
Damiano Vezzosi sul Corriere dell'Alto Adige, 15.01.2010
Brigitte Foppa ha fatto ricorso alla metafora verde del dualismo tra “monocoltura” e “biodiversità”, per ricordare come anche la terra intesa come Heimat possa essere resa più faconda dalla molteplicità culturale. Luca Sticcotti sull’AA
Copione di una battaglia sul campo culturale. Regista: KulturForumCultura (“Lobbyarbeit für Kultur im Sinne einer liberalen Kulturpolitik”). Teatro della battaglia: Museion. Attori protagonisti: pubblico presente, Sabina Kasslatter Mur (SVP), Pius Leitner (Die Freiheitlichen), Alessandro Urzì (PDL), Christian Tommasini (PD), Brigitte Foppa (Verdi/Grüne), Hartmuth Staffler (Süd-Tiroler Freiheit), Andreas Pöder (Union für Südtirol), Elena Artioli (Lega Nord), Donato Seppi (Unitalia), “moderatori”.
Domanda iniziale: Kulturbegriff, una definizione. In prima battuta intervengono entrambi gli assessori provinciali alla cultura. Kasslater Mur trasmette – in poco più di una frase – la sensazione d’una cultura come espressione del “stare bene [assieme]”. Sintetica, ma efficace. Tommasini ricalca passo dopo passo il programma del PD: plurilinguismo, conoscenza della cultura locale, della storia (»il passato condiziona troppo il presente«) e del territorio sudtirolese, apprendimento della propria cultura come slancio per aprirsi a quella dell’altro, libro di storia comune per le scuole (»in fase di elaborazione«) e alleanza tra le associazioni culturali e le istituzioni. Brigitte Foppa parte da due immagini: il giardino, attraverso il quale argomenta il recupero del termine “Mischkultur” (sic!) – come »positive gegenseitige Beeinflussung« - e i muri, troppi, che non permettono di guardare oltre i propri orizzonti (»persino nel Museion manca un offener Raum«). Breve accenno poi sulla Erinnerungskultur e l’esigenza a Bolzano di un museo sul fascismo e/o di storia contemporanea »magari presso il Mussolini-Relief« (?!). Urzì “il mansueto” dice basta ad »autoanalisi [storiche] permanenti« (auto? un modo gentile per dire che gli italiani non devono fare alcun esame di coscienza?), propone una maggiore partecipazione del gruppo linguistico italiano nelle istituzioni museali (Ötzi è tedesco o italiano?) e suggerisce di distinguere tra folklore (»ci fa sognare tempi passati «) e cultura. No, non ci siamo proprio Urzì: la tradizione tirolese è pseudocultura – quindi obsoleta e da frenare? Ovvero HINC CETEROS EXCOLVIMVS LINGVA LEGIBVS ARTIBVS? Fascismo subdolo, insomma. Pöder sembra cominciare con il piede giusto: la Volkskultur in Sudtirolo è troppo avvantaggiata rispetto all’arte contemporanea – però quest’ultima, al contempo non dev’essere amorale e acritica (»Kunst ist kein kritikfreier Raum«, »Zensur?« domanda Mateo Taibon). Propone poi di importare il Steirischer Herbst - ma Hans Drumbl (originario della Stiria) fa notare che una simile rassegna, come del resto il festival della letteratura di Mantova, necessita di almeno 20 anni di preparazione “in silenzio”. Elena Artioli cita l’eterno Leitmotiv “più lingue sai, più avanti vai”, lega (!) a doppio filo cultura e tradizione [occidentale] e scalda la sala (rischiando il linciaggio) nel spiegare come imporre “ai nuovi arrivati” »la nostra cultura, il nostro modo di mangiare, di fare il presepe…« e citando provvedimenti adottati dal governo australiano. »Come si fa a prendere d’esempio una popolazione di colonizzatori che ha prosciugato la presenza aborigena?« le domanda Mateo Taibon. Artioli tace. Subdolo anche l’intervento di Leitner: parla dell’importanza di una politische Streitkultur, d’una cultura concepita come albero dalle radici tradizionali forti (nix multikulti), ma anche della freie Initiative: »Kunst soll frei sein«, chiediamo sempre denaro agli enti preposti ma per concepire un’arte libera da influenze politiche bisogna saper rinunciare al finanziamento pubblico. Nelle intenzioni, l’approccio liberale di Leitner è sin troppo condivisibile. Curioso e pacato il contributo di Staffler: premesso che Süd-Tiroler Freiheit non è un partito bensì un movimento con “Ziele” (e non programmi culturali: w l’onestà intellettuale), dice no ad una cultura colta solo d’importazione (criticando Anton Zelger che favoriva la produzione di cultura popolare), no al dialetto sudtirolese inteso come fonte d’isolamento à la “mir san mir”, sì a un Gesamttirol pluriculturale. Linearità pantirolese. Infine Seppi dispensa massime, aneddoti e pillole di saggezza: la cultura è provocazione, non è nozione e non va confusa con il grado di conoscenza e formazione. Inoltre, gli esperti d’arte devono »comprendere il livello medio di capacità intellettiva della popolazione« (viene da chiedersi: quale sarà il suo quoziente intellettivo?) per evitare grattacapi tipo Kippenberger; la scelta dei vertici museali non deve essere stabilita per gruppo linguistico ma per merito. Senza una società dei migliori siamo una “incultura”.
Piccoli comizi da incompetenti. Nessuno s’è limitato ad affrontare la domanda - tanto meno i moderatori, in primis Mauro Fattor. Quest’ultimo, però, è attento nel sottolineare come altrove alcun amministratore pubblico avrebbe osato chiedere la rimozione di un’opera da parte di qualsivoglia ente museale: a Berlino la memoria è gestita dal Deutsches Museum, indi viene da chiedersi quale rapporto tra potere e cultura vige in Sudtirolo. Interventi dal pubblico. Monika Trettel balza in piedi: »Basta con ’sta rana! Ma di quale “cultura” stiamo parlando? Italiana, tedesca, ladina, albanese, germanica…? La cultura è in primo luogo ascolto e comunicazione, in Sudtirolo non ci sono spazi comuni e per fare qualsiasi cosa prima bisogna chiedersi a quale gruppo etnico si appartiene«. Approvazione e applausi si levano dal pubblico, ormai in forte contrapposizione col palco offerto ai politici. S’avvia così un confronto più acceso di quello tra gli esponenti di partito. Urlano: Miteinander reden! Non ci sono abbastanza occasioni per parlare assieme della nostra terra, dove non c’è (ancora) UNA cultura. Dai politici, come per altri temi, non aspettiamoci molto. Dobbiamo confrontarci diversamente, cambiare approccio. Sin da subito!
Ulteriori osservazioni:
Destre. La pacatezza di Staffler e il tono subdolo di Urzì e Leitner sono passati semi-inosservati. Stiamo attenti: i pericoli più grossi arrivano da quel fronte. Urzì, ad esempio, s’è sbilanciato in una critica sconsiderata, ingiusta e priva di tatto verso il mondo tedesco/tirolese. Nonostante tutto, è meglio Holzmann. La forte contestazione all’Artioli, invece, è un buon segnale. Infine Seppi: è l’unico “vero” critico del sistema, coerentemente anti-sistema per ideologia, che mette in discussione l’intera cornice etnica che regola l’Autonomia. Lui lo fa per sradicarla del tutto. Noi (Verdi in primis, cari colleghi) dovremmo invece potarne i rami secchi. Con coraggio.
Mito asburgico. L’immagine dell’Austria che si alimenta delle culture (e lingue) limitrofe è proprio tramontata, crollata addosso a quelle terre pluriculturali che si trovavano sotto l’influenza danubiana-viennese. Un’involuzione netta della Mitteleuropa.
Fuori la politica. Un confronto noioso, snervante, un po’ ingessato ma a tratti – sul finale – quasi una bolgia ingestibile. Non se ne può più. Facciamo a meno di invitare sempre simili inetti (soprattutto dalle opposizioni) offrendo loro un palco dove esibirsi. Un giochetto di cui (ehrlich gesagt) siam stufi. Diamine, discutiamo anche tra noi!