[testo originale] In Sudtirolo ci sonoipotesi futuribili che nascondono verità sottese al dibattito pubblico: parlando di Selbstbestimmung o Freistaat si sceglie una tribuna, ma non si conosce la squadra per la quale si tifa né quella avversaria. I gruppi linguistici evadono sistematicamente dalla trattazione critica dei rispettivi patrimoni culturali d’appartenenza, benché a loro volta “sulla carta”. La mappa geografica vedrebbe gli uni al confine (o alle porte) del Kulturraum di lingua tedesca, gli altri come isola linguistica italiana ai margini estremi dell’Italia. In entrambi i casi, una periferia “cerniera” difficilmente al centro di qualcosa. Sarà per questa ragione che vogliamo essere l’ombelico di un mondo costruito a nostra immagine e somiglianza. Un confronto mediato tra divergenze tangibili è impossibile: il conflitto latente tarda a farsi risolutivo e definitivo perché basato su molteplici cliché, rappresentazione teatrale dell’italianità o del Tirolertum, mentrein realtà pensiamo tutti alla stessa maniera. Se apparentemente l’identificazione con la squadra del cuore è tanto chiara da osteggiarne una avversaria, è solo l’inalterabilità sudtirolese – variamente definita – ad essere sempredifesa a spada tratta. Il Sudtirolo è al centro dei pensieri, viene prima di ogni altro scrupolo. Quanti sudtirolesi, di lingua tedesca o italiana, sarebbero in grado di elencare proprie contaminazioni culturali provenienti dal retroterra mitteleuropeo e deutschsprachig oltre-Brennero oppure legate a una o più tradizioni regionali dell’Italia a sud di Salorno? Chi si tiene quotidianamente aggiornato di quanto accade a Vienna e Stoccarda piuttosto che a Venezia e Milano – se non nel vasto panorama europeo? Solo i ladini, quali superstiti retoromanzi tra le dolomie, paiono immuni all’autoreferenziale. I pochi a padroneggiare la materia d’altri sono trattati con diffidenza. Non è questione per acculturati: lo scambio culturale in campo intellettuale, letterario, politico, artistico, musicale o culinario avviene tramite piccoli gesti individuali.
In questi anni abbiamo speso fiumi d’inchiostro sulla “questione sudtirolese”, chiacchiera continua di per sé unificante e che appiana differenze. Basti pensare alla selva di libri annoverabile sotto la categoria «Tirolensien», esercizio stancante (o persino irritante) di convivenza passiva. In Sudtirolo parlano dell’Alto Adige mentre scrivono di Südtirol, vagheggiando una Heimat comune. Sarà forse un caso che i sudtirolesi di nascita più noti “all’estero” – Luis Trenker, Franz Tumler, Claus Gatterer, Hans Glauber, Alexander Langer, Anita Pichler, i giornalisti Lilli Gruber, Ulrich Ladurner e Gustav Hofer, il premio Nobel alternativo Monika Hauser – siano degli emigrati? Non è significativo il recente successo editoriale di Francesca Melandri e Sabine Gruber, scrittrici migranti dalle biografie incrociate?
I confini provinciali sono divenuti una «gabbia interetnica». Ognuno di noi ha contribuito in qualche modo a quest’ingabbiatura trasversale e comune a tutti. La scarsa attitudine dei sudtirolesi a guardare verso un orizzonte più ampio, identificandosi nell’Europa, si traduce persino nel rinnegare qualsivoglia legame con un ambiente allargato, non ristretto al Land tra i monti. Persino Tirolo storico, Trentino-Alto Adige o l’Euregio diventano oggigiorno una maglia troppo larga, addirittura la candidatura a Capitale Europea della Cultura col Nord-Est scontenta taluni. Meglio far da sé, produrre in proprio un’autarchia culturale e politica. Ma quanto potrà ancora resistere l’isolamento forzato nella fortezza? Sopravvivrà alla crisi del modello di autogoverno sinora autosufficiente? Staremo a vedere. Una cosa però oramai è certa: il «Gesamtsüdtirol» langeriano – aldilà degli Stati-nazione e senza rispettive madrepatrie tutrici – s’è realizzato. Ma anziché sommare i due mondi, il Südtirol autonomo e già sovrano è stato capace di formidabili reciproche sottrazioni. C’è di cui vantarsi.
Care (e)lettrici e cari (e)lettori, per ingannare l’attesa dei risultati definitivi delle Primarie e siccome un post semi-ironico vale più di mille analisi, anziché cimentarmi nel solito articolone sulla situazione politica (che non è buona), mi esercito in un confronto impossibile tra papabili candidate|i alle (non)primarie dei Verdi-Grüne-Verc del Sudtirolo, affiancate|i dai rispettivi omologhi alle primarie del Centrosinistra. Weiterlesen →
Laura Puppato a Massa, 20 ottobre 2012. foto (c) Valentino Liberto
Stufo di assistere alla delegittimazione quotidiana della politica dei “partiti” – irrisa da Monti, sbeffeggiata dai grillini e derisa dagli apatici indivanados di facebook – ho deciso di partecipare alle primarie del Centrosinistra. Comprendo l’ormai tradizionale scetticismo verso tutto ciò che è emanazione del Partito Democratico (e alleati), per uno strumento tipicamente “di partito” come le primarie di coalizione, nonché l’imbarazzo personale provato all’idea di prendere parte a una consultazione indetta da determinate sigle politiche (vagamente mascherate dietro l’alleanza elettorale denominata “Italia bene comune”). La storia del già PCI-DS (e tanto meno del PSI…) non appartiene alla gran parte delle lettrici e lettori di questo blog, ciononostante non possiamo nasconderci dietro a un dito: se il prossimo governo sarà guidato dal PD (il condizionale è d’obbligo), colui che uscirà vincitore delle primarie sarà con tutta probabilità il nuovo inquilino di Palazzo Chigi.
Dobbiamo perciò essere in grado di riconoscere le differenze tra le candidature, di prendere posizione e sottolineare le diversità, anziché sparare sulla massa indistinta di politicanti. E, soprattutto, serve il coraggio d’incidere già da ora sugli orientamenti di chi s’insedierà nel futuro governo italiano, dopo tantissimi anni di inettitudine (da un lato) e grande impotenza (dall’altro), ai quali ci siamo troppo spesso abituati e arresi, accomodati come inermi spettatori. Alla luce della parentesi dei tecnici (a tratti infausta e sostenuta il più delle volte passivamente dal Centrosinistra) occorre ripristinare al più presto la dignità della politica. Come scrissi qualche settimana fa, l’ecologismo italiano e il suo (esiguo?) portato culturale sono gli assenti eccellenti di questa competizione pre-elettorale. Una voce fuori dal coro arriva dal Nordest: ad alzarla è la Consigliera veneta Laura Puppato, grazie a solide basi programmatiche, eco-sociali (!) e realiste, ma protese verso tutta “un’altra idea di mondo”.
Imprenditrice, già sindaco “a cinque stelle” (secondo Grillo, che sperava entrasse nel suo movimento) e capogruppo regionale del PD in Veneto con oltre 20mila preferenze, Laura Puppato ha un coerente profilo di governo, che concilia il “portafoglio” (snocciola numeri e dati economici con una certa disinvoltura) con la sensibilità ambientale. La campagna per le primarie – sostenuta dai circoli europei del PD e da alcune personalità (il triestino Rumiz e il bellunese Paolini, Concita De Gregorio e Marco Travaglio) – ha posto l’accento sul valore femminile (“comunque è mio marito ad essere femminista”). A Massa è arrivata martedì sera, accolta ai tavolini d’un bar di Piazza Aranci. Ha esordito ricordando le recenti (e ormai periodiche) frane ed esondazioni: “Siamo sì il paese dove tutto il mondo vorrebbe vivere, ma gettando colate di cemento ovunque, è tanto sciagurato da dimenticare la bellezza: la nostra economia non potrà puntare sulla quantità – sperando invano di competere con Cina e India – ma su qualità e creatività. L’Italia è entrata in Europa per allontanarsi da essa; sperpera anziché investire i fondi europei, e perde il passo dei paesi più evoluti, che ora ci presentano il conto, mentre già paghiamo le infrazioni alle direttive europee”. “Dobbiamo cambiare radicalmente il paese”, esclama, “alla faccia dei moderati, verso i quali provo una certa inquietudine: sono moderatamente con le lobby o coi cittadini, moderatamente conservatori o per il cambiamento? Che senso ha mettere assieme il presidente delle Acli con Montezemolo? Monti è un borghese illuminato, ma prima di tutto un liberale che ha fatto il suo tempo”. “Negando l’iscrizione a Grillo, il PD peccò di supponenza”, aggiunge, “ma sono contraria all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti: rischia di trasformare la democrazia in aristocrazia, in un governo di pochi pilotato da occulti finanziatori”.
La sua esposizione, energica e ferma, mi ha sinceramente impressionato (e convinto). Nelle poche parole che ci siamo scambiati (nel commosso ricordo di Alexander Langer, che conobbe in Bosnia) ho percepito l’intensità e la profonda umanità del suo voler “cambiare le cose”. Per questa ragione, domenica voterò Laura alle primarie. Io vi consiglio di fare altrettanto.
Quello che mi rende diffidente è esattamente quel NOI retorico che si trasforma in monologhi dal palco. Spettacolari, gradevoli, studiati al secondo. È fondamentalmente il motivo per cui non voterò Renzi alle primarie. Non lo considero il nemico, ne riconosco la capacità affabulatoria ed anche il coraggio a sfidare l’inamovibile nomenclatura nel nostro campo. Però non mi convince un percorso che rischia di coinvolgere una pluralità di spin doctors piuttosto che una pluralità di pensieri e punti di vista. Mi disturba la semplificazione delle storie politiche, il giocare fuori dal PD con poca attenzione per i suoi militanti. Su alcune questioni intravedo un po’ di gigioneria, altre (come i temi relativi a Welfare, diritti, lavoro) mi sembrano tagliate con l’accetta, per accarezzare target.
ciò che salta all’occhio osservando la discussione sui candidati alle primarie, è che essa non coinvolge affatto un’intera galassia di movimenti e associazioni ruotanti attorno al centrosinistra italiano; quel popolo riconducibile ai referendum su acqua pubblica & no nucleare del 2011, le organizzazioni che operano in difesa della natura e del paesaggio, a sostegno del biologico, di ciò che è “buono, pulito, giusto” (come direbbero gli amici di Slow Food), all’insegna delmotto ”lentius profundius suavius” di Alexander Langer e del “weniger besser schöner“ (meno, meglio, più bello) di Hans Glauber, insomma, chi crede che uscire dal falso interrogativo lavoro o salute di Taranto sia decisivo per il futuro dell’Italia.
Le responsabilità di questa assenza sono duplici: sta negli attori sin qui protagonisti (Bersani, Renzi e Vendola, lontani anni luce da una sensibilità green) e nello scetticismo che molti ambientalisti ed ecologisti provano nei confronti loro, del PD e della Sinistra intera, a torto o più spesso a ragione. L’apertura di Bersani alla “società civile” – sindaci & co. – non si sta concretizzando. L’esperimento di ALBA sembra circoscriversi a espressione minoritaria delle idee de il manifesto (pur con nobili intenti culturali): dell’incontro tra marxismo e ambientalismo si parla da almeno 30 anni, ma sul fronte verde i risultati sono perlopiù fallimentari (leggi: Federazione dei Verdi, Sinistra Arcobaleno, Sinistra Ecologia Libertà).
C’è “un vuoto da riempire”: questa è tutta gente che rischia di rimanere fuori dalla competizione “vera”, quella elettorale. O di rivolgersi alla pancia del Movimento 5 Stelle. Tale situazione coglie impreparato pure me, che mi sforzo di salvare dall’oblio un movimento storico come i Verdi con l’aiuto degli “Ecologisti e Reti Civiche” – che da poco hanno scelto Domenico Finiguerra nuovo co-portavoce. Per quanto riguarda le primarie, una speranza è arrivata dalla candidatura di Laura Puppato. Donna dall’impegno ambientalista e proveniente da una regione leghistizzata del Nord. Eppure il timore che sia partita tardi, non riesca a colmare il vuoto e possa tradursi in una neo-mozione Marino, è forte. Forse non basterà.
Ho seguito (da osservatore esterno) l’evolversi di Prossima Italia e recentemente il lancio dei Referendum PD e di #occupyprimarie. Ho letto le tue “10 cose” e m’hanno in larga misura trovato concorde (a proposito: di questi tempi, sulla questione “federalismo” e sul ruolo svolto dalle Autonomie speciali occorrerebbe soffermarsi un po’;). Confido da molto tempo nella tua capacità di rappresentare quella galassia di cui parlo, che nel PD non ha sufficientemente trovato voce. Riguardo alla raccolta firme necessaria a presentare la candidatura di Laura (e tua, eventualmente), è clamoroso che tutto ciò impedisca ai non-iscritti al PDdi esprimere il proprio sostegno, sin da subito, a chi – pur appartenendo al PD – lavora nella medesima direzione. Sono ”primarie di coalizione” (sic!) inique: onde candidare esponenti di altri partiti non occorre neppure una firma, mentre io non potrò firmare per consentire a un/a democratica/o di candidarsi.
Sul tuo blog, hai già sottolineato la distanza che purtroppo separa il PD (nonostante tutto, non assimilabile al PSE) dai partiti verdi europei, come Bündnis90/dieGrünen. In realtà, anche i Verdi tedeschi stanno affrontando con difficoltà l’appuntamento con le loro prime primarie (ne parla “Europa”). Carissimo Civati, se sarai in grado di interpretare un avvicinamento tra l’idea di “uscita ecologica” dalla crisi e quella di “socialdemocrazia” (à la scandinava, per intenderci;) avrai il sostegno di molte e molti, anche (soprattutto?) fuori dal PD. Chiamando a raccolta quante/i, aldilà del partito d’appartenenza, sanno immaginarsi un comune orizzonte eco-sociale. E prima che l’autoreferenzialità uccida ogni speranza d’incontro. Buona fortuna.
Sapete, a Racines/Ratschings non ci sono mai stato. Per una di quelle decisioni che non si spiegano mai, un soleggiato fine settimana di gennaio i miei genitori mi condussero in cima alla vallata “gemella” (e più ampia) di Ridanna/Ridnaun, che s’inerpica da Vipiteno sino alla miniera-museo di Schneeberg/Monteneve. O più probabilmente li costrinsi io ad esplorare un luogo (un attimo di vita) a me ignoto, accontentando la curiosità infantile. Credo fossero felici di ciò, soprattutto lei. Ricordo la luce fortissima riflessa sulla neve, spessa come in nessun altro luogo sulla faccia della terra. Ricordo la gioia visiva per quella coltre così soffice che ricopre tutto, i prati e i lati alberati delle strade, una chiesa gotica e i cimiteri silenti. Col mio primo cellulare scattai pure una foto, un po’ sfocata come il ricordo degli sciatori di fondo, impegnati nella loro piccola impresa sportiva domenicale, gli unici a sudare anche d’inverno, a prendere il sole senza giacca a vento per sembrare bagnanti in spiaggia. Sì, un’aria non dissimile da quella che ho respirato durante la vacanza al mare con mia madre, i pendii innevati intoccabili al pari dell’orizzonte increspato e sbiadito del mare di Liguria. Infine l’estate, immagine più sacra e indelebile del legame quasi etereo con le montagne: la mente custodisce l’emozione cristallina per il verde-pomeriggio dei prati accarezzati dal tramonto, quando ormai scendi a valle e devi tornare a casa, al massimo fermarti per una tisana alla rosa canina (se fa freddo) o un Holundersaft (se fa caldo). Oppure niente, perché è tardi, la città lontana, l’autostrada trafficata, la civiltà ci chiede di tornare ai ritmi canonici dell’esistenza. E sul mondo dei monti cala il silenzio del buio.
In Val di Racines si arriva da un incrocio sulla strada provinciale, poco distante dal bivio per il Jaufenpass (passo Giovo) sotto il quale giacciono i masi sparpagliati del comune di Ratschings, al sicuro e in penombra, in posizione decisamente meno soleggiata. Sarà forse per quello che non ci sono mai stato, oppure sì: in discesa dal passo, dopo una gita nella Passeiertal, per la frazione di Kalch/Calice ci passai sicuramente. Dove vive il già campione olimpico Alex Schwazer, cresciuto tra le montagne dell’alta Valle Isarco (o meglio, in tedesco, Wipptal) flagellate lo scorso weekend da un violento temporale – sviluppatosi sulla cresta di confine del Brennero – provocando due vittime e danni alla viabilità stradale e ferroviaria. La tempesta ora si è abbattuta su di lui, sulla sua famiglia e forse su un’intera comunità. Giorni fa, ascoltando un telegiornale, mi imbattei nelle parole di un marciatore azzurro inferocito per la “strana” rinuncia del sudtirolese alla 20 km di Londra: “Non lo sento da mesi, è chiuso nel suo mondo”. Un’ombra che mi inquietò. E poi arrivò la notizia, lo choc, la gogna mediatica, l’intervista a papà Josef, lacrime in mondovisione, pietà umana (o cristiana) di molti.
Hai sbagliato Alex, però puoi rimediare e tornare felice. Torna lassù, caro Alex, nel “tuo mondo” per davvero, al sicuro tra le montagne “di casa”, custodi dell’anima, dei ricordi e degli affetti. Torna tra le nevi di salsedine per fondisti domenicali, quelli con gli sci ai piedi e il costume sotto la tuta. Prendili in giro, se vuoi. Lascia loro l’onere dell’impresa. Torna al verde-pomeriggio che il bambino dentro di te sicuramente riconosce. Ascolta tuo padre, l’amore, il vento. Il mondo è cinico, stupido e pieno di errori, in questo mondo che corre forse non ci sarà più spazio per noi. Ma il “tuo mondo” saprà perdonarti. Anzi, ti assicuro che l’ha già fatto. Na bitt’schön Alex! Non mollare.
Con una vena di sarcasmo, Simon Constantini (dal quale mi dividono storicamente alcune diversità di vedute o di metodo – non sempre così significative – sfociate purtroppo in una escaletion di fraintendimenti, a loro volta causa di amarezze reciproche*) mi fa notare di aver preso sottogamba, alcuni mesi fa, l’eventualità (allora la reputavo remota) che il Parlamento potesse approvare l’introduzione dell’inno di Mameli come materia d’insegnamento obbligatoriaanche nelle scuole sudtirolesi di ogni gruppo linguistico, compresi quindi gli istituti scolastici della minoranza tedesca e ladina. Contrariamente alle mie previsioni, purtroppo, il fattaccio è avvenuto e sono costretto a prenderne atto. Nonostante i due deputati della SVP abbiano ottenuto in commissione una modifica (che appare quasi paradossale) secondo la quale studentesse e studenti del Sudtirolo godranno del privilegio di non essere tenuti a cantare (!) l’inno in classe – cosa del tutto ridicola ovunque, da Trento a Trapani! – e aldilà dei distinguo del Consiglio provinciale di Bolzano (che ha approvato una mozione contro l’inno a scuola “in qualsiasi forma esso sia”), “Fratelli d’Italia” sembra destinato a sbarcare nelle nostre aule. Un provvedimento anacronistico e patetico, dal patriottismo forzoso, redatto da un legislatore incapace (per deficit strutturali) a considerare neanche di striscio l’opportunità che la simbologia risorgimentale fosse inadatta, desueta oltre che vagamente nazionalista. L’assenza evidente di una “patria italiana” (men che meno dai comuni valori risorgimentali) nella quale si riconoscano tutti i cittadini italiani, dovuta alla ricchezza e varietà di minoranze, autonomie locali e particolarismi che contraddistinguono il Belpaese, avrebbe dovuto suggerire ai nostri parlamentari una scelta di maggiore buon senso, abbandonando il proposito falsamente unificatore dell’inno insegnato nelle scuole.
S’è preferito invece estendere lo spazio geografico e temporale di quel testo parziale (sinora circoscritto agli eventi sportivi oppure suonato in qualche rara ricorrenza), per giunta in una sede inadeguata a depotenziarlo com’è quella formativa (se non correndo il rischio di essere accusati per vilipendio dell’inno stesso). Mameli non sarà inserito nel programma ministeriale corredato da una cornice “storica” (magari anche “critica”), ma come simbolo dell’unità nazionale da conoscere e insegnare tout court. De facto (poi vedremo) non ci sarà possibilità di obiezione rispetto a quest’interpretazione del Mameli-Hymne. E personalmente (credendo nel valore della formazione scolastica) mi risulta incomprensibile la necessità di cantarlo persino – e qualche testa calda chiederà il rispetto rigoroso della norma, così com’è avvenuto con crocifissi e similari. Ho proposto a Brennerbasisdemokratie, forse ingenuamente, di farsi promotrice di una “campagna di sensibilizzazione” – entro i (e aldilà dei) confini provinciali – perché la legge non venga applicata in Sudtirolo e, cosa ancor più gradita, non entri proprio in vigore nemmeno in Italia. Battaglia difficile, ma necessaria affinché si eviti in un futuro non lontano di imboccare la strettoia della secessione unilaterale, andando “via da Roma” causa deriva neo-nazionalista. E’ nostro dovere ammonire i governi centrali, in una fase di estrema debolezza per l’Europa politica, della loro imprescindibile responsabilità nel non erigere ulteriori barriere nazionali anche all’interno degli Stati nazione – e abbattere le esistenti. Cara Repubblica italiana, maggioranza pro-Monti o meno, non è mai il momento per farsi grandi con simili escamotage.
*Una spirale involutiva della quale riconosco una [egualmente ripartita] corresponsabilità.
«Siamo una società mafiosa che ogni anno tributa il suo dolore ai martiri di mafia, una società omofobica che santifica Pasolini, una società razzista che si commuove per gli extracomunitari che muoiono in modo coraggioso. Questo uso ipocrita dei santini è uno dei tic italiani che mi fanno infuriare di più. Figuriamoci se volevo fare lo stesso uso di Pasolini, e, con un gioco di specchi, della mia persona». Silvia Dai Pra’reagisce così all’accostamento - facile quanto forzato - a Pier Paolo Pasolini. Nel libro di cui è autrice, Dai Pra’ (cognome trentino, origini lunigiane) narra la quotidianità di una scuola romana attingendo dalla sua stessa esperienza di insegnante precaria, senza la pretesa di spiegare cosa non è (o persino come dovrebbe essere) l’istruzione pubblica in Italia. E’ soprattutto il racconto autobiografico di una trentenne tra i confinati della società. (Val.)
Quelli che però è lo stesso, Silvia Dai Pra’
di Chiara Mosti.
Se penso che il libro che ho appena letto può esser stato letto da altri e non capito, sorvolato, in un modo o nell’altro ignorato, mi rendo davvero conto di come ci sia qualcosa che, dal grande sistema che tutto mangia e tutto sputa, deve essere salvato.
Se dovessi salvare qualcosa, adesso, salverei Silvia Dai Pra’ ed il suo libro “Quelli che però è lo stesso” Ed. Laterza 2011.
Ha un formato piccolo e tascabile, ma poco adatto ad adornare le tasche sdrucite di qualche jeans radical-chic per via della copertina colorata, infantile, illustrazione di animali con t-shirt ed orologi da polso con i gomiti appoggiati su dei banchi di scuola.
L’autrice racconta la sua esperienza annuale come insegnante di lettere in una scuola professionale alla periferia romana, a Ostia, ed il suo è lo sguardo lucido di chi sa di approcciarsi agli studenti come un’insegnante di sinistra (in una scuola tenuta ben in pugno dal Blocco Studentesco), ex-studentessa di successo (nel suo caso, è vietato inaridire tale espressione), ma in primo luogo come essere umano il cui compito è rendere migliori (il che corrisponde ad un generico “più umani”) i suoi studenti (provati dalla vita). E’ un libro di passi avanti e passi indietro, coi i piedi per terra ma la vista lunga.
Velleità di una professoressa: Il sorriso di Pierino
Esame di abilitazione alla quinta serale. Personaggi: io; Di Serio Tomas. «Quindi: hai studiato?» (Ride) «Be’, mica tanto pressoré…». «Chi è morto?» (Ride) «Nessuno pressoré, magari mi’ madre, ma tanto muore o non muore è uguale io non studio lo stesso». «Mi vuoi provare a dire qualcosa?» «E che ne so, pressoré?» «Qualcosa a piacere?» «Non lo so, mi chieda lei pressoré». «Tipo… la riforma protestante?» «Ah. Eh. Tipo… quella di Martin Lutero?» «Tipo». (Ride) «Martino l’utero?» «È vecchia. La sai?» «Ok. Va bene. Allora, il problema è che la chiesa di Roma era sempre più corrotta, i preti facevano quello che volevano e per costruire la basilica di San Pietro si erano messi pure a vendere le indulgenze, cioè uno paga e quelli ti assolvono da tutti i tuoi peccati solo per i soldi, e a questo punto mi pare pure giusto che ci sia qualcuno che si incazza e…» E: io mi sto emozionando. «…che poi Lutero sembra tanto buono ma poi quando c’è la rivolta dei contadini lui si mette dalla parte dei principi…». E: io mi sto commuovendo. «…ma la questione non è solo dei preti corrotti o no, era anche una questione, com’era la parola, pressoré? Ecco, teologica, nel senso che Lutero il Vangelo lo interpretava in modo diverso dai cattolici e poi, ecco! Questa è importante. I protestanti la Bibbia se la leggono da soli, mica come i cattolici che c’hanno sempre bisogno dei preti, e poi…» «Bravo!» E Pierino sorride. Non ride, non mima scoregge con la bocca, non dice te sfonno né agita i pugni nell’aria nel patetico tentativo di sembrare più grosso: semplicemente sorride, come è giusto che faccia un diciannovenne, come può fare un essere umano a tutto tondo. «Davvero, pressoré?» «Te lo dico davvero: bravo». Sorride felice come non lo avevo mai visto, sorride felice forse come non è stato mai, sorride felice forse perché bravo non gliel’ha mai detto nessuno, sorride e forse è Pierino proprio per questo, perché nessuno gli ha mai dato due lire, fin da quando i suoi genitori hanno accolto la sua venuta al mondo senza neanche informarsi su come si scrive il nome che intendevano mettere al figlio, e allora diciamolo, e mettiamo giù tutte le carte, e ammettiamo che sì, davanti a quel sorriso di Pierino, mi sono venuti i brividi sulle braccia, mi si è aperto uno squarcio nel petto e ho sentito, signore e signori, quello che devono provare abitualmente le persone le cui emozioni non sono state soffocate fin dalla nascita dal dio del disincanto, le persone che riescono a credere nel cambiamento, nel miglioramento dell’umanità, nella possibilità di lasciare qualcosa di buono su questa terra – ho sentito, dentro di me, dentro di lui, in quell’aula illuminata dalla luce impietosa del neon e coi muri ricoperti di cazzi, qualcosa di fecondo. «Sono stato bravo davvero, pressoré?» «Sei stato bravissimo». Fine
I ragazzi sono in quell’istituto perché cacciati da tutti gli altri, a farsi chiamare feccia nei consigli degli insegnanti, narrati con uno sguardo realista e neutro che ci rende la pesantezza digeribile ma quindi più vera e più dolorosamente sentita. In quel contesto si trova a che fare con colleghi (a loro volta giustamente) provati da anni ed anni di insegnamento, sottopagati e precari, pesantemente imbastarditi da quel contesto, chiaro specchio di quello che capita ai suoi ragazzi, inariditi da famiglie altrettanto precarie od inesistenti, da figli avuti a 16 anni, da genitori che manco vogliono mandarli più a scuola.
E l’autrice ci pare davvero l’unico sguardo umano, lì in mezzo, con la spinta e la forza di chi è giovane, fortunatamente non ancora compromesso e sa benissimo da che parte stare e perché ci sta. Lo sguardo di chi percepisce l’ingiustizia e da insegnante (crocerossina? S’era ripromessa di non diventarlo) ci spiega (incarnandola) la vocazione, l’impeto, l’equilibrio, il perfezionamento di sé.
Piange esaurita e non si vuole far vedere. Quando giudica si morde le mani, perché sa che la freddezza non si può gettare addosso se c’è preesistente fragilità. S’incazza quando capisce che quei ragazzi sono dei dementi pericolosi, quando girano con i coltelli, e con un istinto viziato si buttano a far rissa.
«Non era un cattivo ragazzo, Andrea, era uno un po’ così, uno un po’ tipo loro, sa pressoré? Di quelli che stanno sempre a fa caciara». «Che c’hai pressoré, stai a dormì?» Avrei voglia di mettermi a gridare. Avrei voglia di buttarli fuori dalla mia macchina. Avrei voglia di prendere due a caso tra le teste mohicane che già intravedo in fondo alla strada, davanti al bar tabacchi e alle panchine come sempre nascoste dal via vai di auto e motorini, e sbatterle forte l’una contro l’altra per vedere se si riprendono, e se insieme alla materia cerebrale è possibile fare uscire tutte queste idiozie orecchiate tra le sale pesi delle palestre e i cortili dei palazzi, tra la curva dello stadio e le sale da biliardo e i cessi delle discoteche dove si concepiscono figli appoggiati a lavandini in cui qualcuno ha appena vomitato dentro, tutte queste solenni cazzate di tirapugni e tatuaggi fascisti, e di ragazze sceme che ti consolano dicendoti porello e se non spacchi la faccia al rumeno che m’ha toccato ‘r culo nun sei maschio, e di cani aggressivi e di svastiche fatte a rovescio, e di bengalesi da sprangare, e di appena c’ho diciott’anni me faccio ‘r porto d’armi, e di coltelli nella tasca, e di cocaina per non avere paura nella ressa, e di spintoni e di capocciate e di bicipiti che crescono. «Pressoré? Che c’hai?» «Che c’ho secondo te? Credi che non la conosco questa storia? Quel ragazzo aveva vent’anni ed era a una festa e dei dementi l’hanno accoltellato». «Ma pressoré…» «La festa di estremisti. Una festa di studenti. Ma siete fuori di testa? Loro sono estremisti e l’amico vostro che va in giro col coltello cos’è allora? Ma come ragionate?» Tacciono.
Ma sa, ed è di una coerenza ammirabile, che non è colpa loro. Nonostante tutto, non è colpa loro. Anche quando li odia. E questo non è buonismo di sinistra, questa è onestà intellettuale (se potessi farlo, la scagionerei immediatamente dalle sue invettive contro sé stessa in questo senso), incompresa e bollata come inesperienza, affondata quotidianamente con i “non cominciamo con le storie da piccolo fiammiferaio”, rimproveri velati di coloro che la circondano, quelli “grandi” e inariditi dalla vita, dagli affronti che devono subire dagli stessi studenti, dal sistema che non li premia, da una scuola moribonda.
E lei, l’autrice, che si porta sulle spalle una carriera scolastica ed universitaria da prima della classe è costretta a difendere, e contro tutti, la sua professione, senza neppure aver voglia di spiegare a chi le chiede cosa fa, dove insegna, se collabora ancora con l’Università, cosa ci sia di nobile nell’insegnare in un professionale di periferia. Incomunicabilità.
Ero così brava: dovevo fare l’avvocato rampante o la parlamentare o almeno l’insegnante universitaria, ma come diavolo avevo fatto a confinarmi nel solito, sordido mestiere da donnina che sogna solo tanti bambini e un marito professionista?
Si mescola con gli sguardi, le emozioni che provano i suoi ragazzi, con la loro musica. L’ascolta, la cita, la conosce, titola questo libro con un verso tratto da una canzone di Vasco. Quando si tratta d’amore, si mette nel mucchio, con le sue studentesse, tutti cuori che battono nei petti, nessuna differenza.
«A Valentì, senti un po’, lasciamo perdere che questo è frocio, ammettiamo pure che non ce ne frega niente che è frocio, però ‘sto Pasolini se voleva fa uno di diciassette anni e c’aveva… aspetta che te faccio il conto. C’aveva cinquantatré anni». «’rcoddue». «Cioè che alla fine ‘sto qui ha fatto bene a ammazzarlo!» «O pressoré, ma li senti? Sono tutti… tutti… ‘spetta, ‘spetta che te lo dico… omo…» «Omofobici!» «Omofobici, ecco, siete omofobici maschilisti e fascisti!» «Prof. Senti. Mica ti voglio dar torto, eh? Però si ricorda quando mi hai trovata che leggevo Scusa ma ti chiamo amore? E si ricorda cosa mi hai detto? Le mi ha detto: bella storia, la storia di un vecchio che si rimorchia una ragazzina». «E no pressoré questa non te la puoi rimangià, l’hai detta!» «Ma c’ha ragione!» «Nadjette sì che c’ha ragione ma non è che a Moccia gli può dire una cosa e mo’ a ‘sto qui che invece è comunista un’altra». «Eh prof l’hai detta, non te la puoi rimangià, l’ho pure ridetto a mi’ madre, oh, mi’ madre s’è tajata eh, ha detto che c’hai proprio ragione!» «Che poi Raoul Bova cosa c’avrà, c’avrà quarant’anni, mica cinquantatré!» «Ed è pure un bel figo». «Mah a me non mi piace». «È un manzo, quello, ce l’avessi tra le mani io…» «Ma insomma, ragazzi, a parte questo, il brano che abbiamo letto vi è piaciuto?» Silenzio. Chiudo il libro e lo restituisco a Valentino, un po’ offesa: «Vabbè ragazzi, questa è Roma, si parla di Roma, dovreste sentirlo più vicino a voi di… che ne so… Petrarca». «O di quella matta del basilico». «Oh a me la matta del basilico m’era piaciuta, era meglio di ‘sto qui». «Però leggere in romano è… è caruccio, sì». «Macché, è noioso! Ma prof quando ce lo fai legge qualcosa che parla d’amore? Ma sei te che ce l’hai coi maschi oppure gli scrittori d’amore non parlano mai?» «Cioè l’unica cosa che c’hai fatto legge sull’amore era quella del basilico che quello non è amore quella è matta». «Oddio, non glielo dite che sennò ricomincia con la storia dell’amore che è una malattia mentale». «Anche Pasolini ha scritto delle cose belle sull’amore». «Cioé?» «Solo l’amare conta, solo il conoscere. Non l’avere amato, non l’aver conosciuto. Dà angoscia il vivere di un consumato amore: l’anima non cresce più». Silenzio. «’Mmazza oh». «Se voleva scrive delle cose belle le scriveva, ‘sto qui». «Figata, com’è che è, me la ridice?» «Questa gli piace pure a mi’ madre». «Me la ridici prof? Me la metto come status di facebook». «Ah, sì! Pure io! Ce la detti prof?» «Prof, ‘spetta che piglio il quaderno. Eh? Com’è? Me la ridice, proffe?»
E si pone la domanda chiave, quella che tutti dovremmo (e dovremo, per cambiare davvero qualcosa) porci:
E come mai nessuno mi toglie dalla testa la mia insegnante dell’epoca, che mi prende da parte e, a muso duro, mi fa una piazzata perché non studio più, dicendomi: non devi stare con loro, a loro cosa vuoi dirgli, che futuro vuoi che abbiano, ma tu ti stai buttando via, lo capisci?, perché loro potevano buttarsi via impunemente e io no?, perché a nessuno importava della fine che avrebbero fatto la Manola e la Pamela e la Tamara?, perché piove sempre sul bagnato e perché la scuola è fatta per quelli che, già alla nascita, sono programmati per rimanerci?