su “SegnaVia” Enrico Hell scrive [vedi discussione]:

    Una questione di metodo

    L’insufficiente apprendimento della seconda lingua (tedesco) nelle scuole italiane dell’Alto Adige è riconosciuto da tutti come un dato di fatto. Bisogna dunque individuare i rimedi a una situazione inaccettabile, in modo da rovesciare, almeno a medio se non a lungo termine, il trend negativo.

    Come sempre, per proporre rimedi efficaci occorre analizzare il contesto e individuare almeno alcune delle cause. E’ a questo punto che la discussione perde quasi sempre di vista l’obiettivo, che è quello di individuare strategie per affrontare con successo il problema, e scivola inevitabilmente in un confronto del tipo di quello efficacemente illustrato nel post Abecedario di Loiny.

    Che la causa, come dicono alcuni, stia in un certo tipo di mentalita’ degli italiani, che giustificherebbe sia lo scarso impegno che la scarsa motivazione degli studenti nei confronti della seconda lingua, ci dice ben poco, se non nulla, sui rimedi efficaci che la scuola potrebbe adottare nella didattica, se solo si contina a ragionare in termini di “je accuse”. Individuare le cause, piuttosto, dovrebbe servire come punto di partenza, come base di conoscenza scientifica per la definizione di una nuova didattica.

    D’altra parte l’argomento: “la scuola puo’ fino ad un certo punto, ma senza impegno, fatica e (aggiungo io) investimenti economici (spese per i corsi privati, per i soggiorni all’estero ecc.) da parte delle famiglie”, questo argomento, dicevo, non rischia di trasformarsi in un argomento contro la progettazione di strategie didattiche efficaci, fornendo un comodo alibi? Togliere alibi è sicuramente quello che oggi vuole anche la parte piu’ illuminata della politica, ma siamo certi che gli alibi da togliere siano soltanto quelli delle famiglie o della societa’ e non si annidino anche nella scuola?

  7. [...] La qui presente riflessione fa da corollario a quest’altra. [...]


Einen Kommentar hinterlassen

Ihre Antwort:

Kategorien