Élégance du hérisson.

9. März 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Riccio.Riccio.

“Madame Michel ha l’eleganza del riccio: fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti.” – Muriel Barbery, L’eleganza del riccio.

8 marzo.

8. März 2010 - 5 Antworten

Wunderland.

7. März 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Quest’Alice 3D anticonformista e un po’ ecologista di Tim Burton, immersa in un mondo fantastico dalla natura rigogliosa e selvaggia quanto “assurda”, dove gli animali parlano… beh, sebbene sia condita da inevitabili riferimenti allegorico-politici (rosso/male contro il bianco/bene, il messia misconosciuto, il viaggio iniziatico etc.) e qualche analogia con altri racconti (le Cronache di Narnia?), m’è piaciuta. Non male anche la colonna sonora del film. Val.

Update: Alice ovvero logica della follia (Luca Mastrosimone)

Sinistra ideale eterna.

5. März 2010 - 3 Antworten

Sinistra: tra paradiso in terra e paradiso in cielo, la terza via “originale” e non solo ambientalista di Alexander Langer (e a proposito di discontinuità di pensiero, una riflessione a caldo). Val

«[...] Chi oggi, in nome di un riferimento anche solo vago e discreto ai valori del socialismo, tentasse di temperare la radicalità di certe involuzioni nell’Europa orientale, si prenderebbe la sua sonora razione di fischi, se non peggio. Ci vorranno dunque altri panni, vestiti dei quali i valori della giustizia sociale, della eguale dignità tra le persone, della fraterna solidarietà e della convivenza potranno riapparire a quell’orizzonte.

Il discredito del socialismo reale trascina con sè anche tanta sinistra europea occidentale in casa sua (se non bastassero i suoi propri errori e misfatti a questa bisogna). Ed in particolare sarà a lungo difficile riparlare di una prospettiva generale, di un’utopia sociale, di un’opzione ideale onni-comprensiva che dia senso e respiro ad ogni singola lotta per la giustizia. Per millenni il mondo in cui succedeva ai poveri di avere ragione e ricevere giustizia era stato a priori collocato in una dimensione ultraterrena. Per un secolo tale speranza si era laicizzata ed incarnata nel socialismo, variamente denominato ed inteso, ma comunque indicato come un ordinamento (terreno, possibile) nel quale ognuno, se non proprio secondo i suoi bisogni, almeno secondo i suoi meriti sarebbe stato valorizzato, ed in cui i privilegi e gli squilibri derivanti dall’ineguale distribuzione del possesso di beni materiali sarebbero stati compensati da una giustizia riequilibratrice, forte del consenso dei più…. e del sol dell’avvenir.

Di fronte all’impossibilità di declinare o coniugare oltre dei concetti come socialismo, rivoluzione sociale, lotta di classe…, anche in Occidente si avverte la difficoltà di legare tra loro singole lotte sociali, cercare una risposta comune a differenti, ma collegate ingiustizie, indicare una strada comune a possibili alleanze sociali ed interazioni tra protagonisti di diverse ribellioni. Chi ha fame e sete di giustizia ed ha un suo contributo da dare a rovesciare un ingiusto stato presente delle cose in nome di un più fraterno assetto della società, si trova oggi in una difficoltà non solo nominalistica (“come chiamare la prospettiva che indico?”), ma di sostanza: come non ripetere un fragoroso fallimento storico, che andrebbe evitato con cura anche qualora non ci si trovasse di fronte al rigetto pressochè universale, almeno in Europa.

Fa eccezione, davvero, tutta la tematica ambientale e della qualità della vita. [...] Se c’è una disciplina nella quale Est e Ovest si trovano sullo stesso banco di scuola, seppure con diversa strumentazione tecnica ed economica, è proprio la questione della conversione e del risanamento ecologico. Ciò non si riflette immediatamente sulla presenza politica dei Verdi o degli ecologisti. Den Rest des Beitrags lesen »

Occhio al Papa!

3. März 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Da Brixen a Roma: un altro tedesco sul Soglio pontificio.

Ieri all’Arsenale, grasse risate per Il pap’occhio (1980). Nella pellicola girata alla Reggia di Caserta sotto la regia di Renzo Arbore, lo stesso Arbore interpreta sé stesso nei panni mai rinnegati dello showman televisivo – in una trasposizione cinematografica del suo programma di successo  “L’altra domenica”, trasmesso allora dalla Rai (a sua volta produttrice del film). Come suggerisce il titolo, il film racconta l’improbabile incontro tra Giovanni Paolo II e la compagnia un po’ sprovveduta di Arbore. Al suo fianco, infatti, Roberto Benigni (imperdibile il dialogo con il Giudizio Universale: vedi), Isabella Rossellini, Diego Abatantuono e Luciano De Crescenzo, mentre il Papa polacco è interpretato (surprise!) dal sosia pressoché dimenticato Manfred Freyberger, attore austriaco nato però nella sudtirolese Brixen/Bressanone e sino ad allora ingaggiato per parti minori. Da una rapida ricerca su internet, vengo a scoprire chi è:

[...] nato nel 1930 a Bressanone, frequenta le scuole a Innsbruck. In numerose produzioni italiane dalla metà degli anni Cinquanta, relegato in ruoli di secondo o terzo piano, affrontati con gran senso di professionalità e molta misura. È richiesto per personaggi di pura routine in film commerciali, ma anche per ruoli di levatura artistica al di sopra della norma, lavorando con registi del calibro di Maselli, Cavani, Lizzani, Zurlini, Brusati, Tessari, Montaldo, quasi sempre per impersonare ufficiali tedeschi gelidi e zelanti o comunque militari intransigenti. In alcune pellicole brillanti s’è distinto per un certo senso dell’ironia e divertente partecipazione pur nell’esiguità della parte, come quella sostenuta nel quarto episodio de Il comune senso del pudore (1976) dove è il marito indifferente della diva celebre e capricciosa (Dagmar Lassander), che giustamente non vuole interpretare un ruolo con scene spinte e particolarmente hard. A causa dello stereotipo del personaggio interpretato, Freyberger non è mai venuto fuori da un anonimato che ha avvilito il suo costante attaccamento a una professione avara di soddisfazioni, ma gratificante per le sue esigenze artistiche. Merita infine una citazione la figura del Santo Padre da Freyberger impersonata con sarcastica misura nel confusionario e goliardico Il Pap’occhio (1980) di Renzo Arbore. Un papa, somigliantissimo a Wojtyla, indulgente e ammiccante, che intuisce il potere della televisione e commissiona a una squadra di squinternati attori uno spettacolo per il Vaticano, onde riconquistare fedeli e cittadini disinteressati ai valori della Cristianità (fonte).

Divertente una scena in cui il Santo Padre risponde ai quesiti della modernità: “Che fano i giovani di ogi invece de amare la Chiesa? Vanno a ballare in discoteca zum zum zum, suonano la chitarra e fumano spinotti!” (video soprastante). Sotto pressioni vaticane, il film fu ritirato a un mese dalla distribuzione nei cinema “per vilipendio alla Religione Cattolica e alla persona di S.S. il Papa” e rivide la luce nel 1998. Ma Freyberger non fece in tempo a rivedersi sul grande schermo: morì di tumore nel 1980 a Roma, a fine riprese.

Verso il 150°.

1. März 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Italia.

Riporto qui un commento apparso il 16 febbraio sul Tirreno a firma di Alessandro Volpi, docente di storia moderna e contemporanea alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Volpi prende spunto dal recente intervento di Giorgio Napolitano all’Accademia dei Lincei (pubblicato integralmente sul blog di Luca Mastrosimone: leggi qui) per ammonire sui rischi dell’accentuarsi di dicotomie identitarie Nord-Sud in rapporto al contesto internazionale. Val.

UN’ITALIA NON UNITARIA SAREBBE SENZA SPERANZE.
di Alessandro Volpi (Università di Pisa).

L’intervento del presidente Napolitano all’Accademia dei Lincei durante la prima manifestazione per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità italiana rappresenta un documento di grande valore culturale e morale. Il presidente Napolitano ha esortato gli italiani a non smarrire il senso profondo della natura “una e indivisibile” della Repubblica, lasciandosi sedurre dalle semplificazioni di chi sostiene che il Risorgimento di fatto non è esistito e che le differenze tra le varie parti del paese hanno impedito di definire una patria comune. Nell’affermare questo Napoletano non indulge certo a facili formule retoriche e non nasconde le debolezze che hanno caratterizzato lo Stato italiano, angustiato dal brigantaggio, da un difficile rapporto con la Chiesa, da un profondo divario tra Nord e Sud e costretto ad adottare un modello amministrativo accentratore per arginare le numerose spinte centrifughe. Anzi, il presidente esprime a chiare lettere la necessità di fare finalmente i conti, in maniera condivisa, con simili criticità. Tuttavia insiste su alcuni punti fermi che ritiene dovrebbero costituire un senso di appartenenza cosciente in grado di consolidare in modo finalmente compiuto e stabile il carattere democratico del nostro paese. E’ esistito un processo di costruzione reale dell’unità italiana, pensato da uomini come Cavour, convinto fautore, secondo quanto sottolineava lo storico Rosario Romeo più volte citato da Napolitano, del “diritto della nazione italiana ad una propria esistenza politica”. Tale processo è stato innervato dalla decisa visione italiana di Mazzini e Garibaldi, destinatari di un vero e proprio affetto popolare, di una adesione spontanea ed etica di fasce estese della comunità nazionale, pronte a seguirli in nome di una concezione forse prepolitica ma sicuramente densa di significati che tenevano insieme la cultura del sentirsi italiani attraverso il sacrificio costante per la patria. Soprattutto, specifica il presidente questo sentimento italiano, che ha consentito l’orgogliosa e drammatica reazione dopo la rotta di Caporetto, ha trovato pieno accoglimento nella lotta di Resistenza, nel “senso dell’onore e della fedeltà all’Italia” delle forze armate e nella “sapienza delle forze politiche antifasciste”, capaci di concepire un impegno comune per “gettare le basi di una nuova Italia democratica”. Nell’Assemblea costituente è diventato possibile così, per la prima volta, coniugare insieme l’idea di nazione con quella di libertà ed è in quella fase che è stata realizzata veramente, in termini storici e politici, l’unità democratica del paese. Napolitano in questo senso è stato molto netto; unità democratica del paese, Risorgimento e Resistenza si legano insieme in maniera indissolubile e trovano nella Carta costituzionale il luogo della loro felice sintesi. Attenzione quindi – questo il monito – a pericolose interpretazioni storiche che celebrino “radicali divisioni” esistenti nel paese per sancire la fine della patria comune. Attenzione ai cantori dell’irriducibile distanza fra Nord e Sud, del Risorgimento come mera forzatura a posteriori alla ricerca del mito fondativo, agli apologeti delle piccole patrie. L’Italia ha già vissuto l’8 settembre 1943 la morte della patria nata nel marzo del 1861; si è trattato però di una morte delle istituzioni che avevano retto il paese in quella prima fase perché la sostanza culturale, etica e politica di buona parte di quella tradizione si è finalmente tradotta in una Repubblica, “una ed indivisibile”, appunto. Occorre quindi tornare a diffondere con convinzione il senso di questa cultura della democrazia unitaria anche perché non esiste un’altra strada per il futuro del paese. Napolitano si domanda con lucidità quale speranza avrebbero oggi un Nord e un Sud divisi secondo logiche separatistiche ed autosufficienti. Nessuna è la risposta, e non solo per ragioni di competitività internazionale. Senza un civismo condiviso e un senso della Patria comune risulta molto difficile per un paese disporre di un’idea di cittadinanza che si fondi su quel sacrificio nazionale, su quei “doveri” tanto cari a Mazzini. In assenza di ciò è più facile, perché nella sostanza legittimato proprio dall’assenza di coscienza nazionale democratica, accettare una dimensione del sommerso pari a quasi il 24% del Pil, una gigantesca evasione fiscale, un rapporto conflittuale tra le istituzioni. Senza storia comune, l’Italia corre seri rischi.

Maledetta primavera.

28. Februar 2010 - 3 Antworten

Improvvisazione sul Lungarno.

Intrattenimento.

14. Februar 2010 - 5 Antworten

Il Tirreno.

San Valentino, Valentinstag.

14. Februar 2010 - Hinterlasse eine Antwort

[...] Io t’ho amato sempre non t’ho amato mai
Amore che vieni amore che vai…
(Fabrizio De André)

Intensità d’altri tempi.

14. Februar 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Stasera, dopo aver chiacchierato con una studentessa siciliana qui a Pisa, ho ripreso in mano “L’affaire Moro” di Leonardo Sciascia. Un libro semplicemente da leggere (vedi). La scrittura di Sciascia è esemplare, sopraffina e – soprattutto in questo pamphlet d’impegno politico e civile – a tratti commovente. A tal proposito, ricordo un pomeriggio a casa di [edz] a Bressanone/Brixen, quando Gabriele ci lesse il capitolo del romanzo-inchiesta dove Sciascia descrive la tragica telefonata dei brigatisti che indicava in via Caetani a Roma il corpo senza vita del presidente della Democrazia Cristiana. Mi vennero i brividi: leggetelo e capirete. Nell’intervista rilasciata poi dallo scrittore di Racalmuto (in provincia di Girgenti, Agrigento) al “nostro” Alexander Langer (vedi) emerge la musicalità così colma di passione del raccontare la propria terra d’origine, che dal confronto tra i due narratori “di provincia” risulta tanto evidente. Risuonano dunque anche qui in Toscana le sue parole a Langer, il quale ragionò su cosa dobbiamo imparare dalla Sicilia, tutt’al più dai “menestrelli” dell’anima siciliana. E forse, dopo Walther v.der Vogelweide, Oswald von Wolkenstein e Joseph Zoderer, una prosa dotata di quella carica poetica capace di superare le nostre vette alpine è venuta a mancare.

An afternoon at home.

9. Februar 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Carla Bruni.

Pomeriggio sul Lungarno.

7. Februar 2010 - 4 Antworten

(c) Valentino Liberto.(c) Valentino Liberto.

foto (c) Valentino Liberto. Ringrazio l’amico Davide Lonigro per il prezioso (nonché azzeccatissimo) suggerimento musicale! ;-) Val.

Ménage à trois “alternativo”.

7. Februar 2010 - 4 Antworten

In vista delle imminenti regionali, tra Partito Democratico, Italia dei Valori e Sinistra Ecologia Libertà scoppia la pace. Isolando Rifondazione e dando uno scossone all’UDCasini.

«Alternativa di governo»: bastano tre parole per descrivere il “volto nuovo” del centrosinistra. I principali quotidiani danno all’unisono ampio risalto alla (presunta?) svolta politica suggellata ieri durante il I Congresso nazionale dell’Italia dei Valori. In prima pagina «Coppia di fatto» (Il Manifesto), «La svolta di Salerno» (Il Fatto Quotidiano e Il Riformista) e appunto «L’alternativa» (L’Unità: leggi articolo). «L’alternativa» è anche il titolo della campagna tesseramento del PD. Antonio Di Pietro è una furia: vuole «scendere dalle barricate» e passare dall’opposizione di piazza alla costruzione di un’alternativa che riporti il centrosinistra al governo nel 2013. «Se vuoi essere un’opposizione che urla solo nelle piazze, c’é lo zoccolo duro che ti vota, a seconda del momento puoi prendere il 2 o l’8%. Ma se guardiamo solo al voto della pancia, questo dipende dal mal di pancia del momento, è un voto di diarrea politica». Tra i presenti, il governatore pugliese Nichi Vendola (Sinistra Ecologia Libertà) e Pierluigi Bersani. Il segretario del Partito Democatico – fautore dell’alleanza con l’Italia dei Valori – approva l’intervento, sale sul palco e stringe la mano a Di Pietro; un gesto accolto dal fragoroso applauso della platea dipietrista. «E’ importante – commenta Bersani – voler fare alternativa e non opposizione». Applaudito anche Vendola, che ha già ha incassato il sostegno dell’Idv in Puglia. «Il mastino di Montenero ha dipietrizzato tutta l’opposizione» scrive Luca Bonaccorsi in un editoriale su Terra, il giornale vicino ai Verdi. E aggiunge: «“La politica è l’arte della ripetizione”, diceva Le Pen. E Di Pietro sono anni che si ripete. A sinistra possono ripetere all’infinito che di Pietro si è sinistrizzato. La verità è che lui ha dipietrizzato tutta l’opposizione. Il dipietrismo assume, digerisce e ripropone. Ora è anche ambientalista. Dal congresso usciranno i referendum contro la privatizzazione dell’acqua e il nucleare».

Come dire: i Verdi si diano una svegliata. La forza anti-Berlusconi alternativa alla Sinistra “radicale” (e paragonabile all’anti-Sarkozy Daniel Cohn-Bendit) sarà ancora per molto l’Italia dei Valori. Val.

Moderno e contemporaneo.

6. Februar 2010 - 2 Antworten
Francia napoleonica.

La Francia napoleonica. A destra nella carta si legge 'Haute Adige'.

Ovunque vada, è una persecuzione. Chiamata Alto Adige.

Aula 1 in Sapienza, Pisa. Mentre attendo il mio turno, uno studente qualsiasi sta dando l’esame di Storia moderna e contemporanea (il docente è Alessandro Volpi). Si parla della Conferenza di Pace tenutasi a Parigi nel 1919. Assistente 1: «…e mi dica, oltre alle “terre irredente” di Trento e Trieste, quale altro territorio in particolare, dalla popolazione in larga maggioranza non di madrelingua italiana, passò all’Italia col Trattato di Saint-Germain?» studente: «Ehm…» assistente 1: «Sempre al confine con l’Austria…» studente: «…la Lombardia?» assistente 1: «Prego? Suvvia, in Lombardia sono tutti italiani… non abbiamo molte regioni nelle quali è ufficiale una lingua diversa dall’italiano. Una è la Valle d’Aosta, l’altra…?» studente: «Il Veneto…?» assistente 1: «Macché, le pare che i veneti non parlino italiano? [sorriso] Quella provincia dove è prevalente l’uso del tedesco, ci sono i cartelli bilingui… [gesto con le mani, a indicare i toponimi bilingui sulla segnaletica]» assistente 2: «…sì, lì dove fanno lo joghurt, la cioccolata [!]… dove ci sono le Dolomiti per sciare».

Lo studente si arrende:  «Non so». «Bolzano, ovvero  l’Alto Adige oppure Sudtirolo, come dir si voglia…». L’isola (felice) che non c’è.

p.s. che avventura, questo esame! Dopo un’estenuante attesa dalle 9 alle 13, tocca a me. Sono l’ultimo. Faccio in tempo a dire tre parole e (colpo di scena) siamo sbattuti fuori dalla Sapienza. Il motivo? Abbiamo sforato l’orario di chiusura dell’edificio storico più antico dell’ateneo pisano. Ci spostiamo alla bene meglio in un’auletta nella vicina facoltà di Scienze politiche (verso il Palazzo alla Giornata, sede del rettorato). Nonostante la tensione – attutita però dalla suspance del trasferimento – concludo l’esame abbastanza in scioltezza, passando attraverso il giurisdizionalismo dei despoti illuminati, il 1848 in Francia, il cesarismo bonapartiano di Luigi Napoleone, il cancelliere Bismarck e “l’allievo” Crispi, la rinuncia al “partito di massa” dei liberali di Giolitti, sino al PPI di Sturzo…

Eine Symphonie des Grauens.

3. Februar 2010 - Eine Antwort

Ieri sera all’Arsenale di Pisa ho visto “Nosferatu” (1922, pellicola muta tra i capisaldi del cinema espressionista tedesco, liberamente ispirata dal romanzo “Dracula”) con un azzeccato accompagnamento musicale dal vivo, di certo migliore del motivetto scelto per il video qui postato. Nonostante tutto, mentre ci si interroga su quali novità porterà il 3D di “Avatar” (nel quale in molti notano le analogie con “Balla coi lupi”), la trama – in teoria un po’ scontata – d’un film degli anni ‘20 riesce ancora a catturare l’attenzione del pubblico. Il fascino del male e dell’occulto, si direbbe: lo stesso che forse ispirò la mente malata di Hitler, che dall’interpretazione strumentale di opere come questa (da taluni definite „Tyrannenfilme“) trasse ispirazione. Val.

Donne senza tempo.

3. Februar 2010 - 3 Antworten

Maria Theresia.

Descrizione di un fermo immagine, sfogliando il libro di storia moderna.

Maria Theresia non ha età, è senza tempo. Gli anni non passano, poco importa se siano trascorsi 30 o 230 anni. L’immagine è sempre la stessa: una donna salita al trono ventenne, risoluta ed energica, alla guida dell’Impero. Ciò che conta è quanto resta del suo vissuto, riprodotto da quell’eterna immagine che non invecchia. Non percepisco la distanza secolare che ci separa, come se tra noi non vi fosse alcun ostacolo temporale e si fosse creata una sospensione della storia. Fisso il ritratto ogni giorno, sento il bisogno di vederne la rassicurante effige. Sta lì in silenzio, a osservare distaccata ma sorridente. Vorrei s’invertisse tale situazione, che volgesse lo sguardo nella mia direzione, rivolgendomi la parola. Cosa darei perché ciò avvenisse? Se mi fosse offerta l’occasione di parlarci anche solo per un attimo ancora, porle delle domande e avere delle risposte… anziché l’eterno del dipinto, avvierei un dialogo eterno. Ma forse non c’è più tempo, per la donna senza tempo. (Val. Pisa, 3 febbraio 2010)

(Weiter)bildung.

31. Januar 2010 - 4 Antworten

La Spezia affollata.

30. Januar 2010 - 6 Antworten

Al contrario della decadente (e poco vissuta) storicità di Pisa, La Spezia conserva la vivacità di un porto di mare.

Sarà per il clima mite, sarà per l’atmosfera accogliente percepita nell’abbraccio del Golfo dei Poeti, fatto sta che passeggiare alla Spezia è sempre un piacere. Il sabato sera, la via “del Prione” (che unisce grossomodo la stazione ferroviaria alla zona lungomare) si riempie in modo inverosimile di giovani e meno giovani, provenienti dai quartieri collinari come dai comuni limitrofi. Scendono e irrompono nel centro cittadino, percorrendo il largo stradone da cima a fondo; “le vasche” sono interrotte dal rito dell’aperitivo, de facto un precena, data l’abbondanza di antipasti. Se la deleteria dicotomia Zentrum-periferia rende molte città pressochè invivibili, Spezia invece è viva e un po’ incantata nel suo strano distendersi sulle colline tra entroterra e mare. Il brulicare di gente e la fatua spensieratezza mi trasmettono allegria e serenità. Una serata oziosa. E il freddo riempito di voci e salsedine. Val.

«Qui si fa la rivoluzione».

28. Januar 2010 - 2 Antworten

“Rivoluzione” è un pezzo del political rapper Frankie HI NRG.

A Pisa pende anche la torre del PD più forte della Toscana. Forte per le tradizioni dell’ex PCI: da De Felice a D’Alema, per intenderci. Forte per il suo presente: dall’ex sottosegretario Enrico Letta (vice di Bersani e suo grande sponsor politico) all’ex sindaco Paolo Fontanelli. Da Pisa inoltre viene Enrico Rossi, il probabile successore di Martini alla guida della Regione Toscana. Eppure, anche qui, il PD s’è diviso per la nomina del nuovo segretario cittadino Fontanelli. Che il PD sia diviso non è di questi tempi una notizia. Che nei democratici vi siano lotte fratricide, umori depressi e un clima da ultima spiaggia, anche questi aspetti non sono nuovi. Eppure quanto successo a Pisa richiama un’attenzione particolare perché fino a due anni fa Pisa era considerata la capitale politica della Toscana. Un fiore all’occhiello per il PD. Una sinistra forte non solo per i voti, ma per le idee, il modello di partito e la classe dirigente che ha saputo esprimere. Ma qualcosa è successo, nei giorni scorsi, ad incrinare un primato, una forza che viene da lontano, da quando D’Alema faceva i suoi primi passi, cattolici e comunisti provavano il compromesso storico con la giunta di Elia Lazzari (ex DC) e prima ancora Sofri fondò LC. [...] In breve la tesi è che nel PD pisano ci sia una classe dirigente che da anni impedisce il ricambio generazionale. Fontanelli è ritenuto l’emblema di questa dirigenza. Alcuni ex-democristiani dell’area Letta criticano un PD organizzato modello PCI: «Qui ci sono ancora 12 funzionari in aspettativa. Gente che è nelle istituzioni, ma domani potrebbe tornare a lavorare nel partito. È una nomenklatura che mortifica il ricambio». Secondo Carmine Zappacosta (31 anni, precario universitario e consigliere comunale) «il modello dalemiano di fare politica è entrato in crisi» e i giovani vogliono «un rinnovamento senza babbi».

(“Il Tirreno” 27 gennaio 2010, pagina 13)

Sofri e D’Alema sullo stesso binario

Due esistenze che si incontrarono così, quel 15 marzo del ‘68 a Pisa. (da “Il Tirreno” 10 marzo 2008, pagina 25)

Quando, a Massimo D’Alema – era ancora premier – fu chiesta ragione di una molotov lanciata negli anni caldi della contestazione, a cui lui stesso aveva fatto cenno, fece un po’ il gigione. Come dire, lanciò la molotov e nascose la mano. Solo alcune settimane dopo, al Maurizio Costanzo Show, confessò data e circostanze. “Fu per i fatti delle stazione di Pisa, era il sessantotto”. L’arresto di due studenti (i primi due in assoluto in Italia, Guelfo Guelfi e Marco Moraccini) ebbe come risposta un blocco ferroviario. Intervenne anche la Brigata Valle Giulia il gruppo di studenti romani, freschi di vittoria, e furon botte. “Lei, dunque capeggiò l’assalto a una stazione”, dedusse Costanzo. D’Alema, in preda a un sentimento contrastante, precisò: “No no, io non capeggiavo nulla, chi capeggiava tutto, a quel tempo, era Adriano Sofri”. Due esistenze che si incontrarono così la sera del 15 marzo del 1968. Da allora le cose, però, erano cambiate. Qualcosa doveva essere ben successo visto che, a quel punto, uno era capo del governo e l’altro era ospite delle patrie galere.

Il percorso delle loro vite, in realtà, aveva avuto altre coincidenze a cominciare dalla comune frequentazione della famosa Scuola Normale Superiore di Pisa da dove Sofri uscì laureato con una tesi sul giovane Gramsci e D’Alema uscì senza laurea per seguire un destino in ascesa che lo avrebbe portato alla segreteria provinciale del Pci, capogruppo sui banchi del consiglio comunale di Pisa, segretario delle Federazione Giovanile Comunista, direttore dell’Unità e poi in parlamento, al governo, in Europa. Entrambi, poi, avevano avuto a che fare con Togliatti che, sentendo parlare il giovane pioniere D’Alema esclamò: “Ma quello è un nano!”. Sempre caustica, ma meno sottile, fu la risposta del Migliore, durante una sua conferenza in Normale, a Sofri che lo contestò rimproverandogli la contraddizione tra quel che il Pci diceva e quel che faceva: “Ci provi lei a fare la rivoluzione!” gli gridò, e Sofri mormorò tra i denti: “Ci provo, ci provo”. Poi, i loro destini si separarono e, solo dopo che iniziò il calvario di Sofri, si ha notizia di una dichiarazione di D’Alema all’Unità in cui si confermava che il giorno del presunto mandato a uccidere a Pisa venne giù un diluvio.

Il “pentito” Marino lo aveva dimenticato. E ancora, dopo la carcerazione di Adriano, Massimo visitò una festa dell’Unità dedicata a Sofri dove espresse cautamente la sua simpatia per il ricordo che aveva di lui. Più di recente, dopo la caduta del suo governo, D’Alema si recò in visita al Don Bosco e, quando Sofri ebbe il lavoro esterno, in Normale. C’è chi dice che stessero preparando un libro scritto a quattro mani. Ma, prima i guai di salute dell’uno, poi i rinnovati impegni di governo dell’altro, per ora, hanno impedito la conclusione dell’opera. A questo punto non rimane che ricordare come finì quella storia degli scontri alla stazione. Per Sofri scattò un mandato di cattura e per D’Alema una denuncia. Ma, tra gli studenti, gli arrestati furono nove. I due già incarcerati ne furono soddisfatti. Finalmente avrebbero potuto fare una loro squadra di calcio.

Bella domanda.

27. Januar 2010 - Hinterlasse eine Antwort
Esiste l'Italia?

Esiste l´Italia?

Ma esiste l’Italia? Se sì, gli italiani sono nati prima o dopo…?
Agli eterni quesiti tenta di dare una risposta la nota rivista italiana di geopolitica “Limes”, attraverso più voci autorevoli raccolte in uno speciale tutto da gustare: temi.repubblica.it/limes-esiste-l-italia/

La memoria «rotta» di Bolzano.

27. Januar 2010 - 4 Antworten

di Massimiliano Boschi - L’UnitàGiornata della Memoria.

Piazza Tribunale, Bolzano. (c) Valentino Liberto.

Palazzo degli Uffici finanziari, Bolzano/Bozen. (c) Valentino Liberto.

BOLZANO – In fondo è facile tracciare una linea di confine, basta avere una riga, una cartina e dotarsi di un esercito per la sua difesa. Più difficile dividere le genti, perché basta poco per ritrovarsi il «nemico» in casa. E se quel nemico diventa amico, poi di nuovo nemico, poi nuovamente amico nell’arco di un secolo, la memoria del passato si avvita, fa salti mortali con esiti a volte tragici e volte ridicoli. Così è la memoria di Bolzano. Dove convivono enormi bassorilievi del Duce a cavallo e monumenti ai deportati del Lager cittadino. Dove, non lontano dalle lapidi sui caduti partigiani vi è quella che ricorda le vittime naziste di Via Rasella. Una memoria tutt’altro che condivisa. L’ufficio turismo di Bolzano distribuisce da qualche tempo una serie di itinerari nei luoghi della memoria della città. Uno di questi, Bolzano: percorso tra architettura e fascismo , ne propone uno tra gli edifici fascisti. Tra questi, oltre al noto monumento alla vittoria, spicca l’odierno Ufficio Finanze della città. L’opuscolo spiega che si tratta dell’ex Casa Littoria il cui «elemento distintivo di maggior pregio è il rilievo monumentale, opera dello scultore Hans Piffrader dedicato all’ascesa del fascismo e alla sua glorificazione». Così, il solito «oggettino delicato» progettato dalle menti fascistoidi per la glorificazione del Duce è diventato una meta turistica. Ma non è tutto, l’opera, come molte altre «glorie» fasciste, non giunse a compimento. Venne completata solo nel 1957 in occasione di un restauro. Se è concesso un confronto, anche a Berlino stanno creando un itinerario tra i palazzi del potere nazista, ma si chiama Topografia del terrore ed ha obiettivi molto diversi. Purtroppo, come ci racconta John Foot in Fratture d’Italia , libro che descrive la «memoria divisa» del nostro Paese: «in Italia ci si attacca alla memoria solo riferendosi al nemico, nel caso di Bolzano, i cittadini di lingua tedesca. Molti monumenti non hanno nulla a che fare con la memoria, ma piuttosto con la volontà di schiacciare l’altra parte politica. Hanno a che fare con questioni strettamente politiche, spesso molto legate al territorio locale. Sono semplici specchi in cui si riflettono differenze e si creano identità, per cui ognuno può avere la sua piccola lapide in piccoli spazi». Insomma, una memoria che si vuole lunga nel tempo ma che è limitata nello spazio. Al cimitero di Bolzano c’è anche una lapide che ricorda i 33 agenti del Polizei regiment Bozen uccisi in via Rasella a Roma. Fu per vendicare questi morti che i tedeschi uccisero 335 persone alle Fosse Ardeatine. L’ufficio cultura di Bolzano non lo inserisce, ovviamente, nell’altro itinerario della memoria, quello che racconta gli anni dal 1943 al 1945. In questo caso sono indicate lapidi in ricordo dei partigiani caduti, monumenti in ricordo dei deportati e soprattutto, il Lager di Bolzano, attivo tra l’estate 44 e la fine della guerra. Uno dei quattro Lager italiani oltre a Fossoli, Borgo San Dalmazzo e la Risiera di San Sabba. Molto di quello che si sa oggi riguardo al Lager di Bolzano è figlio della ricerca iniziata nel 1995 da Carla Giacomozzi, responsabile del Progetto dell’archivio storico cittadino: Storia e Memoria: il Lager di Bolzano . Ha intervistato più di 200 ex deportati, ha raccolto lettere, pezzi di abbigliamento e altri materiali, creato attorno al Lager di Bolzano una bibliografia, una filmografia. Sta lavorando per creare una memoria viva e attiva sul Lager e ha contribuito a preservarne l’unico muro di cinta originale. «Abbiamo lavorato otto anni per salvare quel muro che nessuno sapeva ci fosse ancora e siamo riusciti a fargli ottenere il vincolo di tutela per il suo interesse storico – spiega». Resta il fatto che mentre si restaurava il Duce a cavallo si perdeva la memoria del lager. «Non è così strano, qui la comunità tedesca percepì l’arrivo dei nazisti nel 1943 come una liberazione dalle discriminazioni subite dai fascisti. Qui tutto è visto in chiave etnica e ancora oggi, purtroppo, le due comunità viaggiano su binari paralleli che non si incontrano mai».

Die (un)perfekte Welle.

26. Januar 2010 - 4 Antworten

PD-Sinistra, SPD-Linke: quale futuro?

L’onda (in)perfetta. In Italia ora non si parla d’altro: dopo che i Radicali hanno espresso la candidatura di Emma Bonino in Lazio – cui un PD privo d’alternative s’è clamorosamente agganciato – il governatore uscente e leader di “Sinistra Ecologia Libertà” Nichi Vendola stravince le primarie pugliesi (con 200.000 votanti ai seggi!) sconfiggendo il candidato democratico, de facto indicato da Massimo D’Alema e UDC per consentire l’alleanza strategica alle elezioni regionali col partito centrista; Boccia è battuto persino nella roccaforte d’alemiana, la ionica Gallipoli. Una sonora batosta “elettorale” (sono pur sempre primarie!) per una linea di partito poco gradita dalla base di centrosinistra, linea dettata dal semi-alleato (e futuro candidato premier?) Pier Ferdinando Casini.

S’è illuso chi vedeva nel segretario Bersani (imposto agli iscritti dalle logiche di vertice) il timoniere di una svolta socialdemocratica (?) del Partito Democratico, proprio nel momento di maggiore crisi delle socialdemocrazie a livello europeo. L’avvicinamento al centro non punta a conquistare quell’elettorato, bensì lo separa “in casa” consegnandolo nelle mani di Casini, Rutelli & co. nonché lasciando libero sfogo a Di Pietro sul fronte dell’antipolitica (vedi). Alla faccia della “vocazione maggioritaria” e del “compromesso storico” tra cristianesimo sociale e riformismo: il PD è mutato ormai in una versione sgonfiata dei Democratici di Sinistra, con lo stesso apparato dirigenziale e una netta linea di demarcazione che lo separa dalla Sinistra. Dal canto suo, il minestrone riscaldato di “Sinistra Ecologia Libertà” è un soggetto dalle caratteristiche simili ai Democratici (vedi il meccanismo delle primarie, i circoli e persino l’immagine grafica) ma privo della solidità necessaria – sia a livello logistico (sedi, tesserati etc) che programmatico – per affrontare con dignità le sfide elettorali. Il “Vendolapartito” non va però sottovalutato.

Solo con(tro) tutti era infatti lo slogan vittorioso alle primarie in Puglia. Uno scalpitante Nichi Vendola, carismatico affabulatore di folle già autodefinitosi “cattolico e comunista”, rischia di sfondare il fronte sinistro del PD e irrompere (con la base al seguito) tra le fila democratiche, attraverso una “terza via tra casta e populismo” (così definita dal sindaco di Firenze, Renzi). A lungo termine, ciò potrebbe contribuire a uno spostamento dell’asse politico dei democratici verso sinistra e un rafforzamento (a questo punto inevitabile) del centro a favore di un’entità dalle sembianze democristiane. In questo scenario, qualora i Verdi dell’1% (reduci da un tentativo di rinnovamento interno e di rilancio delle tematiche ambientaliste, attraverso la cd. Costituente ecologista) perseverassero nella matrice ecointegralista anziché puntare - magari assieme ai Radicali - ad una piattaforma ecosociale ed europeista, possibilmente liberalsocialista, laica e nonviolenta, che promuova democrazia partecipativa, diritti civili e cooperazione internazionale (è l’autentica “terza via” risuggerita in Francia da Daniel Cohn-Bendit), rimarranno anch’essi stritolati nel confronto tra blocchi ideologici.

In Germania, invece, la pesante crisi di consenso della nuova maggioranza CDU-FDP – dovuta anche alle spinte liberiste in campo economico e “progressiste” in campo sociale (diritti individuali in primis) dei Liberali di Guido Westerwelle, poco gradite dai cattolici soprattutto nella bavarese CSU – rafforza l’opposizione SPD-Verdi; quest’ultimi salgono nei sondaggi volando oltre il 15%. Cresce invece la tensione attorno alla Linke, dopo l’annuncio clamoroso di ritiro dall’attività politica (ufficialmente per motivi di salute) di Oskar Lafontaine, fondatore e storico leader del partito unitario della sinistra tedesca. Una serie di defezioni e diatribe interne hanno aperto una spietata lotta alla successione; il rischio scissione è alle porte. Non solo: Die Linke senza il già traditore SPD Lafontaine può diventare un buon interlocutore per i Socialdemocratici in fase di rilancio. Un riavvicinamento, sinora escluso dalle parti, per fare fronte comune contro die liberale Welle di Westerwelle. Perché no?

Siehe auch ZDF Mediathek.

Oskar Lafontaine.

Il secondo martedì di marzo…

26. Januar 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Virginiana Miller.

…uscirà “Il Primo Lunedi del Mondo, nuovo disco dei VM.

(E intanto oggi, ultimo martedì di gennaio, piove a Pisa. Val.)

Time out. (Game over?)

24. Januar 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Zeitsprung.

“Zeitsprung”, Verena Unterpertinger (siehe)

Nani da giardino.

23. Januar 2010 - 14 Antworten

7Zwerge.

Quando il Sudtirolo è (mal)visto da Oltrebrennero.

Un gioco è bello quando dura poco. Il caso “doppia cittadinanza” (ovvero: “diamo un elemento in più per giustificare lo spostamento dei confini”) s’è già sgonfiato. Vienna – su tutte le furie – teme incidenti diplomatici con l’Italia e l’Europa (ma non solo: Riccardo Dello Sbarba illustra bene le ragioni del niet austriaco), mentre il Tirolo settentrionale tende la mano al Trentino scavalcando il gemello diverso. Per disinnescare la bomba a orologeria sudtirolese, la Europaregion Tirol resta forse l’unica strada percorribile: uno “spazio ponte” che depotenzi l’egemonia SVP sulla “politica estera” del Sudtirolo liberandoci dall’immagine di isola felice dall’egoismo facile. Ma qualcuno è davvero disposto a parlarne seriamente? Val.

Di seguito i commenti di Norbert Dall’O’ e Florian Kronbichler. Den Rest des Beitrags lesen »

Pisa. Pioggia. Pozzanghere.

20. Januar 2010 - 3 Antworten

“Hoppípolla” (parola islandese per “Saltando nelle pozzanghere”, contrazione di “Hoppa i polla”: la “-a” viene troncata nel titolo) è una canzone della band islandese Sigur Rós. Val.

Sfera celeste (verso l’equinozio).

18. Januar 2010 - Hinterlasse eine Antwort
Ex-Hotel Paradiso, Martell.

Ex-Hotel Paradiso, Martell.

Un sogno mai fatto. Dopo un lungo rimuginare solitario, ripresi il cammino. M’addentrai nel bosco e nei suoi profumi inebrianti. Ritornai così al selvaggio della foresta, accarezzando erbe, cortecce e rocce appuntite, sino a raggiungere una radura a me assai familiare. La porta di casa era socchiusa. Non riuscivo proprio ad aprirla. Eppure mi sforzai, ma lo sforzo da compiere era sovrumano. Ma dall’altro lato, qualcuno m’aiutò ad accedere all’interno. Intravidi un volto. Il sogno s’interruppe. E mi guardai attorno. Meno solo. Val.

«Meet me on the Equinox / Meet me half way / When the sun is perched at it’s highest peek / In the middle of the day / Let me give my love to you / Let me take your hand / As we walk in the dimming light / Or darling understand / That everything, everything ends / That everything, every[...]»

Nanga Parbat.

17. Januar 2010 - 4 Antworten

“Nanga Parbat”, il film di Joseph Vilsmaier sull’ascesa della cima himalayana che costò la vita a Günther Messner, verrà presentato oggi a Bolzano – alla presenza del fratello Reinhold, compagno di spedizione – in occasione della prima proiezione al Capitol. Val.

AgriCultura.

16. Januar 2010 - 12 Antworten
KulturForumCultura.

Damiano Vezzosi sul Corriere dell'Alto Adige, 15.01.2010

Brigitte Foppa ha fatto ricorso alla metafora verde del dualismo tra “monocoltura” e “biodiversità”, per ricordare come anche la terra intesa come Heimat possa essere resa più faconda dalla molteplicità culturale. Luca Sticcotti sull’AA

Copione di una battaglia sul campo culturale. Regista: KulturForumCultura (“Lobbyarbeit für Kultur im Sinne einer liberalen Kulturpolitik”). Teatro della battaglia: Museion. Attori protagonisti: pubblico presente, Sabina Kasslatter Mur (SVP), Pius Leitner (Die Freiheitlichen), Alessandro Urzì (PDL), Christian Tommasini (PD), Brigitte Foppa (Verdi/Grüne), Hartmuth Staffler (Süd-Tiroler Freiheit), Andreas Pöder (Union für Südtirol), Elena Artioli (Lega Nord), Donato Seppi (Unitalia), “moderatori”.

Domanda iniziale: Kulturbegriff, una definizione. In prima battuta intervengono entrambi gli assessori provinciali alla cultura. Kasslater Mur trasmette – in poco più di una frase – la sensazione d’una cultura come espressione del “stare bene [assieme]”. Sintetica, ma efficace. Tommasini ricalca passo dopo passo il programma del PD: plurilinguismo, conoscenza della cultura locale, della storia (»il passato condiziona troppo il presente«) e del territorio sudtirolese, apprendimento della propria cultura come slancio per aprirsi a quella dell’altro, libro di storia comune per le scuole (»in fase di elaborazione«) e alleanza tra le associazioni culturali e le istituzioni. Brigitte Foppa parte da due immagini: il giardino, attraverso il quale argomenta il recupero del termine “Mischkultur” (sic!) – come »positive gegenseitige Beeinflussung« - e i muri, troppi, che non permettono di guardare oltre i propri orizzonti (»persino nel Museion manca un offener Raum«). Breve accenno poi sulla Erinnerungskultur e l’esigenza a Bolzano di un museo sul fascismo e/o di storia contemporanea »magari presso il Mussolini-Relief« (?!). Urzì “il mansueto” dice basta ad »autoanalisi [storiche] permanenti« (auto? un modo gentile per dire che gli italiani non devono fare alcun esame di coscienza?), propone una maggiore partecipazione del gruppo linguistico italiano nelle istituzioni museali (Ötzi è tedesco o italiano?) e suggerisce di distinguere tra folklore (»ci fa sognare tempi passati «) e cultura. No, non ci siamo proprio Urzì: la tradizione tirolese è pseudocultura – quindi obsoleta e da frenare? Ovvero HINC CETEROS EXCOLVIMVS LINGVA LEGIBVS ARTIBVS? Fascismo subdolo, insomma. Pöder sembra cominciare con il piede giusto: la Volkskultur in Sudtirolo è troppo avvantaggiata rispetto all’arte contemporanea – però quest’ultima, al contempo non dev’essere amorale e acritica (»Kunst ist kein kritikfreier Raum«, »Zensur?« domanda Mateo Taibon). Propone poi di importare il Steirischer Herbst - ma Hans Drumbl (originario della Stiria) fa notare che una simile rassegna, come del resto il festival della letteratura di Mantova, necessita di almeno 20 anni di preparazione “in silenzio”. Elena Artioli cita l’eterno Leitmotiv “più lingue sai, più avanti vai”, lega (!) a doppio filo cultura e tradizione [occidentale] e scalda la sala (rischiando il linciaggio) nel spiegare come imporre “ai nuovi arrivati” »la nostra cultura, il nostro modo di mangiare, di fare il presepe…« e citando provvedimenti adottati dal governo australiano. »Come si fa a prendere d’esempio una popolazione di colonizzatori che ha prosciugato la presenza aborigena?« le domanda Mateo Taibon. Artioli tace. Subdolo anche l’intervento di Leitner: parla dell’importanza di una politische Streitkultur, d’una cultura concepita come albero dalle radici tradizionali forti (nix multikulti), ma anche della freie Initiative: »Kunst soll frei sein«, chiediamo sempre denaro agli enti preposti ma per concepire un’arte libera da influenze politiche bisogna saper rinunciare al finanziamento pubblico. Nelle intenzioni, l’approccio liberale di Leitner è sin troppo condivisibile. Curioso e pacato il contributo di Staffler: premesso che Süd-Tiroler Freiheit non è un partito bensì un movimento con “Ziele” (e non programmi culturali: w l’onestà intellettuale), dice no ad una cultura colta solo d’importazione (criticando Anton Zelger che favoriva la produzione di cultura popolare), no al dialetto sudtirolese inteso come fonte d’isolamento à la “mir san mir”, sì a un Gesamttirol pluriculturale. Linearità pantirolese. Infine Seppi dispensa massime, aneddoti e pillole di saggezza: la cultura è provocazione, non è nozione e non va confusa con il grado di conoscenza e formazione. Inoltre, gli esperti d’arte devono »comprendere il livello medio di capacità intellettiva della popolazione« (viene da chiedersi: quale sarà il suo quoziente intellettivo?) per evitare grattacapi tipo Kippenberger; la scelta dei vertici museali non deve essere stabilita per gruppo linguistico ma per merito. Senza una società dei migliori siamo una “incultura”.

Piccoli comizi da incompetenti. Nessuno s’è limitato ad affrontare la domanda - tanto meno i moderatori, in primis Mauro Fattor. Quest’ultimo, però, è attento nel sottolineare come altrove alcun amministratore pubblico avrebbe osato chiedere la rimozione di un’opera da parte di qualsivoglia ente museale: a Berlino la memoria è gestita dal Deutsches Museum, indi viene da chiedersi quale rapporto tra potere e cultura vige in Sudtirolo. Interventi dal pubblico. Monika Trettel balza in piedi: »Basta con ’sta rana! Ma di quale “cultura” stiamo parlando? Italiana, tedesca, ladina, albanese, germanica…? La cultura è in primo luogo ascolto e comunicazione, in Sudtirolo non ci sono spazi comuni e per fare qualsiasi cosa prima bisogna chiedersi a quale gruppo etnico si appartiene«. Approvazione e applausi si levano dal pubblico, ormai in forte contrapposizione col palco offerto ai politici. S’avvia così un confronto più acceso di quello tra gli esponenti di partito. Urlano: Miteinander reden! Non ci sono abbastanza occasioni per parlare assieme della nostra terra, dove non c’è (ancora) UNA cultura. Dai politici, come per altri temi, non aspettiamoci molto. Dobbiamo confrontarci diversamente, cambiare approccio. Sin da subito!

Ulteriori osservazioni:

Destre. La pacatezza di Staffler e il tono subdolo di Urzì e Leitner sono passati semi-inosservati. Stiamo attenti: i pericoli più grossi arrivano da quel fronte. Urzì, ad esempio, s’è sbilanciato in una critica sconsiderata, ingiusta e priva di tatto verso il mondo tedesco/tirolese. Nonostante tutto, è meglio Holzmann. La forte contestazione all’Artioli, invece, è un buon segnale. Infine Seppi: è l’unico “vero” critico del sistema, coerentemente anti-sistema per ideologia, che mette in discussione l’intera cornice etnica che regola l’Autonomia. Lui lo fa per sradicarla del tutto. Noi (Verdi in primis, cari colleghi) dovremmo invece potarne i rami secchi. Con coraggio.

Mito asburgico. L’immagine dell’Austria che si alimenta delle culture (e lingue) limitrofe è proprio tramontata, crollata addosso a quelle terre pluriculturali che si trovavano sotto l’influenza danubiana-viennese. Un’involuzione netta della Mitteleuropa.

Fuori la politica. Un confronto noioso, snervante, un po’ ingessato ma a tratti – sul finale – quasi una bolgia ingestibile. Non se ne può più. Facciamo a meno di invitare sempre simili inetti (soprattutto dalle opposizioni) offrendo loro un palco dove esibirsi. Un giochetto di cui (ehrlich gesagt) siam stufi. Diamine, discutiamo anche tra noi!

Hoffnung|slos?

16. Januar 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Stoanerne Mandln & corpi celesti.

15. Januar 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Stoanerne Mandln.

(welcomeback!)

Intermezzo mediterraneo.

13. Januar 2010 - 5 Antworten
Marc Chagall, Saint Jean Cap-Ferrat (1949) © by SIAE 2009

Marc Chagall, Saint Jean Cap-Ferrat (1949) © by SIAE 2009

In alto: dipinto esposto alla mostra su Marc Chagall a Pisa.

In basso: “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni
(immagini della Terrazza Mascagni a Livorno).

L’indipendenza consapevole.

12. Januar 2010 - 2 Antworten

(L’analisi che segue fa parte della riflessione nata qui con l’intento di porsi una serie di interrogativi “costruttivi” sulla storia e la realtà socio-territoriale dell’Alto Adige/Südtirol. © Valentino Liberto)

Architecture, Kellerei Schreckbichl.

8 – Architettura, spazio e galassia sudtirolese. Incidere negli interstizi del sistema.

»Ein Freistaat wird nicht möglich sein. Ein Freiraum Tirol, warum nicht? Eine De-facto-Landeseinheit, wobei wir und das Trentino formell weiterhin zu Italien und Nordtirol zu Österreich gehören.« [Reinhold Messner, ff Südtiroler Wochenmagazin Nr. 23 vom 04. Juni 2009]

»Confido di più nella possibilità di cambiare qualcosa a partire dalla Zivilgesellschaft che tramite le istituzioni. Quest’ultime sono troppo rigide e faticano a cambiare…« [Michaela Verena Abate, Mai 2009]

Indipendenti dagli stati nazionali, dalla storia del Heiliges Land, dalla partitocrazia e dall’entità dei bilanci di mamma provincia. Una società sudtirolese “indivisa” democratica e post-etnica, aperta all’Europa e ai vantaggi di un mondo globalizzato, pur senza rinnegare nulla del proprio passato e nel pieno rispetto di ogni cultura. Quali tappe ci possono avvicinare a tale obiettivo? “Man soll etwas tian…”: questo è il primo pensiero che ci giunge per la testa. Dobbiamo trovare il  modo per coinvolgere nuove persone ed energie, anziché delegare il futuro alle segreterie di partito (nonostante sia importante agire anche al loro interno, da dentro) e a Vereine “chiusi”. Qualcosa di più concreto, trasversale e in equilibrio, indipendente e capace di agire su più livelli, senza vantare una particolare superiorità intellettuale. Tra l’antipolitica antisistema (Grillo) e la partitocrazia, va presa in considerazione una terza via: gruppi e piattaforme di riferimento che si mettano in luce e facciano da poli d’attrazione cui possono aggiungersi altri soggetti in rete. Fare pressione sul livello istituzionale, in dialogo costruttivo con esso, metterlo in relazione e scardinare così la struttura verticale e verticistica della società sudtirolese. il tutto attraverso kritisches Denken, Freiräume, Bewusstseinsbildung, Partizipation, direkte Demokratie.

Riprendendo il filo del discorso avviato su «Diskussionskultur: identità e libertà di uno “spazio fluido”», tra le basi teoriche d’un rafforzamento in tal senso della coscienza collettiva, è indicativa un’operazione sinora mancata nella storia del Sudtirolo, ovvero

«[…] il tentativo di perfezionare “l’ideale della possibilità” di un ipotetico passaggio epocale: dall’improbabilità di uno spazio neutro che si crei negli interstizi delle singole identità, in rapporto negativo e critico con esse – un vuoto da riempire che metta in scacco gli spazi da svuotare, una costruzione nel nucleo che non può fare a meno della decostruzione dell’intorno – alla plausibilità di quest’essenza, ancorché inesistente. In una mia lettera al CdAA riguardo il riaccendersi del desiderio d’autodeterminazione, la definii “garanzia sovrana”; un’entità basata sulla progressiva revisione decostruttiva dell’Io esistenziale, le cui sembianze verrebbero modellate a loro volta da una costruenda coscienza sudtirolese. Un delicato processo d’indipendenza (“individuale” e “collettiva”) che parte, cresce, matura in ognuno di noi – come il germoglio di una giovane pianta – e si muove consolidandosi dal basso, inondando di nuova linfa ogni cavità strutturale e capovolgendo così il limite psicologico dell’Autonomia, identificabile in “un albero dalle foglie ormai ingiallite” che impedisce ai singoli quanto all’insieme di avanzare in libertà, per fare del Sudtirolo non un modello in Europa, bensì un modello di Europa.»

Come “parafrasi concreta” di quel ragionamento, potremmo elencare i seguenti punti critici: Den Rest des Beitrags lesen »

Compagnia filodrammatica.

12. Januar 2010 - 10 Antworten

Achammer, Knoll, Stocker. (c) Valentino Liberto.

Vahrn/Varna. Dibattito sulla Selbstbestimmung. Solita litania. Al podio, Heidi Gamper (leader ad interim della JG), Philipp Achammer e Martha Stocker (SVP) e in rappresentanza della STFreiheit l’immancabile Sven Knoll. Contrapposto ai mastini rispettivamente dell’Autonomia e dell’autodeterminazione, la new-entry Simon Constantini della “nostra” piattaforma Brennerbasisdemokratie. Introduzione e moderazione affidate a un ottimo Günther Pallaver.

Tra “unsere Heimat” e spazio globale. Nessuno spostamento dei confini, Autonomia vista come modello di successo, dinamicità nell’autogoverno, pacifica convivenza (addirittura Austausch-Miteinander tra gruppi linguistici) e dialogo con gli italiani anche attraverso un’edizione targata Junge Generation dell’iniziativa “Parliamoci” (lamentando però lo scarso contributo degli italici alla convivenza stessa): Philipp Achammer racchiude i caratteri dell’esponente “tipo” della SVP, ma dimostra di avere le idee chiare. E attacca Sven Knoll: dov’è questa paventata minaccia quotidiana alla libertà? Il fedelissimo della Klotz si dilunga nel sottolineare i pericoli che minacciano la minoranza sudtirolese: una vera e propria Todesmarsch, tra immigrazione e Vermischung linguistica. Soluzione? Votare e (dovessimo tornare all’Austria) concedere agli italiani del Sudtirolo una sorta di Autonomia specchio dell’attuale. Inquietante. Quasi sulla stessa lunghezza d’onda ma illuminato dal proverbiale pragmatismo di governo è l’intervento di Martha Stocker: la funzione ponte delle minoranze in un mondo globalizzato, l’ancoraggio delle minoranze stesse nel Trattato europeo e la sicurezza della loro Heimat (»per avere il Gefühl di sopravvivere all’Italia«), col riconoscimento di fantomatici diritti “etno-politici” soprattutto nella tutela della madrelingua, sono i suoi cavalli di battaglia. Un Sudtirolo “fortino” in Europa? Mah. Curioso (e “tenero”) il contributo della giovane Heidi Gamper: “cosa succederebbe agli italiani?” chiede sin dal principio, asserendo poi che la SVP »è sempre stata per il friedliches Zusammenleben fra i tre gruppi linguistici« e sostenendo uno scambio tra diverse culture nella piena Selbstverantwortung culturale. »Non buttiamoci nel vuoto«: ammirevole, una giovane verde in erba? Infine Simon Constantini: la differenza abissale col chiedere l’indipendenza per paura, è resa dall’idea che appartenere ad un Nationalstaat (sia esso l’Italia o l’Austria) ci costringe a quei Schutzmechanismen (proporzionale, scuole divise etc) alla base dell’Autonomia, il cui percorso non va rinnegato (tutt’altro) bensì relativizzato rispetto a quanto raggiunto. Va perciò ricercato indistintamente tra i gruppi linguistici il consenso attorno a un processo (e un obiettivo) definito, una »visione« di cittadinanza post-etnica indivisa. Ottimo.

Buon intervento dal pubblico di Wolfgang Niederhofer, che sottolinea il capitale sociale di una discussione trasversale riguardo il salto di qualità cui la società sudtirolese potrebbe beneficiare, qualora scegliesse la strada dell’indipendenza dagli stati nazionali. Mentre nell’intervento di chiusura, Simon ha riservato una stoccata finale diretta ad Achammer: si riempie la bocca di Zusammenleben ma poi non esce dallo schema “wir-sie di una politica concepita sui partiti etnici, il paradigma riprodotto di continuo dall’Autonomia. Un noi condiviso [dai “tedeschi”] con italiani e ladini, gemeinsam, è il traguardo posto da Brennerbasisdemokratie. Bravissimo Simon.

Personaggio della serata, il sindaco di Varna, in totale disaccordo sull’ipotesi di unire il Tirolo e spostare la capitale a Innsbruck. Concretezza dai territori, si direbbe. In ogni caso, è da notare la natura filodrammatica del dibattito tra esponenti politici e soggetti (quali Simon) provenienti da una troppo debole società civile. Dalla politica non possiamo aspettarci nulla di nuovo: si mantengono posizioni che consentono di conservare saldo il budget/seguito elettorale (e lo stipendio). Una mera gestione del consenso e (per la SVP) del potere derivato dalla costruzione della “creatura autonomia”, potere non rappresentativo degli interessi collettivi bensì “persuasivo” degli stessi. Se i sudtirolesi fossero chiamati a votare per scegliere il proprio futuro, lo dovrebbero fare ragionando con la propria testa e non facendosi imporre il dibattito dalle forze politiche in campo, che annacquerebbero l’opinione pubblica trasmettendone le decisioni di vertice. Sull’autodeterminazione, non conviene loro evolversi in alcun modo e al di fuori del dibattito mediatico manca del tutto uno scambio. Costituire gruppi non-politicizzati di per sé costituisce la sfida degli anni a venire. Ma riguardo a questi e altri dilemmi, vi rimando al post successivo. Val

Oltre le montagne.

10. Januar 2010 - 11 Antworten
Ande, M.te Veronica (Cusco, Perù)

Ande, M.te Veronica (Cusco, Perù) - foto: MichaelaVerenaAbate

Nella propria storia, il Sudtirolo ha vissuto la magnifica “cintura” alpina che lo cinge come un limite per isolarsi dal mondo più che una grandiosa risorsa di “lungimiranza geografica”. Se ci sentissimo infatti maggiormente accomunati ad altre civiltà di montagna, capiremmo l’importanza di valicare il confine immaginario tracciato da questi rilievi montuosi, frutto della bizzarria geologica del creatore. Inerpicarsi su di essi, significa compiere un viaggio nella conoscenza naturale, volare oltre gli orizzonti inesplorati, aprire e allargare i confini dell’essenza umana, sconfinare e superarli, verso l’indefinito. Perché chi nasce tra i monti, deve saperli scalare, raggiungere le cime e da lassù osservare il mondo. Per intravedere altre creste, ancora più distanti, dove arrampicarsi. E dalla quale, a loro volta, puntare poi a un nuovo più lontano obiettivo, in là nello spazio infinito del cielo sopra di noi. Non barriera insuperabile e delimitante, bensì cannocchiale sull’ignoto da scoprire: l’essenza della montagna sta non solo nello slancio in elevazione ma anche nella dimensione dello sguardo-ponte. Montagne da cui elevarsi nello spirito. Oltre ogni frontiera. Val.

bbd: debutto sul ring.

10. Januar 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Diskussionskultur: tra identità e libertà di uno “spazio fluido”.

9. Januar 2010 - Eine Antwort
Baustelle Demokrazia.

Articolo sulla Baustelle Demokrazia, Tageszeitung del 1° settembre 2009

APPUNTI PER UN MANIFESTO ANCORA DA SCRIVERE.

(Con alcune mie integrazioni sull’attualità, il testo qui presente va a comporre una bozza di articolo stesa a quattro mani con K.L., ispiratrice delle riflessioni che seguiranno. Esse veleggiano nel virtuale, in attesa dello “spazio” che meritano. Combinate a vari pensieri sparsi qua e là, potrebbero costituire la “prima pietra” di un nostro rinnovato impegno per il Sudtirolo. © Valentino Liberto)

1 – Incipit. Ein Südtirol als Denkfabrik für Querdenker.

Le vicende di queste prime settimane del 2010 dimostrano ancora una volta i limiti strutturali del dibattito politico interno alla cosiddetta “questione sudtirolese” – e alla irragionevolezza cui essi conducono. I temi ricorrenti tra gli interventi delle forza partitiche locali potrebbero essere elencati in un batter d’occhio: allargamento dell’autonomia, toponomastica,  autodeterminazione, bilinguismo, scuola con annessi e connessi, disagio degli italiani, separazione etnica, immigrazione… Ma da quale direzione (ammesso esistano alternative) il paradigma etnico tende a distogliere l’attenzione?

Streitkultur züchten. Was ist richtig? Was ist falsch? Je komplizierter die Welt, desto einfacher die Erklärungsmuster und Rezepte – und desto tiefer die Gräben zwischen den Positionen. Der Streit um die Referenden hat eine Gesellschaft ans Tageslicht gefördert, durch die ein Riss geht. Die einen predigten diese, die anderen jene Wahrheit. Man redete aneinander vorbei, hörte nicht auf die Argumente der anderen, versteifte sich in Justamentstandpunkte, gerade so, als handle es sich um einen Religionskrieg anstatt um das praktische Bemühen, im gemeinsamen Interesse die Politik besser funktionieren zu machen. Südtirol hat fürwahr fast keine all jener Probleme, mit denen sich andere Regionen in der Welt herumschlagen müssen. Aber in einem Punkt hapert es gewaltig: Wir haben es verlernt, offen, vorbehaltlos, ohne Scheuklappen zu diskutieren. Diskussion wird als Streit missverstanden, fast als Misstrauensantrag. Egal ob es um Toponomastik, Selbstbestimmung, Ausländer oder um die Sanitätsreform geht: Anstatt sich die Meinungen der anderen anzuhören, organisiert man Kreuzzüge. Wer nicht mit mir ist, der ist gegen mich: Mit dieser Haltung kommen wir nicht weiter. Südtirol braucht mehr Wettbewerb der Köpfe und Meinungen. Südtirol braucht eine Streitkultur.

[Norbert Dall'O', ff Südtiroler Wochenmagazin Nr.01/2010]

Partiamo allora dal constatare (senza troppi giri di parole) che alla base di una scarsa lungimiranza politico-culturale sta sicuramente la poca propensione dei sudtirolesi/altoatesini ad elaborare una propria Diskussionskultur, ovvero dei tentativi di focalizzazione tematica e possibilmente “costruttiva” anziché scontri strumentali “a orologeria” tra gruppi linguistici, perlopiù ”distruttivi”. Den Rest des Beitrags lesen »

Gargarismi.

9. Januar 2010 - 5 Antworten

Paul Flora, Hahn.

Se la SVP non sa che collutorio pigliare: lanciarsi in un’assurda impresa per giocarsi la propria credibilità. Un’operazione d’immagine. Un’arma a doppio taglio.

La strategia è palese: dare il contentino all’elettorato di destra in vista delle elezioni comunali, dimostrare che la SVP è capace ancora di battersi per una causa mettendoci anima e corpo (ma senza minare i baluardi storici dell’Autonomia), nonostante la stessa sia nella sostanza una causa persa. Gli ultimi ruggiti di un leone ferito? Lo scopriremo nei prossimi mesi, fatto sta che in Austria la boutade “doppia cittadinanza” targata Zeller-Brugger non ha riscontri positivi né alcun esito significativo: la politica austriaca cade dalle nuvole, a Vienna come a Innsbruck si giudica altamente improbabile l’applicazione di un tale strumento, anche in previsione – qualora andasse in porto – di possibili analoghe richieste da parte delle dozzine di minoranze austroungariche sparse attorno alla repubblica alpina (non scordiamoci che l’Impero degli Asburgo dominava tutta l’Europa Centrale appena un secolo fa). A giudicare dall’atteggiamento critico assunto dagli osservatori [nord]tirolesi, tutta la faccenda assume una rilevanza poco desiderabile e a tratti paradossale. La Volkspartei stessa è conscia dell’irrealizzabilità della cosa (può non saperlo un costituzionalista come Karl Zeller?) e la madrepatria austriaca ascolta scettica e forse infastidita. L’ennesima figuraccia irresponsabile, con un recentissimo precedente.

Quella sera di fine settembre, bastava guardare la Tagesschau del Sender Bozen per capire come alla marcia hoferiana di Innsbruck fosse andato tutto secondo copione. Emblematico: le più alte autorità austriache (dal cancelliere Faymann al presidente Fischer) rilasciarono dichiarazioni ineccepibili, intrise di un lodevole spirito europeista, mentre l’immagine dei nostri indipendentisti Los von Rom troneggiava tra quelle più becere nel giudizio degli spettatori nordtirolesi e trentini accorsi per un evento folkloristico e di “rievocazione storica” unico e a tratti emozionante. Un momento di festa e musica in costume tradizionale trasformato in palcoscenico-passerella dove interpretare le penitenze subite dal Tirolo “italiano”? “Perché strumentalizzare e politicizzare una simile manifestazione?” si chiesero in molti. Una bandiera europea portata in corteo cancellò ogni turbamento – allontanando il rischio di incidenti diplomatici. Se gli Schützen nostrani mostrarono allora le spine sul fianco, le lamentele sudtirolesi rischiano oggi d’essere interpretate come il frutto di una “radicalizzazione della questione” piuttosto indigesto agli amici d’oltrefrontiera, maldisposti a concedere privilegi gratuiti ai “fratelli” del ricco meridione. E la voce del Sudtirolo a Vienna, anziché schiarirsi, s’incepperebbe in una fastidiosa raucedine. Val.

Vedi anche:

Problemi d’identità (Preistoria e prospettiva del doppio passaporto)

La provincia pre-langeriana.

7. Januar 2010 - Eine Antwort

Alexander Langer.

Di come Alexander Langer sia diventato un “classico non letto” –  neutralizzato, storicizzato e de-mitizzato – ne parlavo l’altro giorno con gadilu ed [edz] a Bressanone/Brixen, in vista della serata di lettura sul “viaggiatore leggero” che dovrei curare per l’associazione “Heimat” nella città vescovile, presumibilmente in primavera.

Riflettevamo, tra l’altro, sulla non-costruzione (o non-demolizione?) di una memoria collettiva attorno allo scomparso europarlamentare verde, nell’arco dei quasi 15 anni dalla sua morte. Messo da parte e sepolto sul fondo di un oceano inesplorato; ad ogni ricorrenza, vuota e passiva celebrazione. E’ la sedimentazione del langerpensiero, della cui mancata tematizzazione trattò Gabriele Di Luca in un suo editoriale – quando l’ennesima querelle sulla denominazione d’una via in onore ad Alex Langer divise (!!!) il capoluogo altoatesino: L’urbanizzazione della provincia langeriana.

Si parla di lui come d’un personaggio del passato che guardava “troppo” in avanti, proiettato in un futuro che starà per sempre dinnanzi al nostro presente. L’anima in pena ci scavalca e supera nel lento volgere della storia – e glielo lasciamo fare, senza fermarla. E più avanziamo, più lei corre in avanti e s’allontana da noi. Nella rievocazione della sua figura s’è ingenerato un curioso ancorché triste fenomeno che potremmo definire (più che “post-langeriano”) “pre-langeriano“, come se Langer non fosse mai vissuto né avesse operato in Sudtirolo e gli scenari posti per un’evoluzione “interetnica” vadano spinti oltre il futuro futuribile e indefinito della stessa “società ideale” da lui teorizzata. Quindi, la natura quasi profetica del “messaggio langeriano”, di quel disegno mai realizzato proveniente dal futuro incompiuto della sua parabola, resta la principale causa del dimenticato culto di Langer – esercitato in gran segreto da un manipolo di discepoli, i quali non aspettano altro messia al di fuori di lui e redigono vangeli che mai nessuno leggerà. Il fallimento di quell’idea semi-rivoluzionaria sarebbe evitabile se la storia accelerasse e raggiungessimo il “futuro” di Alexander Langer, incrociando il suo cammino inquieto; la percepibile lontananza della sua eredità perciò non va ricercata nel tempo (de facto ininfluente: 1, 10 oppure 100 anni non muteranno il ricordo) che ci separa dalla sua morte, bensì misurata dai passi necessari per coglierne i frutti. Quasi un’inversione dell’episodio biblico di Adamo ed Eva: le conseguenze della “caduta” derivano dal peccato originale di aver distolto l’attenzione dall’”Albero della conoscenza del bene e del male” (interpretabile alla stregua di un viatico) sulla cui esistenza Langer ci aveva invece ammonito. Verso l’Eden sudtirolese la strada è dunque assai lunga. E  se volessimo, meglio ancora di Virgilio con Dante, Alex potrebbe accompagnarci ad esso. Tenendoci per mano.

Vedi anche: Langer e la “sua”  Autonomia dinamica. Val.

Quale madrepatria?

7. Januar 2010 - 4 Antworten

Vaterland.

»Vielleicht sollte sich LH Luis Durnwalder in seiner letzten Amtszeit klar werden, was er eigentlich will. Das Vehikel „Doppelstaatsbürgerschaft“ ist nicht geeignet, die Autonomie weiterzuentwickeln. Wenn die SVP glaubt, ein rotweißroter Pass ist die Zukunft für Südtirol, dann muss sie ernsthaft die Wiedervereinigung ohne Tabus thematisieren. Europa hält die Debatte sicher aus, weil sie vielleicht endlich offen geführt werden muss.« “Südtiroler Lamentiererei” v. Peter Nindler, Tiroler Tageszeitung, 04. Januar 2o10

Nel giorno consacrato dalla Chiesa alla venerazione del santo Valentin von Rätien (meno noto dell’arcinoto italico patrono degli innamorati) e al quale sono dedicati molti edifici sacri nel Tirolo, da Innsbruck arriva una doccia fredda tutt’altro che amorevole verso gli indipendentisti denoaltri. E la questione doppia cittadinanza non si placa.

Secondo un sondaggio commissionato dalla Tiroler Tageszeitung e pubblicato quest’oggi, la maggioranza dei nordtirolesi è contraria alla riunificazione politica del Tirolo storico. Mentre Oltrebrennero si dibatte (ma neanche troppo) sull’opportunità o meno di affidare a un’apposita cornice amministrativa comune la memoria dell’epopea hoferiana (celebrata nell’Anno Neun), a Bolzano la SVP punta i piedi – almeno all’apparenza – sulla doppia cittadinanza italo-austriaca da concedere ai sudtirolesi di madrelingua tedesca e ladina (oppure ai richiedenti?) attraverso meccanismi non meglio identificati. Difficile maturare un’opinione su uno strumento tanto pratico quanto retorico come la cittadinanza statale. In proposito mi pronunciai un annetto fa, quando a lanciare la provocazione fu però Riccardo Dello Sbarba. Nei lunghi commenti che riservai alla sua proposta (vedi in particolare la nota »Se la scelta “Entweder oder” fosse già digerita? Il paradosso del “Sowohl als auch” in chiave nazionale.«), giudicai irresponsabile e anacronistico creare nuove fratture nei già delicati equilibri etnico-identitari del Sudtirolo, facendoli arretrare in modo significativo e riportando a loro volta indietro le lancette della storia, con l’implicito e paradossale riconoscimento della legittimità di rivendicazioni territoriali “nazionali” risalenti ormai a quasi 100 anni fa. L’evaporazione dei confini e la loro diluizione nel processo d’integrazione europea, a mio modesto parere, mal si conciliano con l’attribuzione incrociata di titoli d’identificazione legati allo schema nazionale dell’Europa. Oltre alle difficoltà nella Praxis, vanno dunque ad aggiungersi i limiti evidenti che una doppia cittadinanza pone all’unificazione del Tirolo stesso (compresa la chiave euroregionale, con l’eterno dilemma trentino: vedi) ma anche a quella dei gruppi linguistici in Sudtirolo in una comunità di Gesamtsüdtiroler. Val.

Heiss zum Vorschlag: „Birgt Konflikte in sich“. Heiss sieht in einer doppelten Staatsbürgerschaft für Bewohner von Grenzregionen einen „guten Ansatz“ und eine „europäische Lösung“, um plurale Identitäten zu fördern. (stol.it) Den Rest des Beitrags lesen »

Die Heilung.

6. Januar 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Il titolo si ispira a “La cura” di F.Battiato; traduzione letterale.

Non sempre è facile ascoltare sino in fondo. Perciò vi suggerisco di ascoltare il crescendo finale di questo brano. Una dedica senza dedica a chi mi ascolta, sostiene e consiglia. Sempre. Sino alla fine.

Oltre (il) Corso della Libertà.

5. Januar 2010 - 2 Antworten
Corso Libertà, Piazza Gries. © Valentino Liberto

Corso della Libertà, Piazza Gries. © Valentino Liberto

Cammino solo nell’ombra della notte, sospeso nel vuoto, riempito dal silenzio. L’austerità grigia degli edifici mi circonda. Architetture  improbabili, colonne squadrate e facciate lineari contengono geometrie parallele di vite non vissute. Luci spente fuoriescono da finestre socchiuse, i vetri trattengono il soffio del vento. Nulla penetra nelle abitazioni, nessun rumore viene emanato né assorbito da esse. L’assenza di un’estasi della stasi spaventa, l’ansia sale, accelera il passo. Incombe la mancanza di destinazioni, eppure la direzione è definita dalla viabilità imposta alla strada, battezzata due volte. Il portico, fortificato da pavimenti di mezzo secolo e volte intoccabili, percorre la piazza. Occorre correre oltre, imboccare il porticato successivo, ultimo e definitivo traguardo non raggiunto dalla storia, tangente all’irraggiungibile meta urbana e umana. Ecco lo scampanio che scuote l’esistenza, richiama il passato da cui smuove il presente. Ecco affiancarsi i segni tangibili d’una vita possibile e viva. Da qui il sobborgo dei marmi bianchi e dormienti diviene d’un tratto paese tormentato dall’incantesimo cittadino. Vigneti lavorati, case contadine e cimiteri abbandonati, dove suoni della notturna campagna minacciano il vuoto della città incombente. Una rotonda fiorita termina il nostro cammino. E’ giorno. Ci salutiamo dinnanzi al barocco illuminato dal buio. Le strade si dividono: pedalo all’indietro, ricadendo nel vuoto perenne della metropoli, mentre tu prosegui oltre. Oltre il corso della libertà.

Filo conduttore. Come anticipato nel manifesto di Tesero, questo blog sta cercando di definire come proprio Schwerpunkt l’annosa questione degli »altoatesini di [madre]lingua italiana« già ampiamente dibattuta nel corso dei primi anni Duemila. Oggetto di una pubblicazione di Lucio Giudiceandrea (“Spaesati – Italiani in Sudtirol” | vedi: 1 + 2), il tema del “disagio degli italiani” è riemerso recentemente in concomitanza con il referendum sulla democrazia diretta dell’ottobre scorso – a 7 anni da quello “epocale” di piazza della Pace – per tornare poi nelle nebbie del discorso pubblico sudtirolese, annoverabile mito tra gli intramontabili “ideali eterni”.

Gries durante il Ventennio.

Paesaggi urbani. Mi è capitato spesso negli ultimi mesi del 2009 di passeggiare o pedalare attraverso Corso della Libertà (già “corso IX Maggio”), viale porticato (e molto trafficato) lungo il quale si ergono perlopiù edifici monumentali in stile razionalista. Corso Libertà rappresenta a tutt’oggi uno dei simboli di maggiore rilievo (si fa per dire) dell’italianizzazione urbanistica di Bolzano nel Ventennio; esso unisce ponte Talvera (e il centro storico medievale “teutonico”) a piazza Gries - nucleo di un antico borgo contadino già comune autonomo da Bolzano/Bozen e oggi divenuto suo malgrado sobborgo della città – sulla quale si erge l’Abbazia dei Benedettini e la chiesa tardo-barocca di Sant’Agostino. Il corso attraversa dapprima piazza della Vittoria (con il Monumento omonimo) e piazza Mazzini, citata nel breve racconto. E’ curioso e persino buffo notare come l’opera urbanistica pianificata dal Piacentini si arresti alle porte di Gries, dove l’atmosfera da stazione climatica di fine Ottocento è stata solo in parte offuscata dall’annessione forzata al capoluogo. Quasi una metafora dell’obiettivo mancato di rendere questa terra “italica”, Corso Libertà come del resto la “Nuova Bolzano” costituiscono il prodotto e residuo di una colonizzazione selvaggia del territorio. Gli italiani sono così prigionieri “fuori-luogo” della loro architettura, oscurata dall’immagine imponente del Monumento, per eccellenza il “centro di gravità permanente” del non-luogo bolzanino.

C’est la vie. Raccontare Bolzano significa perciò cogliere limiti e virtù di una città “difficile”, dove tutto è fermo, incastrato, senza meta. Sarebbe opportuno e giusto cominciare a ragionare sulle ferite aperte anche nella pianificazione urbana, anziché rattopparle con inadeguate soluzioni tampone. Una riflessione trasversale sul ruolo e lo spazio del comune più “italiano” del Sudtirolo (e soprattutto dei suoi abitanti, il cui richiamo nel testo sopra è evidente) diverrà ben presto non procrastinabile. Ma, tornando al mio abbozzo testuale, c’è dell’altro. Tra i Leitmotiv vi è la ricerca di un mio equilibrio esistenziale; piazza Gries, quel saluto e il tornare indietro pedalando “in città” ne divengono il simbolo. La cronica mancanza del coraggio di andare avanti. Superando i propri confini immaginari. (Val.)

Appunti e precisazioni nei commenti: “Bolzano exclave italiana?

Zanzibar.

4. Januar 2010 - Eine Antwort

Zanzibar.

L’arcipelago delle spezie nell’Oceano Indiano visto da due cantautori italiani: Paolo Conte nel brano “Hemingway” e Fabrizio De André in “Ottocento”, nella strofa in tedesco volutamente maccheronico. Val.

«Oltre le dolcezze dell’Harry’s Bar / e le tenerezze di Zanzibar / c’era questra strada… Oltre le illusioni di Timbuctù / e le gambe lunghe di Babalù / c’era questa strada… Questa strada zitta che vola via / come una farfalla, una nostalgia, / nostalgia al gusto di curaçao…»

«…in klein Pinzimonie / Wunder Matrimonie / Krauten und Erbeeren / und Patellen und Arsellen / fischen Zanzibar / und einige Krapfen / früher vor schlafen / und erwachen mit Walzer / und Alka-Seltzer für dimenticar…»


vedi: Conte, De Andrè e l’impossibilità della sceltaGran finale.

Neues Jahr und…

1. Januar 2010 - Hinterlasse eine Antwort

…alles Gute zum Geburtstag, Simon! Buoni festeggiamenti. Val.

Il manifesto di Tesero.

1. Januar 2010 - 2 Antworten
Tesero, via 4 Novembre.

Tesero, via 4 Novembre.

Vivere e studiare in Toscana, rivivere un Trentino rurale e gastronomico, guardare il Sudtirolo con gli occhi del turista: quando lo scambio con l’Italia si trasforma in un’analisi della questione sudtirolese. E “altoatesina”.

Con alcuni amici della Spezia, ho trascorso quest’ultimo dell’anno in Val di Fiemme, più precisamente a Tesero, nel maso di famiglia d’uno studente dell’università di Bologna. Durante il veglione di Capodanno c’è stato modo per me – tra un brindisi e l’altro – di confrontare tradizioni e peculiarità di una regione così tanto “anomala” se vista da un osservatore esterno, qualsiasi sia la sua provenienza. Inoltre, proprio i comuni della Magnifica Comunità di Fiemme – posti ai margini del confine amministrativo tra le due province autonome di Trento e Bolzano – vivono da sempre il confondersi e mescolarsi di elementi culturali (sud)tirolesi e trentini. E se già in Toscana ho avuto numerose occasioni nelle quali meditare sui meccanismi “di tutela” che regolano l’Autonomia del Sudtirolo e i suoi rapporti verso l’esterno, con il limitrofo Trentino e il resto d’Italia, la visita di un amico (nei giorni scorsi) ha offerto diversi spunti di riflessione.

Attraverso la ridefinizione di quei legami storico-politici con Trento e Roma, è probabile che soprattutto la comunità di lingua italiana del Sudtirolo – arenatasi in un perenne declino, dovuto alla mancanza di motivazione e iniziativa nonché all’incapacità diffusa di relazionarsi con l’Italia “autentica” (quale poi?) piuttosto che con una sua singolare caricatura nazionalista e retorica – beneficerebbe di un respiro tale da garantirne la sopravvivenza, consentendo alla società sudtirolese/altoatesina uno sviluppo compiutamente plurilingue e pluriculturale. Qualora la mentalità propendesse per una forma di autogoverno territoriale non-isolazionista (su modello trentino) e un’ottica “linguistica” (anziché “nazionale”) della propria identità “di provenienza”, lo scambio geografico nord-sud attraverso le nostre montagne ne uscirebbe rafforzato. Chi dovrà farsi carico di riavviare un simile processo? Può ad es. la formazione scolastica prendersi cura di ciò e contribuire in prima linea a formare una nuova società sudtirolese? Dubbi antichi, forse ancora senza risposta. Ma di questo e molto altro parleremo, assieme e come sempre, nel corso del 2010.

Buoni propositi per il nuovo anno, quindi. Colgo l’occasione per augurare a tutti voi, amici, lettori, persone care e semplici conoscenti, un sereno e felice 2010. (Val.)

Pax kitsch & stereotipi.

30. Dezember 2009 - Eine Antwort

Südtirol isSt nicht Italien!

27. Dezember 2009 - 2 Antworten

Silenzi oceanici.

25. Dezember 2009 - 4 Antworten

Natale ormai è passato. Ho deciso di regalarmi per l’occasione la riapertura del blog; non sopportavo più di vederlo offline. Alle spalle ho un 2009 ricco di esperienze ed emozioni. Troppe, per non trovare riscontro in una vetrina virtuale a me tanto cara come “Blaun”. Sul nome scelto (“Abetone-Brennero”) per battezzare il mio “ritorno”, tornerò più approfonditamente nei prossimi giorni. Val.

Natale immerso nella lettura: Schweigeminute (“Un minuto di silenzio”), Siegfried Lenz, dtv-Deutscher Taschenbuch Verlag, ‘08

Il mio best-seller natalizio, quest’anno, l’ho acquistato con insolita convinzione alla libreria Feltrinelli di Pisa. Nel tornare in Sudtirolo, ho scelto un autore tedesco auf Deutsch, per riacquistare confidenza con una lingua “madre” e amica al contempo. E “Schweigeminute”, novella di Siegfried Lenz uscita recentemente e osannata dalla critica, sfogliata al volo, ha subito catturato la mia attenzione.

Un libro che m’ha preso sin da subito, trasportato tra le sue righe e coinvolto emotivamente. Come ne “L’educazione sentimentale” di Gustave Flaubert (il classico Bildungsroman di fine Ottocento), Siegfried Lenz – attraverso una storia “di mare” ambientata sulle coste del Ostsee, tra profumi e rumori calati in un’atmosfera di per sé sospesa nel tempo – ci riporta al tema spinoso degli amori tra persone d’età diversa, differenze che possono frapporsi e impedire il normale scorrere d’una conoscenza di diversa natura. Lenz ci regala pagine intrise di una sensualità “soffice”, priva di spigolature, e i pensieri del giovane Christian attorno alla dolce immagine dell’insegnante d’inglese Stella Petersen accompagnano il lettore nei luoghi dove le loro vite si sovrappongono e i due colgono l’attimo, senza farlo fuggire. Stella – abile nuotatrice dai capelli neri e gli occhi azzurri, donna cosmopolita per ispirazione paterna, ritratta come un’irraggiungibile Meerfrau a diretto contatto con la natura – e Christian – umile padrone del mare, indaffarato nel prendersi cura della sua Katerina (una barca per la raccolta di pietre dal fondale, perlopiù ambre, attività portata avanti col padre): entrambi fuggono dall’indefinibilità di questo rapporto “di coppia”, così etereo e al contempo così concreto – seppur (appunto) non-definito.

Difatti i successivi sviluppi del racconto ruoteranno tutt’attorno ad una lapidaria affermazione della protagonista (“Ich liebe die Unentschiedenheit, die Möglichkeit zu wählen”), mentre la distanza d’un suo breve viaggio sull’isola danese di Ärö allontanerà Stella da Christian. Eh già. Partenza, messaggi in sospeso (“Hope to see you soon” sul retro d’una cartolina), la grande attesa e l’aspettativa del ragazzo rispetto al ritorno della sua amata. Silenzi. Amore non detto, non confessato, ma vissuto, oppure solo idealizzato. E poi, una domanda di definizione rimasta anch’essa in sospeso, tra un saluto nella hall dell’Hotel Seeblick – dove Stella era solita trascorrere le sue estati – e il tragico epilogo al molo, che nessuno mai si sarebbe augurato. Non distante da quella baracca sulla Vogelinsel… E pesa l’intensità di tutto ciò che non s’è detto prima. Ovvero l’indicibile. Brividi di freddo. Un minuto di silenzio. E’ il silenzio del mare. (Val.)

Siehe auch/vedi anche:

http://de.wikipedia.org/wiki/Schweigeminute_(Siegfried_Lenz)

Recensione in italiano

Rezension Deutsche Welle

Rezension FAZ

Linea discontinua.

19. November 2009 - Hinterlasse eine Antwort
Cosimo I de' Medici (Firenze, piazza della Signoria).

Cosimo I de' Medici (Firenze, piazza della Signoria).

Anche questo blog, come SegnaVia, si tramuterà prima o poi in un vascello fantasma. Navigherà silenzioso in internet, ricordando ai viandanti il proprio passato. Con una piccola, sostanziale, differenza. E’ giunto il momento di una nuova stagione, [Blaun] – così com’era concepito sinora – ha fatto il suo tempo. Un grazie a tutti i lettori, agli amici, in particolare a Gabriele, che più di altri ha creduto in tale piattaforma. Una forte stretta di mano. [Valentino Liberto].

Cavalieri templari. (Apparizioni.)

5. November 2009 - 3 Antworten
Montagna/Montan, 4.11.2009

Montagna/Montan, 4.11.2009

(Altre foto da aggiungere al nostro allegro album di famiglia: QUI)