29. August 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Rassegna stampa: interventi sul Corriere dell’Alto Adige.

20. August 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Articoli sul Corriere dell'Alto Adige.

Miti etnici, un libro che non rende onore ai sudtirolesi.

Contro il mito post-culturale: perché auspicare cambiamenti radicali anziché graduali?

di Valentino Liberto (Corriere dell’Alto Adige, 20 agosto 2010)

Vorrei aggiungere qualche sfumatura alla comprensione del libro “Contro i miti etnici” di Stefano Fait e Mauro Fattor, recensito da Gabriele Di Luca sul Corriere dell’Alto Adige (vedi). Basta infatti scorrere l’indice del volume per accorgersi che il Sudtirolo tratteggiato dai due autori assume i connotati di una malriuscita caricatura. Una questione di metodo: l’opera si basa su un’interpretazione “provocatoria” della mitologia tirolese (considerata negativa e retrograda di per sé, nei suoi risvolti culturali) con l’obbiettivo di decostruirla. Un’operazione che nasce per l’appunto dalla descrizione semplificatoria che due “italiani” (un trentino e un bolzanino) fanno della cultura sudtirolese (ce n’è una sola?). Il pericolo non indifferente è quello di cadere nella retorica della scritta in latino sul Monumento alla Vittoria: è evidente infatti che non si tratti solo di una critica alla celebrazione dei “miti” à la Hofer, bensì all’intero humus culturale alpino-tirolese. Applicando – con un impianto illuminista un po’ desueto – un’analisi politologica adatta a un contesto più convenzionale (quando il tutto potrebbe esaurirsi col constatare la scarsa formazione politica di una popolazione plasmata dalla secolare ubbidienza cattolica e dalla vita di montagna), gli autori si ostinano a mantenersi aldiquà del guado, non “tradendo” il fronte etnico per capire l’altro gruppo linguistico dal suo interno. Attraverso il malcelato trincerarsi nella propria presunta superiorità, si attribuisce al DNA tirolese delle colpe che non ha: i miti non li ha creati la cultura “tedesca”, ma una certa lettura della storia e la sua istituzionalizzazione nella cornice autonomista, incapace di controllare la perpetua rappresentazione del conflitto. E il libro non tiene conto dell’autocritica in atto ormai da quarant’anni nella società sudtirolese, fingendo non esista o non abbia prodotto alcun effetto tangibile.

Immaginiamo ad esempio una giovane coppia d’un paese del Burgraviato. Lui, artista e mediatore culturale in un museo, con una mostra da organizzare in Francia, e lei, insegnante di materie economiche alle scuole superiori e promotrice di stage in aziende “italiane”. Entrambi di madrelingua tedesca (tra loro s’esprimono in dialetto sudtirolese) e laureati a Vienna, con una figlia di 7 anni che impara l’italiano giocando, trascorrono il Ferragosto in Maremma. Eppure, una famiglia custode gelosa di usi e costumi contadini tramandati di generazione in generazione, dall’agricoltura alla gastronomia, ed esponente d’un Sudtirolo radicato e “tipicamente tirolese”. L’incontro tra storia, tradizione e innovazione è però vissuto con equilibrio e in armonia, consentendo un’apertura verso il mondo contemporaneo prosciugata da pregiudizi o arroccamenti insormontabili. La difesa delle peculiarità identitarie nella propria Heimat – osteggiata da Fait e Fattor – non pregiudica affatto una sudtirolesità indivisa (“Gesamtsüdtirolertum”) dove il rispetto delle diversità si pone nell’ottica di un’identificazione territoriale plurilingue, laica, transfrontaliera e magari progressista. Il post-culturalismo teorico suggerito dal libro non paventa il rischio effettivo della venuta d’una Mischkultur assimilatoria, il che accenderebbe inevitabilmente gli animi più patriottici, provocando (vedi l’ascesa delle Destre in Europa, che vincono sui timori delle periferie regionali verso la globalizzazione) quel chiudersi su sé stessi giustamente criticato dagli autori.

Il sospetto che nel fervore del libro sia insito un giudizio di valore (caratteristico dell’intellighenzia di certa sinistra internazionalista) verso “l’essere Südtiroler [di lingua tedesca]” e quindi un po’ provinciali, conservatori e montanari, attaccati alle tradizioni del Heiliges Land Tirol perciò molto spesso credenti e perlopiù d’orientamento cristiano-democratico, non rende onore nemmeno ad Alexander Langer, chiamato in causa da Fattor a conclusione del suo ragionamento. Langer certo “tradì” il suo gruppo linguistico per costruire un laboratorio ambientale e interculturale tra le Alpi e per diffonderne la conoscenza in Italia e in Europa, ma consapevole già in partenza delle enormi potenzialità della terra dalla quale proveniva. E nel suo motto “pensare globalmente, agire localmente”, la cultura popolare contadina (slegata dai nazionalismi, qualora fossimo in grado di assumere una dimensione politica europea) gioca un ruolo fondamentale come sinonimo di sostenibilità e cura del paesaggio, non di arretratezza culturale. Stili di vita che vanno perdendosi e gli effetti negativi sul territorio si scorgono. Sostituirli con un linguaggio di stampo urbano e pseudo-liberale non solo risulta inutile, ma nefasto.

Plurilinguismo laico.

Toponomastica: per una laicità del plurilinguismo.

di Valentino Liberto (Corriere dell’Alto Adige, 12 agosto 2010)

Affrontando la diatriba estiva sulla toponomastica si corre purtroppo sempre il rischio di affondare nelle sabbie mobili di una sterile polemica. L’occasione potrebbe invece essere colta per aprire nuovi orizzonti interpretativi di carattere più generale e, soprattutto, di maggiore utilità per tutti.

Come sappiamo, lo Statuto d’Autonomia prevede tra i suoi cardini l’esercizio della potestà legislativa autonoma per la materia toponomastica, “fermo restando l’obbligo della bilinguità”. Lo stesso Statuto implica ulteriori meccanismi di gestione del “compromesso etnico” (scuole separate in madrelingua e proporzionale, per esempio) applicati sinora in maniera molto rigida e perlopiù a senso unico, essendo norme concepite principalmente a tutela delle due minoranze “nazionali” tedesca e ladina. Gran parte delle persone che adesso, da parte “tedesca”, attaccano l’interpretazione pseudo-letterale del comma sui toponimi, pretendono al contempo il rispetto assoluto di quanto contemplato nell’art. 19 (quello che limita una profonda riforma del sistema scolastico locale, ancora largamente basato sul predominio del monolinguismo). Due pesi, due misure. Ma la necessità d’interpretare in modo gradualmente più flessibile lo spirito dello Statuto d’Autonomia – in modo da garantire maggiore aderenza alla realtà e alla luce dell’evoluzione che ha avuto la società sudtirolese dal 1972 ad oggi – non significa solo battersi per una distinzione tra “binomismo” e “bilinguità” (cioè: si traduca tutto, tranne i nomi) sui sentieri di montagna, bensì riconoscere che occorre superare l’atteggiamento di rifiuto che emerge da ogni lato quando si tratta finalmente di cambiare un po’ le cose. Perché all’immobilismo è facile poi che subentri la degenerazione.

Chi avanza l’argomento del suolo privato sul quale sono stati piantati la gran parte dei cartelli monolingue – e per questo ritiene che si sia trattato di una scelta insindacabile – sottovaluta la possibilità che qualcuno, per rivalsa, incarichi un’associazione “italiana” di rispondere con cartelli monolingui in italiano. Speriamo non accada. In questo modo si affermerebbe una concezione “fai da te” e privatistica della politica senz’altro da evitare. L’articolo 8 dello Statuto era stato ideato come risolutivo rispetto al monolinguismo italiano presente dai tempi del fascismo, per ottemperare alla mancanza d’una legge che ufficializzasse la toponomastica tedesca e ladina, nonché alla mancata abolizione del Prontuario di Ettore Tolomei. Lo Statuto è “programmatico”, ovvero auspica un provvedimento legislativo del Consiglio provinciale. Ergo: sembra che il “peccato originale” dello Statuto sia tutelare la toponomastica tolomeiana e fascista. Non è così. Nacque proprio per tutelarci dalla follia “tolomeiana” e l’applicazione rigida del bilinguismo andò sempre a vantaggio di chi prima era in condizioni svantaggiate. L’articolo fu una conquista, non una sconfitta. Il partito di maggioranza dei sudtirolesi non colse quest’opportunità per timore di veti incrociati. E il vuoto legislativo, l’abbiamo visto, ha finito col produrre la presente deriva: da parte dell’Alpenverein, che ha fatto valere da privato una “sua” legge a Statuto invariato, e da parte governativa, con la dura reazione del ministro Fitto. Redatta insomma anche per garantire il rispetto della toponomastica “storica” da parte italiana, la carta fondamentale dell’Autonomia ha finito per fomentare, suo malgrado, un revanscismo linguistico incrociato. Un ribaltamento nefasto tutto giocato all’interno della logica del conflitto etnico sopravvissuto sul piano della rappresentazione e dei simboli.

Data la difficoltà di “estendere” la coperta statutaria, tirata ora da una parte, ora dall’altra del letto matrimoniale (prima il lato tedesco, poi quello italiano), bisognerebbe forse cominciare a ridiscutere sul serio la rigidità di alcune interpretazioni, polarizzate e polarizzanti, dello Statuto e concedere margini di manovra orientati verso un modello di plurilinguismo autenticamente diffuso e in un certo senso più “laico” (senza ricorrere a dogmatismi). Sarebbe una cosa opportuna e ormai persino necessaria.

Lo stesso articolo è pubblicato su Sentieri Interrotti e (in versione parzialmente riveduta) su Brennerbasisdemokratie.

Calpestando Pisa.

16. Juni 2010 - Eine Antwort

Cliccare per ingrandire. fonte: www.todopisa.it

Bergblut ovvero sangue & suolo.

13. Juni 2010 - Eine Antwort

Bergblut: bah! Non l’ho visto, ma il suo pathos mi ricorda quelle parodie sui film-tragedia… tristezza a palate. Preferisco di gran lunga l’Andreas Hofer di Felix Mitterer, interpretato da Tobias Moretti (quello di Rex). Il mio commento in un vecchio post su Blaun: vedi.

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Wittgenstein alla Gaber.

13. Juni 2010 - 2 Antworten

Ludwig Wittgenstein.

Eh sì, effettivamente, dobbiamo dire, va detto che negli altri Paesi funziona tutto meglio che qui da noi. Ci vuole anche poco, voglio dire!
È perché gli altri sono più seri. Ecco, si impegnano, fanno sacrifici per migliorare. Perché loro credono nell’organizzazione, nelle responsabilità collettive. Voglio dire, i francesi credono alla Francia, gli americani credono all’America. Ci credono, ecco.
Basta andare all’estero, si respira subito un’altra aria, Anche in Svizzera, per dire!
Eppure mi hanno raccontato un aneddoto curioso, vero pare, e riguarda il famoso Wittgenstein, grande filosofo, grande uomo di cultura, tuttologo.
Ecco, questo Wittgenstein pare che tornasse in treno con il suo assistente, sì, pare che tornasse a casa dopo aver terminato il suo ultimo lavoro, un’opera decisiva, il „Tractatus“, che faceva il punto su tutta la filosofia… faceva il punto. Anni di studi, anni di ricerche, anni di saggi, fine del lavoro e meritato riposo. Niente, scompartimento, grande silenzio, a un certo punto pare che il suo assistente abbia chiesto: „Mi scusi, professore, come spiega lei quel gesto che fanno gli Italiani?“. Wittgenstein pensa un attimo poi sbianca in viso: „Porca miseria, devo rifare tutto da capo!“.
Sì, evidentemente c’era qualcosa che non gli tornava. Non riusciva a capire l’atteggiamento, e nemmeno l’allegria degli italiani, proprio loro così incapaci di organizzarsi, incapaci di far funzionare la vita, incapaci persino di farsi un governo.
Ma Wittgenstein era uno scienziato. Forse avrebbe dovuto andare dall’altra sponda dell’intelligenza per afferrare il mistero dell’incapacità consapevole e sublimata…

Giorgio Gaber, 1984.

L’amore secondo Mauro Corona.

13. Juni 2010 - 3 Antworten
Mauro Corona.

Mauro Corona.

Nell’affollatissima e sfavillante cornice di Pietrasanta, in Versilia, si sta svolgendo in questi giorni la rassegna „Anteprime“, con interviste ai più noti autori del panorama nazionale. Tra loro, non potevo perdermi l’appuntamento di ieri con Mauro Corona, lo scultore e scrittore di Erto, fra le montagne friulane del Vajont. Nel suo intervento fulmineo, Corona anticipa il contenuto del prossimo libro (in uscita dopo l’estate) tra frecciate e battute, con la fenomenale schiettezza di chi viene dai monti. «Paolo Brosio ha appena visto la Madonna, io ne ho viste duemila, una meglio dell’altra»: esordisce così, accolto da un applauso. «Sono un cinico mercenario – aggiunge – quindi i miei libri non leggeteli ma comprateli! Poi dicono persino che sia mia cognata a scriverli, e no eh, questo no!». «Anch’io ormai firmo autografi, sono la Claudia Schiffer [letto "skiffer"] della Versilia… ma con tutte le foto che fanno, pare m’abbiano scambiato per il mio omonimo Fabrizio Corona». Cita Borges e poi chiede una birra: «Non una di più. I giovani vanno educati al bere». Spesso accenna al rapporto con il vino, mostrando l’esperienza di chi non sempre ha saputo gestire l’alcool; lo racconta bene nella sua autobiografia „Aspro e dolce„, che ho acquistato e fatto autografare all’uscita. Il prossimo romanzo sarà incentrato non sul piccolo mondo antico intorno ad Erto, bensì su una riflessione più globale, degna di altri giganti della montagna del calibro di Reinhold Messner. «Oggi siamo oggetti dominati da oggetti. L’umanità tornerà indietro solo se avrà paura della morte e della fame: dovesse necessitarsi un ritorno radicale alla naturalità, la manualità (ora dimenticata) sarà fondamentale. Chi dice non possa succedere? Quelli che menano il culo sulle spiagge di Forte dei Marmi, certo, non si salveranno… Perciò dobbiamo riappropriarci degli spazi naturali di dialogo, recuperare gli antichi mestieri e l’uso manuale, imparare a coltivare, portare nelle scuole i contadini, gli artigiani e le guide alpine, alla faccia di quei spot dove s’arriva in vetta senza corda ma con la cioccolata. Il tempo si sgretola attorno a noi e stiamo ancora qui a raccontarcela? Chi se ne frega di Marte, quando non ci rendiamo conto del valore d’un bicchiere d’acqua?». «Avendo scritto libri semi-ecologici, ora mi spiano pure mentre faccio la raccolta differenziata: vetro di là, ruggine di qua, la moglie qui… non la vedo da anni, so che è viva… eh già, il matrimonio: un prodotto delle istituzioni». Proprio sull’amore Corona spende le parole più stravaganti: «Altro che intercettazioni, i testi del festival di Sanremo andrebbero censurati. Li avete letti? Va bene, come diceva Pessoa „tutte le lettere d’amore sono ridicole, altrimenti non sarebbero lettere d’amore“. Ma l’amore è silenzio, non dipendenza dall’affetto. Se due si amano non occorre dire niente. Chi lo dice ha paura, vuole segnalare che c’è, ribadire che esiste, mettendo un’ipoteca sul futuro. Amare non è investire nel futuro ma fregarsene, accettare l’incognita del rischio. Per questo l’ombra del sospetto per il tradimento, ovvero la paura del coniuge del vedere l’amante, secondo me, è una cazzata. Occhio che non vede, cuor che non duole».

L’amore secondo Mauro Corona pare un sentimento scisso dalla fisicità; i residui di certo romanticismo nordico sono riplasmati dalla liquidità dei rapporti tipica del nostro tempo, assumendo forme nuove, forse un po’ estreme. Lui, autodefinitosi unico caso di «orfano con genitori viventi», che legge i libri dalla fine e cui sfugge una bestemmia ricevendo però la benedizione del suo parroco («a volte ci sta»), il Corona che attacca la sinistra in yacht alla D’Alema, la quale «difende gli operai ma non sa tirare su nemmeno un badile», è uno scrittore ponte, tra la memoria millenaria degli antenati e il nostro futuro, così incerto. Val.

Nel video: Mauro Corona ricorda l’amico Mario Rigoni Stern. «Camminavamo assieme, andavamo a berci un bicchiere. Sulla sua opera un giorno mi disse: „xe tutto niente!“».

Ascoltiamo l’Italia migliore.

Negli ultimi giorni, qui a Pisa, sono andato a vedermi due concerti: il gruppo cosentino  „Brunori SAS“ si è esibito mercoledì nella cornice suggestiva e moderna del Centro espositivo-museale di San Michele degli Scalzi (SMS), evento organizzato per la ricorrenza del 2 giugno dall’ANPI, mentre ieri un (insolitamente) affollatissimo parco della Cittadella ha ospitato il giovane cantautore romano Simone Cristicchi (già vincitore del festival di Sanremo) nell’ambito dei festeggiamenti per i 15 anni di «Sinistra per…», tra le maggiori liste universitarie di centrosinistra presenti in Italia, che qui all’Ateneo pisano detiene la maggioranza assoluta (alle recenti elezioni sono stato eletto tra i 5 rappresentati al Consiglio di Corso del «Gruppo Sestante-Sinistra per…» di cui ero capolista e per il quale ho ottenuto il maggior numero di consensi a Scienze politiche; la lista ha ottenuto in facoltà un „bulgaro“ 78,2% e il candidato di «Sinistra per…» per l’UDU – unione degli universitari, liste di sinistra, liste democratiche – è stato eletto al CNSU, il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari). Entrambi gli spettacoli m’hanno riservato non poche sorprese: la carica meridionale del primo e soprattutto l’impegno del secondo nel „cantare“ le contraddizioni del Belpaese, nella veste di menestrelli contemporanei alla disperata ricerca d’una platea di uditori. Allora silenzio, cari amici. Ascoltiamo con attenzione „la meglio Italia“ in musica. Val

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Due giugno, due Italie.

2. Juni 2010 - Eine Antwort

Scene tratte dal film „Signore e signori, buonanotte“ (1976). Val.

Geschützt: La domenica delle salme.

31. Mai 2010 - Auch die Kommentare sind durch das Passwort geschützt.

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Elezioni comunali 16 maggio: Nuova|mente Bolzano! Gemeinderatswahlen 16. Mai: Bozen neu denken!

Valentino Liberto.

Candidata/o: 13 – Valentino Liberto
Perché mi candido coi Verdi: perché questo non sia l’unico modo per cercare di cambiare „davvero“ le cose. Damit das nicht der einzige Weg ist, um wirklich die Dinge zu verändern!
Un luogo della città Eurac (Accademia Europea)
Il significato politico di questo luogo: Da studente fuori sede ed europeista convinto, mi rendo conto di quanto Bolzano debba aprirsi al mondo, per farsi conoscere non solo dai turisti e alimentarsi d’una cultura cosmopolita e davvero plurilingue. Guardando avanti, possiamo dare risalto alla vocazione internazionale della città e farne laboratorio permanente di ricerca scientifica che attiri giovani studiosi da ogni parte del globo, mettendo in rete Università, poli culturali e associazioni.

Una città universitaria che si rispetti, con eventi di richiamo transfrontaliero, una città giovane e solidale dove mettere in pratica modelli di partecipazione democratica, una città giardino per ricucire lo strappo tra mondo rurale, quartieri, centro storico, perché oltre l’immagine da cartolina c’è una cittadinanza in movimento in cerca dello spazio urbano dove liberare energie e sogni.

La mia proposta per Bolzano/Bozen Cultura significa festival della mente, Freiräume e luoghi di confronto, cantieri d’idee e di scrittura, arte itinerante e creatività diffusa. Fare di Bolzano non solo capitale alpina ecosostenibile, bensì capitale culturale dell’Europa di domani.
Note biografiche Valentino ist 1989 geboren und studiert derzeit Politikwissenschaften in der Toskana, während sein Herz für die Alpen schlägt. Sein Hobby ist die Fotografie. Der blitzgescheite Valentino engagierte sich im Landesbeirat der Schüler für die italienische Schule und danach für die Grünen, u.a. als Landtagskandidat 2008 und für die Europawahlkampagne von Sepp Kusstatscher.

Nato nel 1989, studente di Scienze politiche in ritiro toscano, con l’hobby della fotografia e le Alpi nel cuore. Terminato l’impegno nella Consulta provinciale degli studenti, dal 2008 è attivo nei Verdi e candidato alle Provinciali dello stesso anno; nel 2009 partecipa alla campagna elettorale dell’eurodeputato Sepp Kusstatscher. Tra i promotori del Referendum sulla Democrazia Diretta e d’un presidio regionale di „Libera“, è iscritto all’asus/SH (associazione universitari sudtirolesi) e curatore appassionato del blog www.blaun.eu. La sua è una mente analitica – che pensa globalmente e agisce localmente!

Elezioni comunali 2010.

Livorno, mon amour.

Terrazza Mascagni, foto (c) Valentino Liberto

Terrazza Mascagni a Livorno, foto (c) Valentino Liberto.

Ammirando il mare di Livorno, foto (c) Davide Lonigro.

Ammirando il mare di Livorno, foto (c) Davide Lonigro.

Mai maggio.

La Sachertorte.

30. April 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Lei praticamente non ha mai assaggiato la Sachertorte? Continuiamo così, facciamoci del male…
Nanni Moretti, «Bianca» (1984)

Ed ecco che l’íntellettuale del terzo millennio il quale, [nella scelta] tra l’austero classicismo mitteleuropeo della Sachertorte e l’opulenza globalizzata e spalmabile della Nutella, ritrova equilibrio, conforto e nuova innocenza nell’esercizio del girotondo [...]. Ettore Borzacchini

L’unico posto dove si può trovare la torta Sacher originale fuori dall’Austria, è nel Sacher Shop di Bolzano/Bozen.
Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Sacher)

L’homo oeconomicus in Sudtirolo.

23. April 2010 - Hinterlasse eine Antwort
Enrico Mattei nella sua baita di Antholz/Anterselva.

Enrico Mattei nella sua baita di Antholz/Anterselva.

«[...] La valle è inverno, luogo in cui svernare; sonno e letargo in cui la vita, liberata dalle inibizioni e dagli assilli della coatta veglia abituale, si ridesta e si abbandona. Il Tirolo, diceva l’imperatore Massimiliano il cui trono era la sella, è una casacca ruvida ma tiene caldi. Il corpo si stiracchia sotto il soffice piumino di neve, il viso si volge al sole con gli occhi socchiusi e le guance sfregate di neve fresca, i pensieri volano via come uccelli da un campo, messi in fuga dal riso che nella Stube scorre da uno all’altro come il vino; il sesso si risveglia forte e sciolto, i pesanti e complicati strati di maglie calzettoni e maglioni sono più facili a togliersi, nella camera col letto spiovente, che non le giacche e le cravatte. […]»

Claudio Magris, „Antholz“, in „Microcosmi“ (1997)

Il 27 ottobre del 62, a Bascapè provincia di Pavia / precipita un Morane-Saulnier con a bordo 3 persone / fra cui il presidente dell’Ente Nazionale per gli Idrocarburi / Enrico Mattei. / Dopo il lungo viaggio fa fatica parlare / se potessimo bere sciogliere le parole / dopo il lungo viaggio con la gola bruciata / dal silenzio di sale.

Virginiana Miller, „La sete delle anime“

Anterselva ed Enrico Mattei.

Un lago, splendido in mezzo alle Alpi, e la passione per la pesca. Così il gran capo dell’Eni ritrovava equilibrio e serenità.

di Alessandro Giambartolomei (http://www.sciroccoinrete.it/)

Sembra un ragazzino, tanto sprizza entusiasmo e umana simpatia, il signor Franz Brunner. Era lui l’uomo della casa al lago: cuoco, giardiniere, tuttofare. Con Theresa Leitgeb aspettavano l’arrivo dei Mattei, nei fine settimana, per le ferie estive, ma anche per un’improvvisata. Fu così per molti anni, fino al tragico schianto dell’ottobre 1962. Poi Franz andò a fare il cuoco in un albergo di Ischia e Theresa restò alcuni anni a Milano al servizio della vedova Mattei. Il Comandante in capo e la moglie Greta, ex ballerina viennese, atterravano a Dobbiaco e poi da lì in auto lungo la Strada della Pusteria fino al bivio all’altezza della grande segheria, a risalire su per la splendida, seminascosta valle fino alla bella e solitaria casa al lago. “E’ stato un uomo buono, uno veramente in gamba” – dice sicuro Franz. I più anziani – di tempo ne è passato e i testimoni incominciano a scarseggiare – ricordano con affetto quanto Mattei fece per Anterselva: la risistemazione della vecchia strada statale, della chiesa, della scuola. Anche il maestro Müller – la memoria storica della comunità – dall’alto dei suoi novantaquattro anni, portati splendidamente, conserva un bellissimo ricordo del Presidente Eni. Ha perfettamente presente tutto l’amore che il marchigiano provava per quei luoghi e quanto si era speso affinché non venissero deturpati dal cemento. “A quel tempo era in stato avanzato un progetto di diga nel lago, con la canalizzazione delle acque fino ad una valle vicina (quella di Casies). Un’opera imponente, mostruosa, che avrebbe stravolto l’intero ambiente, lacustre e montano. Mattei intervenne ed impedì che fosse portata a compimento”. Anche i ricordi del vecchio maestro, di Franz, di Theresa iniziano a farsi sfocati, devono riemergere da un tempo lunghissimo, mezzo secolo, anno più anno meno. Riappaiono il signore alto con il profilo ben pronunciato, la moglie austriaca, il basso ministro Vanoni, gli orsi regalati da Kossighin, l’arrivo di Soraya. Poi tutto evapora, come in un sogno. La casa è ancora al suo posto, ma da alcuni anni è stata trasformata in un albergo-ristorante. Il lago è sempre meraviglioso, soprattutto prima del tramonto: scintilla di una luce calda, vivida. Il rifugio ideale per tenersi a distanza dalle cose di questo mondo.

Vedi anche/siehe auch http://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Mattei

Emozioni, mare, Cinque Terre.

18. April 2010 - 6 Antworten

Vernazza.

Senza parole. Sole, mare calmo, il borgo di Vernazza, uno scoglio, emozioni: non riesco nemmeno a descriverla, da quanto è stata magica la giornata trascorsa ieri alle Cinque Terre, dove ho „capito molto“. E voglio possibilmente continuare a capire. Ho già timore possa finire quest’idillio. E’ così bello – una volta tanto – vivere di felicità. E pur disabituati ad essa, conserviamo sin dal principio l’aspirazione all’eternità e il timore della sua discontinuità. Con un affetto „intensificato“ dalla carica emotiva che m’ha preso, a tutti gli amici vicini e lontani rivolgo un caloroso saluto. Val.

Una voce riecheggiante.

16. April 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Giuseppe e i suoi fratelli.

Il biblico Giuseppe dell’Antico Testamento dai suoi fratelli fu gettato nel pozzo, cadendo così nella schiavitú degli egiziani ai quali fu venduto. Una volta che i fratelli se ne erano disfatti, pensavano di poter meglio gestire e spartirsi l’azienda familiare. Ma quando, più tardi, capitò loro una feroce carestia, ricevettero il consiglio „andate da Giuseppe, vi saprà aiutare“: ricercarono in Egitto il fratello estromesso, ne furono accolti fraternamente e generosamente aiutati.

[...] A guardare oggi al rinnovo dell’amministrazione del capoluogo altoatesino, è difficile scorgere un grande afflato di entusiasmo e di riforma. Certo, un importante riconoscimento va reso a tutti i protagonisti della campagna elettorale: nessuno sembra aver caricato i toni della contrapposizione etnica, nessuna campagna di istigazione nazionalista è stata condotta. Ciò aiuterà in ogni caso il futuro cammino. Ma detto questo, si deve anche notare che nessun grande progetto di rinascita culturale, sociale, ambientale, civile di Bolzano è in vista. [...] Servizi sociali, anziani, bambini, verde ed efficienza comunale si ritrovano in tutti i programmi, ma non si intravvedono ancora i protagonisti di un nuovo patto civico, né quel soffio di entusiasmo condiviso intorno ad un vero e proprio disegno di rifioritura di Bolzano. Le stesse forze politiche che si presentano alla prova appaiono quasi tutte rinnovate nei nomi e nei simboli, ma non siamo ancora al rimescolamento profondo né dell’assetto „etnico“ né di quello ideologico.

[...] Oggi in almeno una decina di liste si trovano persone di ideali ed ispirazioni simili – accanto ad altre, che magari rappresentano piuttosto le varie ortodossie o semplicemente vecchie continuità. Molte di queste persone (alcune delle quali sicuramente entreranno anche nel nuovo Consiglio comunale) oggi mordono il freno di fronte ad una stagnazione politica nella quale la disciplina etnica, certi richiami nazionalisti, alcune vecchie abitudini di lottizzazione e anche la vischiosità di un ceto politico non ancora rinnovato pesano non poco. Perché non pensare che, dopo qualche peripezia e carestia, questi fratelli possano ritrovare i loro altri fratelli oggi gettati nel pozzo da una legislazione etnica non ancora entrata nella fase del necessario disarmo, e dare vita insieme a quella rinascita civile e sociale, ambientale e culturale, alpina ed europea, locale ed al tempo stesso solidale col resto dell’umanità che Bolzano potrebbe degnamente irradiare?

Una voce dal pozzo. L’assetto etnico del voto.
Alexander Langer, 3 giugno 1995

Le „terre del silenzio“ (in musica).

15. April 2010 - Hinterlasse eine Antwort

In omaggio agli amici lucani a Pisa, Davide e Antonella. Val.

Basilicata Coast to Coast.

Un film di Rocco Papaleo. Spudoratamente suo. E dire che riconoscere la firma d’un regista esordiente potrebbe essere una contraddizione in termini, ma il modo di lavorare atipico di questo mattatore è sempre coerente. In teatro, nella musica (nel magnifico teatro-canzone in cui dà il meglio), al cinema. Questo cineviaggio di formazione a passo d’uomo, intervallato da momenti di commedia comica e romantica, virile e dolce, e altri d’improvvisazione musicale, era una bella sfida. Vinta, perchè il film risulta orgogliosamente naif, si fa amare nelle sue imperfezioni, per quel gruppo coeso di amici (da anni, di Rocco: Gassman, Mezzogiorno, Max Gazzè e la new entry Briguglia) e professionisti che accettano un’opera diversa dal solito, perchè teneramente uguale al suo autore. Che dentro ci mette l’amore per una terra bellissima e maltrattata, la voglia di giocare e un estemporaneo ma sentito omaggio a Carlo Levi (e a Gian Maria Volontè, come icona attoriale umana), in questo on the road lucano alla ricerca di sé stessi e di un successo scalcagnato. S’impara ad apprezzare un paesaggio, cinematografico e geografico (non mainstream) e a farsi trascinare dalla musica „strana“ di Papaleo. Un pò come succede alla scettica e annoiata Giovanna Mezzogiorno nel film: non ci crede all’inizio, diventa una di loro alla fine. E non perdetevi il corteggiamento che le fa il non parlante Gazzè: adorabile. Insomma, potete anche trovare dei difetti al film, ma provate a non volergli bene. Voto: 7-

(Il Sole 24 Ore, 9 aprile 2010)

Per Gassman e Gazzè la Basilicata è una canzone folk
Papaleo racconta l’Italia delle piccole patrie. di Cinzia Romani

È ora, è ora: provincia a chi lavora nel cinema. Ecco gli scorci lucani della commedia musicale Basilicata coast to coast, grazioso film ecologista di e con Rocco Papaleo, al suo esordio dietro la macchina da presa. Per sentirsi «’nu poco rockstar» (il dialetto la fa da padrone), quattro musicisti jazz in cerca d’identità attraversano la Basilicata dal Tirreno allo Jonio. Dai sassi di Matera, la quaterna di picari del Sud, armati dei loro strumenti e d’una cavalla bianca paziente come un mulo, approderà a Scanzano Jonico, dove si tiene il Festival del teatro-canzone. E viaggio fa rima con spensieratezza in questo spicchio di cinema cafone (nel senso di simpaticamente burino e folk), dove si gusta la «piccola patria» fatta di mamme, che sanno fare bene la frittata (geniale il rap «Nel panino con la frittata/mia madre non si batte», jazzato sotto un ulivo) e di angurie galleggianti, al fresco, nella fontana d’un paese. E che dire d’un prete, che rappresenta il giornaletto parrocchiale L’Eco dei Salesiani, ma poi conta su una tivù satellitare. [...] «Questo film non è un documentario: la Basilicata era nella mia testa fin da ragazzo. Mio cugino, nei Settanta, faceva la messa beat, con la chitarra elettrica sull’altare… È questo Sud, con le sue pulsioni, con i sogni velleitari, conservati nella campana di vetro della mia anima, che ho voluto raccontare come un omaggio alla mia terra, alla terra tutta e senza campanilismi. Questo film è una canzone», spiega Rocco, invocando il suo «garibaldinismo». E Giovanna Mezzogiorno indossa camicette country e canta (sussurrando alla Carla Bruni) «Voglio stare bene/Voglio fare», dorso a dorso con Max Gazzè, al suo primo ruolo d’attore. «È un film anomalo e racconta un meridione, che si pensava dimenticato e invece c’è: in Basilicata. Un po’ Klondike, un po’ deserto del Gobi», nota il figlio di Vittorio Gassman, più gigione del solito, quando spalanca le braccia al cielo sotto il Cristo di Maratea. Da costa a costa, però, le orrende pale eoliche si sprecano (non è un film per Sgarbi).

(Il Giornale, 7 aprile 2010)

Der Tag danach.

13. April 2010 - 2 Antworten

Vinschgau.

Vinschgau. Empatia, incredulità, turbamento. E il cuore affranto.

Il Borzacchini a Pisa (on the road).

10. April 2010 - Eine Antwort

Lungarno.

(Vi scrivo seduto sulla scalinata in marmo all’ombra del Palazzo Alla Giornata, sede del rettorato dell’Università: difronte a me, i palazzi pisani, il tipico tramonto sul Lungarno, prime rondini, traffico del sabato sera, adolescenti in t-shirt, il saluto d’uno sconosciuto in motorino… Connessione gratuita on the road. Val)

Mentre poc’anzi sfogliavo i quotidiani odierni nel cortile interno della Feltrinelli di Pisa (e il profumo di glicine m’andava lentamente alla testa), ascoltavo il divertente parlottare in vernacolo livornese di due signori sulla settantina, seduti a fianco a me. L’amico Leonardo m’ha poi presentato uno dei due, definito il maestro del parlare toscano e vieppiù labronico:  Giorgio Marchetti, in arte il Borzacchini, autore della più gettonata collana di dizionari sulla parlata di Livorno (segue biografia a piè pagina). Dal 1986 fino al 2002 è stato collaboratore permanente de «il Vernacoliere», periodico satirico livornese, con la firma di Ettore Borzacchini. E un articolo in particolare – nel quale attaccò la pratica sinistrorsa dei cd. „girotondi“ – gli valse la cacciata dal mensile.

Giorgio Marchetti, di genealogia complessa, è nato nel 1943 da genitori livornesi con un quarto di sangue napoletano da parte della nonna paterna. Esercita la libera professione di architetto a Lucca nel campo dell’urbanistica e dei beni culturali nonché come critico d’arte e contemporaneamente coltiva il naturale talento di umorista collaborando – vuoi con scritti, vuoi con vignette – a quotidiani, ebdomadari e periodici e partecipando a compagnonaggi di amici e gaglioffi di varia estrazione. Ha fondato, insieme ad amici livornesi (Alberto Fremura, Marcello Sardelli, Stefano Caprina, Federico Sardelli) «Il Sodalizio Muschiato», accòlita di spiriti ameni che si propone, con iniziative originali, la cultura e la diffusione del Volontariato della Satira.

Attualmente collabora con il quotidiano «Il Tirreno». Ha pubblicato: Il bulanchio e altre stranezze (Punto Gamma, Lucca, 1978); Il grande Milvio. Cronache del secondo liceo classico d’Italia(introduzione di Francesca Duranti) (Akademos, Lucca, 1991); The mechanics of the mind (Espansione, Roma, 1993); La metamorfosi del bignè. Flusso di umori estivi in forma di diario con l’intrusíone di sei racconti veramente edificanti (Akademos, Lucca, 1995); Il Borzacchini Universale. Dizionario ragionato di lingua volgare anzi volgarissima d’uso del popolo (Ponte alle Grazie, Milano, 1996); Il Nuovissimo Galateo del Borzacchini. Ameni e pratici consigli per l’aspirante gentiluomo: perché non abbia a fare troppo schifo e possa utilmente collocare se stesso nel consorzio cosiddetto civile di fine millennio (ivi); La macchina estetica. Il percorso operativo nella costruzione dell’atteggiamento estetico (FrancoAngeli, Milano, 1997); I temi di Pierin Lucchese (Maria Pacini Fazzi, Lucca, 1998); Ultimissime aggiunte al Borzacchini Universale (ivi, 1999); Fra ombre e autoritratti. Il critico presenta se stesso (con Danila Bertasio) (Milano, FrancoAngeli, 2000); Il Terzo Borzacchini Universale (ivi, Ponte alle Grazie, 2003); La villeggiatura del Borzacchini. Contro il rischio della globalizzazione delle vacanze (ivi, 2005); Il Quarto Borzacchini Universale. Tanti nuovi, originali lemmi del dizionario maccheronico del terzo millennio (ivi, 2006).

Di Marchetti ha scritto il grande lessicografo e linguista italiano, Giancarlo Oli, riguardo al primo volume: «L’opera già nel titolo arieggia ambiziosamente secolari tradizioni e moderne imprese di grossi istituti e faraoniche fondazioni: a testimoniare, più che l’esaustività dell’assunto, l’altisonante messaggio che il “parlare toscano e vieppiù labronico” è ancora capace di trasmettere. Cosa che del resto traspare a ogni piè sospinto nella lettura del volume, nel quale ogni lemma esemplifica termini e significati sulla falsariga di una filologia comicamente artificiosa e goliardica, mentre pornografia e coprolalia si aprono una strada di singolare e duratura scuola verso la satira e la giocosità». Da quando l’Accademia della Crusca lo ha inserito nelle Accessioni di interesse lessicografico della propria Biblioteca e l’Associazione degli Studiosi Americani d’Italianistica ne coltiva le opere, si è montato la testa e non ci si ragiona più.

Vita spericolata (bohémienne).

5. April 2010 - Hinterlasse eine Antwort

„O tardo autunno, inverno, fangosa primavera, ipnotiche stagioni che adoro! A voi sia lode d’avvolgere così la mia mente e il mio cuore in un tenero sudario, in un vago sepolcro.“

(Charles Baudelaire, „Brume e pioggia“, ne „I fiori del male“)

Ora legale (Bolzano colpevole).

1. April 2010 - Eine Antwort

Il torrente Talvera (Talfer) a Bolzano/Bozen.

Il torrente Talvera (Talfer) a Bolzano/Bozen.

 
La primavera a Bolzano è ciò che non siamo. Cinguettii lungo torrenti in piena, amori ardenti di corsa sul Talvera, sudore e freddo, petali gialli o rosa, balconi fioriti e finestre spalancate. Circola aria in casa, si riaprono le porte, pomeriggio al lago, passeggiate serali, serate all’aperto in centro. In strada a parlare, pedalare, sognare, dimenticare. La luce è soffusa, penetra tra nubi innocue. Oppure no, piove su di noi ma non importa. Verde, verde, vento sui prati sempre del Talvera. Bolzano è lì sdraiata sui fili d’erba fresca, umida come gli occhi lucidi del pianto, eppure ridente ai primi raggi tiepidi che la riscaldano e cullano tra loro. Calore, affetti, suonano le campane del Duomo, Feierabend. La sera s’allunga a dismisura, le cene si muovono spostate dall’ora legale, è tutto merito suo, colpa ignara. È già notte, Bolzano riposa al chiaro di luna, chiare Dolomiti oscure all’orizzonte, il profilo dei monti, la fine del cielo, l’inizio delle stelle. Il chiarore attorno allo spicchio nel buio, un alone presagio di neve, ancora gelido vento. Scende il bianco sulle pendici. Dormi città, avvolta nel candido vello; la primavera non t’appartiene ancora. Val.

Non è un pesce d’aprile!

1. April 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Verdi-Grüne-Verc.

Novità: la Stadtliste „Projekt Bozen“ di Rudi Benedikter si presenterà in una lista unica assieme ai Verdi-Grüne-Verc, sotto il simbolo della colomba, per rilanciare una politica interetnica ed ecosociale a Bolzano/Bozen. Una mia candidatura „di sostegno“ non era cosa scontata, eppure…

In extremis. Cari amici, mi candido alle elezioni comunali di Bolzano. Sciolgo la riserva quest’oggi non per disciplina di partito o tantomeno ordini di scuderia, ma con la volontà precisa (scaturita nelle ultime ore) di impedire che la città nella quale sono cresciuto finisca nelle mani d’un centrodestra nemmeno in grado di scegliersi il proprio candidato sindaco. Ho tentennato a lungo: liquidare 5 anni di governo cittadino (con Spagnolli ora ricandidato, con Ellecosta…) attraverso una campagna elettorale autoassolutoria, beh… non lo considero giusto né degno di una maggioranza, ma non spetta a me bensì a chi sedeva in Giunta comunale rispondere di quanto fatto in questa legislatura che volge al termine. La frammentazione personalistica e la protesta autoreferenziale è controproducente tanto quanto una critica fine a sé stessa. Nella speranza mai rinnegata di „migliorare le cose“, darò ancora una volta il mio modestissimo contributo affinché si mettano in campo tutte le forze ed energie a disposizione per ridare slancio alla nostra Landeshauptstadt.

Eurac.

Chissà se un giorno i personaggi ed i partiti che attraverso una puntigliosa legislazione etnica hanno escluso dal voto a Bolzano un candidato sindaco, con la lista inter-etnica che lo sosteneva, reo di non aver compilato la dichiarazione etnica nel censimento 1991, sentiranno il bisogno di ricorrere alle risorse di innovazione civile e politica che tale proposta avrebbe comportato. Alexander Langer, „Una voce dal pozzo“

„Utopie concrete“. Nel 1995 l’opportunità mancata di far concorrere Alexander Langer all’elezione del sindaco di Bolzano/Bozen; esattamente 15 anni dopo, il capoluogo sembra dirigersi verso un binario morto. Da studente fuori sede di Scienze politiche e internazionali (nonché europeista convinto) mi rendo conto di quanto Bolzano/Bozen debba ancora aprirsi al mondo, per farsi conoscere non solo dai turisti e alimentarsi finalmente d’una cultura cosmopolita e davvero plurilingue. Guardando avanti e lasciandoci alle spalle le ombre del passato, possiamo dare risalto alla vocazione europea e internazionale della città, farne laboratorio permanente di ricerca ambientale, giuridica, linguistica che attiri giovani studiosi da ogni parte del globo, mettendo in rete Università, Accademia europea, biblioteche, istituzioni scientifiche e museali, associazioni. Apriamo le loro porte!

Una città universitaria che si rispetti, con più eventi di richiamo nazionale e transfrontaliero (vedi a Trento il Festival dell’Economia), una città solidale dove mettere in pratica modelli di partecipazione democratica alle decisioni dell’ente pubblico. Favorire la codecisione ad ogni livello vuol dire ricucire lo strappo tra mondo rurale, quartieri, centro storico, farli dialogare tra loro e con la corona alpina che cinge la „porta delle Dolomiti“ – vissuta non come slogan, ma nella pratica quotidiana.

Esperienze urbane. Lo spazio urbano raccoglie storie, vite, sogni. Oltre all’immagine da cartolina, c’è una società in movimento che cerca il proprio posto per esprimere liberamente aspettative, desideri, speranze. Dare voce a quest’esigenza attraverso luoghi di confronto, dove raccontare Bolzano per ricostruirla. Cultura significa festival della mente, fabbriche di idee, cantieri di scrittura, arte itinerante e creatività diffusa. Per portare più Europa a Bolzano/Bozen, accettiamo dunque questa sfida: non solo capitale ecosostenibile delle Alpi, bensì capitale culturale dell’Europa di domani. Siamo pronti? Val.

Valentino Liberto.

 

La Lega al dito.

1. April 2010 - 2 Antworten

Asterix, Obelix, Padania.

Dei soli errori di Berlusconi non si vince. Di solo antiberlusconismo non si vince. Di solo tifo televisivo non si vince. Di solo Santoro-Travaglio non si vince. Con questo centrosinistra, con questo ceto politico di centro sinistra (Verdi inclusi di qualsiasi sfumatura ormai… sfumati) non si vincerà mai. (In ricordo… di Nanni Moretti, qualche elezione fa). Sono negativo? Sì, per oggi sì. Riccardo Dello Sbarba

L’antiberlusconismo ha perso, complice inconsapevole dell’illiberale berlusconismo. La Lega Nord pigliatutto parte alla conquista del Centro Italia. Di Pietro ammette la sconfitta e cerca il dialogo, Sinistra extraparlamentare ancora una volta polverizzata (tranne Vendola) mentre il PD tiene duro. Vincono i Presidenti e relative liste, non i partiti: solo 1 italiano su 2 li vota. Astensionismo da record.

Lo sappiamo da anni: l’alternativa politica a Berlusconi non può essere fondata sulle precarie basi dell’anti-berlusconismo, bensì sul pragmatismo e l’adesione a un progetto. E «per frenare l’astensione e il distacco dalle istituzioni, occorre che il rafforzamento delle regioni e delle autonomie locali su basi autonomistiche e solidali trovi riscontro nell’ordinamento» (così il presidente Giorgio Napolitano), ovvero: riforme condivise. Ha dunque ragione il costituzionalista bolzanino Francesco Palermo nel sottolineare l’importanza di una „cultura regionalista“ (leggi qui) come punto fermo nell’agenda politica italiana. Proviamo a capire il perché.

Legalité. Luca Zaia conquista in scioltezza il Veneto, „terzo incomodo“ in un Nord-Est quasi del tutto a Statuto Speciale. Il ministro leghista per le politiche agricole e forestali ottiene un trionfale risultato personale (60%) e la Lega Nord vola con lui: ora è il primo partito veneto. Da persona „competente e moderata“ proveniente dal mondo contadino, il nuovo governatore saprà intendersi con Luis Durnwalder, il che rende prevedibile una distensione nei rapporti già tesi con Trentino e Sudtirolo, più volte sul piede di guerra a causa delle sparate dell’uscente Galan. Preoccupanti invece i toni di Roberto Cota in Piemonte, dove a seguito della vittoria di misura sul centrosinistra, annuncia un „asse del Nord“ con Lombardia (dove Formigoni e Lega spopolano) e Veneto, tutt’altro che auspicabile. D’altronde gli italiani del Nord chiedono ormai da anni maggiore autonomia dalla capitale e perciò vedono nel „governo del fare“ del Carroccio la traduzione „riformista“ (così definita dagli stessi leghisti) capace di esprimersi come forza di rottura „post-ideologica“ rispetto ai partiti della Prima Repubblica. Un terzo (o quarto?) polo localista e xenofobo, oltre gli schieramenti, sganciato dai riferimenti politici tradizionali, è giocoforza „innovativo“. Ma non tutto è ancora perduto: se un giorno dovesse sgretolarsi (come ci auguriamo possa accadere) il consenso attorno a Bossi, ne guadagnerebbe anche il PD, qualora i democratici riescano a strutturare il proprio partito con una certa aderenza alle problematiche „del territorio“ e un’articolazione regionale credibile e funzionale. Stesso discorso vale per Di Pietro, il cui fattore di successo è direttamente proporzionale a quello del premier in carica. Se Fini fosse leader, l’Italia dei Valori (IdV) avrebbe ancora ragione di esistere? Dobbiamo però attendere – come ormai facciamo da oltre un decennio – che il Cavaliere si ferisca con le sue stesse mani e s’avvii presto sul viale del tramonto.

Discorso diverso per l’UdC: Pierferdinando Casini sceglie di frenare col PD la Lega al Nord (ci riesce in Liguria ma non in Piemonte) e favorire un cambio di rotta necessario in Campania e Calabria – fisiologica in entrambe la sconfitta del PD. Sull’uscente sindaco di Reggio Calabria pesano però alcuni sospetti: una puntata della trasmissione di Rai3 „Report “ raccontò come il neo-governatore Scopelliti indisse a spese del comune l’assunzioni di dipendenti presso aziende private, nelle quali entrava chi presentava per primo la domanda agli uffici. File chilometriche, eppure a presentare la domanda (e ottenere il posto di lavoro) erano persone vicine al sindaco reggino. Il quale, nelle consultazioni di domenica e lunedì scorso, incassa risultati bulgari nei comuni sciolti per infiltrazioni della ‘ndrangheta (vedi articolo del Manifesto di ieri). La strategia sicuramente vincente delle „alleanze variabili“ messa in campo da un Casini sempre più concreto non basta a nascondere l’atteggiamento benevolo e sordo verso le mafie. E i due successivi governatori siciliani (entrambi centristi) Cuffaro e Lombardo insegnano…

Grilli petulanti. Nelle roccaforti del centr’Italia (Toscana, Umbria, Marche ed Emilia-Romagna) il centrosinistra si conferma pressoché imbattibile. Attenzione però a non farsi prendere la mano: a lungo termine l’anomalia d’una mancante alternanza di governo (con tuttò ciò che porta una „continuità forzata“ ai vertici istituzionali) potrebbe costarci caro. I primi segnali preoccupanti provengono proprio dall’Emilia, dove il „Movimento 5 stelle“ di Beppe Grillo ottiene il 7% dei consensi e la Lega Nord addirittura il 13%. Grillini decisivi in Piemonte, dove – in rotta di collisione con la Bresso pro-TAV – hanno favorito l’ascesa alla regione di Cota ottenendo un ragguardevole 3%. É l’eterna questione: il voto di protesta così connotato non serve a niente. La „questione morale“ posta da Grillo in funzione anti-Berlusconi e anti-Democratica resta fine a sé stessa, specchio per le allodole o – come ha dichiarato il re delle metafore Bersani – null’altro che „urla tra sordi“. Con Grillo in campo aumenteranno però le difficoltà per partiti „monotematici“ quali i Verdi di Angelo Bonelli, ben equipaggiati ma molto, molto deboli – appena 29.727 voti nel Lazio!

I morti seppelliscono i morti: concentriamoci sui vivi. Non c’è futuro per i partiti, io punto sulle virtu’ civiche. Forse rischio di ficcarmi nel buco nero del nuovismo, moda nefasta, ma io osservo la realtà. I partiti sono finiti, consumati, inadeguati. Non voglio essere scambiato per uno degli esorcisti che tentano di farli vivere. Nichi Vendola

La Puglia migliore. Laboratorio «del buongoverno», „alternativa di governo“, partecipazione anziché partitocrazia, pratica anziché programmi: è questa la formula magica di Nichi Vendola, confermato presidente della sua Puglia. I suoi interventi sono densi di parole „gentili“ verso gli elettori, un affetto che ricorda un po’ l’amore berlusconiano. Il carismatico oratore (comunista, cattolico, omosessuale, poeta, filosofo) è il futuro d’una Sinistra che altrove non trova spazio. Eppure nemmeno nella „rossa“ Toscana la sua Sinistra Ecologia Libertà supera la soglia di sbarramento del 4% – nessun eletto nel Consiglio regionale toscano, al contrario d’un curioso cartello elettorale tra Rifondazione comunista e Verdi. Se il Movimento 5 Stelle si definisce «la Lega del terzo millennio» (Grillo), il Vendolapartito rappresenta nel metodo la potenziale Lega Sinistra, ove aprire il cantiere per (ri)costruire una cultura del centrosinistra. Oppure (più probabile) la fabbrica del nuovo leader democratico.

(vedi in allegato l’articolo odierno su „La Stampa“)

Città libere. Il voto nelle città italiane dimostra in primis la natura „campagnola“ della Lega e in secondo luogo come il successo di quest’ultima non coincida tout court con quello dell’alleato di governo: Torino è rossa, a Milano il centrodestra (e la Lega) non sfonda, l’ex-ministro Castelli candidato a sindaco di Lecco è sconfitto e Brunetta non espugna il comune di Venezia. Infine, a Roma vittoria virtuale di Emma Bonino, «nuovo inizio di un modo diverso di costruire la politica in questo paese» – così la leader radicale. Speriamo davvero di rivederla in corsa nel 2013.

A destra e a manca. Fermo restando il regime di monopolio della già egemonica „cultura“ filo-governativa nell’informazione televisiva, la Lega Nord emerge come interlocutore chiaro, che parla chiaro, chiede una cosa (il federalismo) e la ottiene, cercando il dialogo con l’opposizione e lamentando per altro la scarsa propensione del PD alla «proposta politica». In Toscana i leghisti superano oramai il 6%. Il PdL parla di «amore che vince sull’odio», trasmettendo un messaggio di ottimismo e speranza (seppur illusoria) contrapposto alla „negatività“ (vera o presunta) delle sinistre. Il centrodestra ha in mano 3 regioni a Statuto Speciale di cui 2 strappate di recente al centrosinistra (Sardegna e Friuli-Venezia Giulia) cui ora vanno ad aggiungersi altre 4 ordinarie, conquistate da una generazione di 40enni (Polverini, Cota, Zaia, Scopelliti) che fa percepire „aria fresca“. Il PdL vince persino nei comuni di origine del segretario democratico Bersani (Bettola, in provincia di Piacenza) e del leader IdV Di Pietro (Montenero di Bisaccia, Campobasso), vince all’Aquila e vince in Val di Susa. Scusate se è poco: mi pare uno scenario drammatico. Val.

Gallo d’aprile.

1. April 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Virginiana Miller, e ci sentiamo tutti migliori
di Raffaele Mozzillo (L’Unità)

E poi dicono che i dischi belli non escono, o che non si possono proprio fare, o – peggio – che qui, in Italia, nemmeno sappiamo come si fanno. E invece esce Il primo lunedì del mondo dei Virginiana Miller e ci sentiamo tutti migliori. Il Paese ringrazia, almeno quella parte lì che da anni li segue, moltiplicandosi, accoppiandosi, diventando ora più adulta ora più giovane. Intellettuali, studenti, ingegneri, punkabbestia e ignoranti, metallari estremi e jazzisti appassionati, casalinghe insoddisfatte e figli ribelli, vecchi barboni e giovani focose: questa la fauna che cresce e si alimenti dei versi di Simone Lenzi e della musica dei Virginiana.

Così dopo quattro anni di attesa – perché si può fare ma non è mica facile… – vede la luce, con qualche piccolo ritardo, un nuovo grande meraviglioso mondo da scartare e da abitare. Che i Virginiana costituiscano un universo a sé stante nel mondo della musica italiana, questo è un fatto concreto – accertato e accettato – ma di carattere puramente commerciale, di marketing, promozionale, comunicativo; riguarda, insomma, dove si collocano i loro dischi, chi li compra e quanti. Quello che invece sorprende, e ogni volta questa sorpresa si rinnova, è questa capacità facile di “creare” universi attraverso un viaggio fantastico e reale, in un mondo meravigliosamente nudo e crudo, in cui esiste una umanità fatta di uomini piccoli che fanno grandi cose.

E questi nove brani dell’album sono l’ennesima prevedibilissima meraviglia: Frequent flyer, Lunedì, Acque sicure, La risposta, L’angelo necessario, L’inferno sono gli altri, Oggetto piccolo (a), Cruciverba, Il Presidente, La carezza del papa, E’ la pioggia che va. Si tratta del quinto album in studio del gruppo nato a Livorno nella metà degli anni Novanta, il cui esordio discografico è del 1997 con Gelaterie sconsacrate. Segue due anni più tardi Italiamobile (1999). Poi, dopo il disco live Salva con nome del 2002, altri due grandi album: La verità sul tennis (2003) e Fuochi fatui d’artificio (2006). Il loro sito è www.virginianamiller.it.

Oggi, anno 2010, mese marzo, paese Italia, Il primo lunedì del mondo. Alziamoci.

Elezioni.

28. März 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Votate bene, italiani. Nonostante tutto. (Ringrazio Silvia per avermi ricordato questo fantastico estratto di cinema „impegnato“). Val.

La folie sienoise.

19. März 2010 - Hinterlasse eine Antwort
@Siena. (c) Azzurra Menzietti.

@Siena. (c) Azzurra Menzietti.

Seduti al sole sulla scalinata del Duomo di Siena, per ripartire alla volta di Monteriggioni e Volterra: sulle strade della Toscana, „quella vera“ che amiamo, immaginiamo e raccontiamo. Giornata davvero memorabile! (per chi è mio ‘amico’ su facebook, può apprezzare tra le altre cose l’album di Azzurra, da cui è tratta la foto in alto: vedi).

Ypsilon 10.

18. März 2010 - Hinterlasse eine Antwort

5 studenti in macchina, due lucani, una toscana, un ligure e un sudtirolese a bordo d’una vecchia formidabile Lancia Y10 rosso bordeaux, di corsa a far benzina al distributore del Pisa Calcio, ascoltando Joy Division, Beatles, Muse e Vinicio Capossela, il clacson suonato alle folle del mercoledì sera che attraversano il Ponte di Mezzo, al Leningrad il coro in concerto canta Bocca di Rosa… percorsi su strade d’un Italia giovane, impegnata, spensierata. Val.

Nostalgia (my World in words).

18. März 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Tragedistan.

13. März 2010 - 2 Antworten

http://www.youtube.com/watch?v=nCYWWt4QuwA

Nel video, un giovane sudtirolese oppresso dall’invasore. Val.

Che il Sudtirolo sia più Sudtirolo che Alto Adige è evidente a tutti, tranne forse a quei due o tre storici dilettanti e fascisti che ancora si appassionano a etimologie latine più o meno inventate (come sanno tutti coloro che hanno vissuto in realtà di confine, esistono zone di compenetrazione di culture e lingue che, a pensarci bene, sono del tutto normali). Eppure si può fare di meglio! Per esempio rinominare con creatività i luoghi, ad iniziare proprio dal nome della provincia. “Tragedistan” l’ha chiamata nel suo ultimo romanzo Alessandro Banda, arguto e ironico scrittore meranese. È proprio l’ironia ad essere una delle terapie contro l’irrigidimento dell’ossessione identitaria. “Ma se noi sappiamo che, contrariamente all’opinione diffusa nel Tragedistan, il mondo non è poi così diverso dal Tragedistan, perché mai dobbiamo insistere nel descrivere l’ambiente tragedistano e le sue condizioni di vita?”, si chiede la voce narrante di “Scusi, Prof, ho sbagliato romanzo” (Guanda).

Leggiamo ancora: “Nel Tragedistan ci sono dunque più lingue: lingue giuste e lingue sbagliate. Una cosa giusta detta o scritta in una lingua sbagliata diventa automaticamente sbagliata. Una cosa sbagliata detta o scritta in una lingua giusta, diventa giusta, automaticamente anch’essa”. “Il Tragedistan (Tragedistan meriodionale per la precisione) è un posto dove ci sono più lingue. La cosa in sé è abbastanza comune, essendo, al mondo, le lingue presenti a migliaia, gli stati a centinaia. Quindi in ogni stato esistono più lingue. Ma nel Tragedistan pensano che questo fatto normale sia invece eccezionale. Che la situazione sia così solo da loro, e in nessun altro posto al mondo”. [...]

(Marc Tibaldi, “Per la disidentità e il meticciamento”)

Unidiota contro Franz Thaler.

11. März 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Josef Mayr Nusser, personaggio fino a pochi anni fa poco popolare fra i sudtirolesi, che lo hanno spesso considerato un traditore sia come Dableiber sia come nemico del nazismo, per il quale una parte [non indifferente] della popolazione aveva simpatizzato negli anni fra il 1935 e il 1945. Da qualche tempo la sua figura è stata rivalutata anche dai più conservatori, avviando inoltre la pratica di beatificazione, in una tardiva [sincera?] riflessione sulla compromissione di una parte dei sudtirolesi con il nazismo. Franz Thaler (foto), Dableiber, sopravissuto alla ferocia dei nazisti, che con “Dimenticare mai” ha raccontato il vero tradimento della Heimat, quello dei suoi stessi compaesani che optarono per la Germania, affascinati dal sogno nazista. Per le sue parole ha rischiato addirittura il pestaggio, perché egli – oltre a mettere in luce quell’oscuro periodo – ha voluto raccontare un Sudtirolo “diverso” che nel 1988 considera ancora i simpatizzanti per il nazismo «eroi», i Dableiber «Verräter» (traditori) se non «Walsche» (italiani). Voce fuori dal coro, la sua. Una voce sincera e coraggiosa. Vi consiglio l’intervista di Renzo Miclet a Franz Thaler e l’approfondimento di Alessandra Zendron.

Scrissi pari pari queste parole nel lontano gennaio 2006 (!) in un post sul mio primo blog personale. Avevo 17 anni e frequentavo la terza superiore. Ieri l’altro, 9 marzo 2010, due consiglieri comunali di Unitalia (è „La Destra“ bolzanina) non hanno partecipato alla cerimonia di consegna della cittadinanza onoraria a Franz Thaler, onoreficenza attribuita post-mortem anche a Josef Mayr Nusser. Gravissimo e inaccettabile. Incredibile infine quanto dichiarato dal possibile candidato sindaco del PDL Mario Tagnin al Corriere dell’Alto Adige: “non sapevo chi fosse Thaler”. Alla luce di questi fatti, è ancor più irresponsabile chi vede in Tagnin (alleato di Unitalia) il futuro della città. Bolzano cadrebbe in pessime mani. Val.

Élégance du hérisson.

9. März 2010 - 2 Antworten

Riccio.Riccio.

“Madame Michel ha l’eleganza del riccio: fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti.” – Muriel Barbery, L’eleganza del riccio.

8 marzo.

8. März 2010 - 5 Antworten

Wunderland.

7. März 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Quest’Alice 3D anticonformista e un po’ ecologista di Tim Burton, immersa in un mondo fantastico dalla natura rigogliosa e selvaggia quanto „assurda“, dove gli animali parlano… beh, sebbene sia condita da inevitabili riferimenti allegorico-politici (rosso/male contro il bianco/bene, il messia misconosciuto, il viaggio iniziatico etc.) e qualche analogia con altri racconti (le Cronache di Narnia?), m’è piaciuta. Non male anche la colonna sonora del film. Val.

Update: Alice ovvero logica della follia (Luca Mastrosimone)

Sinistra ideale eterna.

5. März 2010 - 3 Antworten

Sinistra: tra paradiso in terra e paradiso in cielo, la terza via „originale“ e non solo ambientalista di Alexander Langer (e a proposito di discontinuità di pensiero, una riflessione a caldo). Val

«[...] Chi oggi, in nome di un riferimento anche solo vago e discreto ai valori del socialismo, tentasse di temperare la radicalità di certe involuzioni nell’Europa orientale, si prenderebbe la sua sonora razione di fischi, se non peggio. Ci vorranno dunque altri panni, vestiti dei quali i valori della giustizia sociale, della eguale dignità tra le persone, della fraterna solidarietà e della convivenza potranno riapparire a quell’orizzonte.

Il discredito del socialismo reale trascina con sè anche tanta sinistra europea occidentale in casa sua (se non bastassero i suoi propri errori e misfatti a questa bisogna). Ed in particolare sarà a lungo difficile riparlare di una prospettiva generale, di un’utopia sociale, di un’opzione ideale onni-comprensiva che dia senso e respiro ad ogni singola lotta per la giustizia. Per millenni il mondo in cui succedeva ai poveri di avere ragione e ricevere giustizia era stato a priori collocato in una dimensione ultraterrena. Per un secolo tale speranza si era laicizzata ed incarnata nel socialismo, variamente denominato ed inteso, ma comunque indicato come un ordinamento (terreno, possibile) nel quale ognuno, se non proprio secondo i suoi bisogni, almeno secondo i suoi meriti sarebbe stato valorizzato, ed in cui i privilegi e gli squilibri derivanti dall’ineguale distribuzione del possesso di beni materiali sarebbero stati compensati da una giustizia riequilibratrice, forte del consenso dei più…. e del sol dell’avvenir.

Di fronte all’impossibilità di declinare o coniugare oltre dei concetti come socialismo, rivoluzione sociale, lotta di classe…, anche in Occidente si avverte la difficoltà di legare tra loro singole lotte sociali, cercare una risposta comune a differenti, ma collegate ingiustizie, indicare una strada comune a possibili alleanze sociali ed interazioni tra protagonisti di diverse ribellioni. Chi ha fame e sete di giustizia ed ha un suo contributo da dare a rovesciare un ingiusto stato presente delle cose in nome di un più fraterno assetto della società, si trova oggi in una difficoltà non solo nominalistica („come chiamare la prospettiva che indico?“), ma di sostanza: come non ripetere un fragoroso fallimento storico, che andrebbe evitato con cura anche qualora non ci si trovasse di fronte al rigetto pressochè universale, almeno in Europa.

Fa eccezione, davvero, tutta la tematica ambientale e della qualità della vita. [...] Se c’è una disciplina nella quale Est e Ovest si trovano sullo stesso banco di scuola, seppure con diversa strumentazione tecnica ed economica, è proprio la questione della conversione e del risanamento ecologico. Ciò non si riflette immediatamente sulla presenza politica dei Verdi o degli ecologisti. Den Rest des Beitrags lesen »

Occhio al Papa!

3. März 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Da Brixen a Roma: un altro tedesco sul Soglio pontificio.

Ieri all’Arsenale, grasse risate per Il pap’occhio (1980). Nella pellicola girata alla Reggia di Caserta sotto la regia di Renzo Arbore, lo stesso Arbore interpreta sé stesso nei panni mai rinnegati dello showman televisivo – in una trasposizione cinematografica del suo programma di successo  „L’altra domenica“, trasmesso allora dalla Rai (a sua volta produttrice del film). Come suggerisce il titolo, il film racconta l’improbabile incontro tra Giovanni Paolo II e la compagnia un po’ sprovveduta di Arbore. Al suo fianco, infatti, Roberto Benigni (imperdibile il dialogo con il Giudizio Universale: vedi), Isabella Rossellini, Diego Abatantuono e Luciano De Crescenzo, mentre il Papa polacco è interpretato (surprise!) dal sosia pressoché dimenticato Manfred Freyberger, attore austriaco nato però nella sudtirolese Brixen/Bressanone e sino ad allora ingaggiato per parti minori. Da una rapida ricerca su internet, vengo a scoprire chi è:

[...] nato nel 1930 a Bressanone, frequenta le scuole a Innsbruck. In numerose produzioni italiane dalla metà degli anni Cinquanta, relegato in ruoli di secondo o terzo piano, affrontati con gran senso di professionalità e molta misura. È richiesto per personaggi di pura routine in film commerciali, ma anche per ruoli di levatura artistica al di sopra della norma, lavorando con registi del calibro di Maselli, Cavani, Lizzani, Zurlini, Brusati, Tessari, Montaldo, quasi sempre per impersonare ufficiali tedeschi gelidi e zelanti o comunque militari intransigenti. In alcune pellicole brillanti s’è distinto per un certo senso dell’ironia e divertente partecipazione pur nell’esiguità della parte, come quella sostenuta nel quarto episodio de Il comune senso del pudore (1976) dove è il marito indifferente della diva celebre e capricciosa (Dagmar Lassander), che giustamente non vuole interpretare un ruolo con scene spinte e particolarmente hard. A causa dello stereotipo del personaggio interpretato, Freyberger non è mai venuto fuori da un anonimato che ha avvilito il suo costante attaccamento a una professione avara di soddisfazioni, ma gratificante per le sue esigenze artistiche. Merita infine una citazione la figura del Santo Padre da Freyberger impersonata con sarcastica misura nel confusionario e goliardico Il Pap’occhio (1980) di Renzo Arbore. Un papa, somigliantissimo a Wojtyla, indulgente e ammiccante, che intuisce il potere della televisione e commissiona a una squadra di squinternati attori uno spettacolo per il Vaticano, onde riconquistare fedeli e cittadini disinteressati ai valori della Cristianità (fonte).

Divertente una scena in cui il Santo Padre risponde ai quesiti della modernità: „Che fano i giovani di ogi invece de amare la Chiesa? Vanno a ballare in discoteca zum zum zum, suonano la chitarra e fumano spinotti!“ (video soprastante). Sotto pressioni vaticane, il film fu ritirato a un mese dalla distribuzione nei cinema „per vilipendio alla Religione Cattolica e alla persona di S.S. il Papa“ e rivide la luce nel 1998. Ma Freyberger non fece in tempo a rivedersi sul grande schermo: morì di tumore nel 1980 a Roma, a fine riprese.

Verso il 150°.

1. März 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Italia.

Riporto qui un commento apparso il 16 febbraio sul Tirreno a firma di Alessandro Volpi, docente di storia moderna e contemporanea alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Volpi prende spunto dal recente intervento di Giorgio Napolitano all’Accademia dei Lincei (pubblicato integralmente sul blog di Luca Mastrosimone: leggi qui) per ammonire sui rischi dell’accentuarsi di dicotomie identitarie Nord-Sud in rapporto al contesto internazionale. Val.

UN’ITALIA NON UNITARIA SAREBBE SENZA SPERANZE.
di Alessandro Volpi (Università di Pisa).

L’intervento del presidente Napolitano all’Accademia dei Lincei durante la prima manifestazione per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità italiana rappresenta un documento di grande valore culturale e morale. Il presidente Napolitano ha esortato gli italiani a non smarrire il senso profondo della natura “una e indivisibile” della Repubblica, lasciandosi sedurre dalle semplificazioni di chi sostiene che il Risorgimento di fatto non è esistito e che le differenze tra le varie parti del paese hanno impedito di definire una patria comune. Nell’affermare questo Napoletano non indulge certo a facili formule retoriche e non nasconde le debolezze che hanno caratterizzato lo Stato italiano, angustiato dal brigantaggio, da un difficile rapporto con la Chiesa, da un profondo divario tra Nord e Sud e costretto ad adottare un modello amministrativo accentratore per arginare le numerose spinte centrifughe. Anzi, il presidente esprime a chiare lettere la necessità di fare finalmente i conti, in maniera condivisa, con simili criticità. Tuttavia insiste su alcuni punti fermi che ritiene dovrebbero costituire un senso di appartenenza cosciente in grado di consolidare in modo finalmente compiuto e stabile il carattere democratico del nostro paese. E’ esistito un processo di costruzione reale dell’unità italiana, pensato da uomini come Cavour, convinto fautore, secondo quanto sottolineava lo storico Rosario Romeo più volte citato da Napolitano, del “diritto della nazione italiana ad una propria esistenza politica”. Tale processo è stato innervato dalla decisa visione italiana di Mazzini e Garibaldi, destinatari di un vero e proprio affetto popolare, di una adesione spontanea ed etica di fasce estese della comunità nazionale, pronte a seguirli in nome di una concezione forse prepolitica ma sicuramente densa di significati che tenevano insieme la cultura del sentirsi italiani attraverso il sacrificio costante per la patria. Soprattutto, specifica il presidente questo sentimento italiano, che ha consentito l’orgogliosa e drammatica reazione dopo la rotta di Caporetto, ha trovato pieno accoglimento nella lotta di Resistenza, nel “senso dell’onore e della fedeltà all’Italia” delle forze armate e nella “sapienza delle forze politiche antifasciste”, capaci di concepire un impegno comune per “gettare le basi di una nuova Italia democratica”. Nell’Assemblea costituente è diventato possibile così, per la prima volta, coniugare insieme l’idea di nazione con quella di libertà ed è in quella fase che è stata realizzata veramente, in termini storici e politici, l’unità democratica del paese. Napolitano in questo senso è stato molto netto; unità democratica del paese, Risorgimento e Resistenza si legano insieme in maniera indissolubile e trovano nella Carta costituzionale il luogo della loro felice sintesi. Attenzione quindi – questo il monito – a pericolose interpretazioni storiche che celebrino “radicali divisioni” esistenti nel paese per sancire la fine della patria comune. Attenzione ai cantori dell’irriducibile distanza fra Nord e Sud, del Risorgimento come mera forzatura a posteriori alla ricerca del mito fondativo, agli apologeti delle piccole patrie. L’Italia ha già vissuto l’8 settembre 1943 la morte della patria nata nel marzo del 1861; si è trattato però di una morte delle istituzioni che avevano retto il paese in quella prima fase perché la sostanza culturale, etica e politica di buona parte di quella tradizione si è finalmente tradotta in una Repubblica, “una ed indivisibile”, appunto. Occorre quindi tornare a diffondere con convinzione il senso di questa cultura della democrazia unitaria anche perché non esiste un’altra strada per il futuro del paese. Napolitano si domanda con lucidità quale speranza avrebbero oggi un Nord e un Sud divisi secondo logiche separatistiche ed autosufficienti. Nessuna è la risposta, e non solo per ragioni di competitività internazionale. Senza un civismo condiviso e un senso della Patria comune risulta molto difficile per un paese disporre di un’idea di cittadinanza che si fondi su quel sacrificio nazionale, su quei “doveri” tanto cari a Mazzini. In assenza di ciò è più facile, perché nella sostanza legittimato proprio dall’assenza di coscienza nazionale democratica, accettare una dimensione del sommerso pari a quasi il 24% del Pil, una gigantesca evasione fiscale, un rapporto conflittuale tra le istituzioni. Senza storia comune, l’Italia corre seri rischi.

Maledetta primavera.

28. Februar 2010 - 4 Antworten

Improvvisazione sul Lungarno.

Intrattenimento.

14. Februar 2010 - 5 Antworten

Il Tirreno.

San Valentino, Valentinstag.

14. Februar 2010 - Hinterlasse eine Antwort

[...] Io t’ho amato sempre non t’ho amato mai
Amore che vieni amore che vai…
(Fabrizio De André)

Intensità d’altri tempi.

14. Februar 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Stasera, dopo aver chiacchierato con una studentessa siciliana qui a Pisa, ho ripreso in mano „L’affaire Moro“ di Leonardo Sciascia. Un libro semplicemente da leggere (vedi). La scrittura di Sciascia è esemplare, sopraffina e – soprattutto in questo pamphlet d’impegno politico e civile – a tratti commovente. A tal proposito, ricordo un pomeriggio a casa di [edz] a Bressanone/Brixen, quando Gabriele ci lesse il capitolo del romanzo-inchiesta dove Sciascia descrive la tragica telefonata dei brigatisti che indicava in via Caetani a Roma il corpo senza vita del presidente della Democrazia Cristiana. Mi vennero i brividi: leggetelo e capirete. Nell’intervista rilasciata poi dallo scrittore di Racalmuto (in provincia di Girgenti, Agrigento) al „nostro“ Alexander Langer (vedi) emerge la musicalità così colma di passione del raccontare la propria terra d’origine, che dal confronto tra i due narratori „di provincia“ risulta tanto evidente. Risuonano dunque anche qui in Toscana le sue parole a Langer, il quale ragionò su cosa dobbiamo imparare dalla Sicilia, tutt’al più dai „menestrelli“ dell’anima siciliana. E forse, dopo Walther v.der Vogelweide, Oswald von Wolkenstein e Joseph Zoderer, una prosa dotata di quella carica poetica capace di superare le nostre vette alpine è venuta a mancare.

An afternoon at home.

9. Februar 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Carla Bruni.

Pomeriggio sul Lungarno.

7. Februar 2010 - 4 Antworten

(c) Valentino Liberto.(c) Valentino Liberto.

foto (c) Valentino Liberto. Ringrazio l’amico Davide Lonigro per il prezioso (nonché azzeccatissimo) suggerimento musicale! ;-) Val.

Ménage à trois „alternativo“.

7. Februar 2010 - 5 Antworten

In vista delle imminenti regionali, tra Partito Democratico, Italia dei Valori e Sinistra Ecologia Libertà scoppia la pace. Isolando Rifondazione e dando uno scossone all’UDCasini.

«Alternativa di governo»: bastano tre parole per descrivere il „volto nuovo“ del centrosinistra. I principali quotidiani danno all’unisono ampio risalto alla (presunta?) svolta politica suggellata ieri durante il I Congresso nazionale dell’Italia dei Valori. In prima pagina «Coppia di fatto» (Il Manifesto), «La svolta di Salerno» (Il Fatto Quotidiano e Il Riformista) e appunto «L’alternativa» (L’Unità: leggi articolo). «L’alternativa» è anche il titolo della campagna tesseramento del PD. Antonio Di Pietro è una furia: vuole «scendere dalle barricate» e passare dall’opposizione di piazza alla costruzione di un’alternativa che riporti il centrosinistra al governo nel 2013. «Se vuoi essere un’opposizione che urla solo nelle piazze, c’é lo zoccolo duro che ti vota, a seconda del momento puoi prendere il 2 o l’8%. Ma se guardiamo solo al voto della pancia, questo dipende dal mal di pancia del momento, è un voto di diarrea politica». Tra i presenti, il governatore pugliese Nichi Vendola (Sinistra Ecologia Libertà) e Pierluigi Bersani. Il segretario del Partito Democatico – fautore dell’alleanza con l’Italia dei Valori – approva l’intervento, sale sul palco e stringe la mano a Di Pietro; un gesto accolto dal fragoroso applauso della platea dipietrista. «E’ importante – commenta Bersani – voler fare alternativa e non opposizione». Applaudito anche Vendola, che ha già ha incassato il sostegno dell’Idv in Puglia. «Il mastino di Montenero ha dipietrizzato tutta l’opposizione» scrive Luca Bonaccorsi in un editoriale su Terra, il giornale vicino ai Verdi. E aggiunge: «“La politica è l’arte della ripetizione”, diceva Le Pen. E Di Pietro sono anni che si ripete. A sinistra possono ripetere all’infinito che di Pietro si è sinistrizzato. La verità è che lui ha dipietrizzato tutta l’opposizione. Il dipietrismo assume, digerisce e ripropone. Ora è anche ambientalista. Dal congresso usciranno i referendum contro la privatizzazione dell’acqua e il nucleare».

Come dire: i Verdi si diano una svegliata. La forza anti-Berlusconi alternativa alla Sinistra „radicale“ (e paragonabile all’anti-Sarkozy Daniel Cohn-Bendit) sarà ancora per molto l’Italia dei Valori. Val.

Moderno e contemporaneo.

6. Februar 2010 - 2 Antworten
Francia napoleonica.

La Francia napoleonica. A destra nella carta si legge 'Haute Adige'.

Ovunque vada, è una persecuzione. Chiamata Alto Adige.

Aula 1 in Sapienza, Pisa. Mentre attendo il mio turno, uno studente qualsiasi sta dando l’esame di Storia moderna e contemporanea (il docente è Alessandro Volpi). Si parla della Conferenza di Pace tenutasi a Parigi nel 1919. Assistente 1: «…e mi dica, oltre alle „terre irredente“ di Trento e Trieste, quale altro territorio in particolare, dalla popolazione in larga maggioranza non di madrelingua italiana, passò all’Italia col Trattato di Saint-Germain?» studente: «Ehm…» assistente 1: «Sempre al confine con l’Austria…» studente: «…la Lombardia?» assistente 1: «Prego? Suvvia, in Lombardia sono tutti italiani… non abbiamo molte regioni nelle quali è ufficiale una lingua diversa dall’italiano. Una è la Valle d’Aosta, l’altra…?» studente: «Il Veneto…?» assistente 1: «Macché, le pare che i veneti non parlino italiano? [sorriso] Quella provincia dove è prevalente l’uso del tedesco, ci sono i cartelli bilingui… [gesto con le mani, a indicare i toponimi bilingui sulla segnaletica]» assistente 2: «…sì, lì dove fanno lo joghurt, la cioccolata [!]… dove ci sono le Dolomiti per sciare».

Lo studente si arrende:  «Non so». «Bolzano, ovvero  l’Alto Adige oppure Sudtirolo, come dir si voglia…». L’isola (felice) che non c’è.

p.s. che avventura, questo esame! Dopo un’estenuante attesa dalle 9 alle 13, tocca a me. Sono l’ultimo. Faccio in tempo a dire tre parole e (colpo di scena) siamo sbattuti fuori dalla Sapienza. Il motivo? Abbiamo sforato l’orario di chiusura dell’edificio storico più antico dell’ateneo pisano. Ci spostiamo alla bene meglio in un’auletta nella vicina facoltà di Scienze politiche (verso il Palazzo alla Giornata, sede del rettorato). Nonostante la tensione – attutita però dalla suspance del trasferimento – concludo l’esame abbastanza in scioltezza, passando attraverso il giurisdizionalismo dei despoti illuminati, il 1848 in Francia, il cesarismo bonapartiano di Luigi Napoleone, il cancelliere Bismarck e „l’allievo“ Crispi, la rinuncia al „partito di massa“ dei liberali di Giolitti, sino al PPI di Sturzo…

Eine Symphonie des Grauens.

3. Februar 2010 - 2 Antworten

Ieri sera all’Arsenale di Pisa ho visto „Nosferatu“ (1922, pellicola muta tra i capisaldi del cinema espressionista tedesco, liberamente ispirata dal romanzo „Dracula“) con un azzeccato accompagnamento musicale dal vivo, di certo migliore del motivetto scelto per il video qui postato. Nonostante tutto, mentre ci si interroga su quali novità porterà il 3D di „Avatar“ (nel quale in molti notano le analogie con „Balla coi lupi“), la trama – in teoria un po’ scontata – d’un film degli anni ’20 riesce ancora a catturare l’attenzione del pubblico. Il fascino del male e dell’occulto, si direbbe: lo stesso che forse ispirò la mente malata di Hitler, che dall’interpretazione strumentale di opere come questa (da taluni definite „Tyrannenfilme“) trasse ispirazione. Val.

Donne senza tempo.

3. Februar 2010 - 3 Antworten

Maria Theresia.

Descrizione di un fermo immagine, sfogliando il libro di storia moderna.

Maria Theresia non ha età, è senza tempo. Gli anni non passano, poco importa se siano trascorsi 30 o 230 anni. L’immagine è sempre la stessa: una donna salita al trono ventenne, risoluta ed energica, alla guida dell’Impero. Ciò che conta è quanto resta del suo vissuto, riprodotto da quell’eterna immagine che non invecchia. Non percepisco la distanza secolare che ci separa, come se tra noi non vi fosse alcun ostacolo temporale e si fosse creata una sospensione della storia. Fisso il ritratto ogni giorno, sento il bisogno di vederne la rassicurante effige. Sta lì in silenzio, a osservare distaccata ma sorridente. Vorrei s’invertisse tale situazione, che volgesse lo sguardo nella mia direzione, rivolgendomi la parola. Cosa darei perché ciò avvenisse? Se mi fosse offerta l’occasione di parlarci anche solo per un attimo ancora, porle delle domande e avere delle risposte… anziché l’eterno del dipinto, avvierei un dialogo eterno. Ma forse non c’è più tempo, per la donna senza tempo. (Val. Pisa, 3 febbraio 2010)

(Weiter)bildung.

31. Januar 2010 - 4 Antworten

La Spezia affollata.

30. Januar 2010 - 6 Antworten

Al contrario della decadente (e poco vissuta) storicità di Pisa, La Spezia conserva la vivacità di un porto di mare.

Sarà per il clima mite, sarà per l’atmosfera accogliente percepita nell’abbraccio del Golfo dei Poeti, fatto sta che passeggiare alla Spezia è sempre un piacere. Il sabato sera, la via „del Prione“ (che unisce grossomodo la stazione ferroviaria alla zona lungomare) si riempie in modo inverosimile di giovani e meno giovani, provenienti dai quartieri collinari come dai comuni limitrofi. Scendono e irrompono nel centro cittadino, percorrendo il largo stradone da cima a fondo; „le vasche“ sono interrotte dal rito dell’aperitivo, de facto un precena, data l’abbondanza di antipasti. Se la deleteria dicotomia Zentrum-periferia rende molte città pressochè invivibili, Spezia invece è viva e un po’ incantata nel suo strano distendersi sulle colline tra entroterra e mare. Il brulicare di gente e la fatua spensieratezza mi trasmettono allegria e serenità. Una serata oziosa. E il freddo riempito di voci e salsedine. Val.

«Qui si fa la rivoluzione».

28. Januar 2010 - 2 Antworten

„Rivoluzione“ è un pezzo del political rapper Frankie HI NRG.

A Pisa pende anche la torre del PD più forte della Toscana. Forte per le tradizioni dell’ex PCI: da De Felice a D’Alema, per intenderci. Forte per il suo presente: dall’ex sottosegretario Enrico Letta (vice di Bersani e suo grande sponsor politico) all’ex sindaco Paolo Fontanelli. Da Pisa inoltre viene Enrico Rossi, il probabile successore di Martini alla guida della Regione Toscana. Eppure, anche qui, il PD s’è diviso per la nomina del nuovo segretario cittadino Fontanelli. Che il PD sia diviso non è di questi tempi una notizia. Che nei democratici vi siano lotte fratricide, umori depressi e un clima da ultima spiaggia, anche questi aspetti non sono nuovi. Eppure quanto successo a Pisa richiama un’attenzione particolare perché fino a due anni fa Pisa era considerata la capitale politica della Toscana. Un fiore all’occhiello per il PD. Una sinistra forte non solo per i voti, ma per le idee, il modello di partito e la classe dirigente che ha saputo esprimere. Ma qualcosa è successo, nei giorni scorsi, ad incrinare un primato, una forza che viene da lontano, da quando D’Alema faceva i suoi primi passi, cattolici e comunisti provavano il compromesso storico con la giunta di Elia Lazzari (ex DC) e prima ancora Sofri fondò LC. [...] In breve la tesi è che nel PD pisano ci sia una classe dirigente che da anni impedisce il ricambio generazionale. Fontanelli è ritenuto l’emblema di questa dirigenza. Alcuni ex-democristiani dell’area Letta criticano un PD organizzato modello PCI: «Qui ci sono ancora 12 funzionari in aspettativa. Gente che è nelle istituzioni, ma domani potrebbe tornare a lavorare nel partito. È una nomenklatura che mortifica il ricambio». Secondo Carmine Zappacosta (31 anni, precario universitario e consigliere comunale) «il modello dalemiano di fare politica è entrato in crisi» e i giovani vogliono «un rinnovamento senza babbi».

(„Il Tirreno“ 27 gennaio 2010, pagina 13)

Sofri e D’Alema sullo stesso binario

Due esistenze che si incontrarono così, quel 15 marzo del ‘68 a Pisa. (da „Il Tirreno“ 10 marzo 2008, pagina 25)

Quando, a Massimo D’Alema – era ancora premier – fu chiesta ragione di una molotov lanciata negli anni caldi della contestazione, a cui lui stesso aveva fatto cenno, fece un po’ il gigione. Come dire, lanciò la molotov e nascose la mano. Solo alcune settimane dopo, al Maurizio Costanzo Show, confessò data e circostanze. “Fu per i fatti delle stazione di Pisa, era il sessantotto”. L’arresto di due studenti (i primi due in assoluto in Italia, Guelfo Guelfi e Marco Moraccini) ebbe come risposta un blocco ferroviario. Intervenne anche la Brigata Valle Giulia il gruppo di studenti romani, freschi di vittoria, e furon botte. “Lei, dunque capeggiò l’assalto a una stazione”, dedusse Costanzo. D’Alema, in preda a un sentimento contrastante, precisò: “No no, io non capeggiavo nulla, chi capeggiava tutto, a quel tempo, era Adriano Sofri”. Due esistenze che si incontrarono così la sera del 15 marzo del 1968. Da allora le cose, però, erano cambiate. Qualcosa doveva essere ben successo visto che, a quel punto, uno era capo del governo e l’altro era ospite delle patrie galere.

Il percorso delle loro vite, in realtà, aveva avuto altre coincidenze a cominciare dalla comune frequentazione della famosa Scuola Normale Superiore di Pisa da dove Sofri uscì laureato con una tesi sul giovane Gramsci e D’Alema uscì senza laurea per seguire un destino in ascesa che lo avrebbe portato alla segreteria provinciale del Pci, capogruppo sui banchi del consiglio comunale di Pisa, segretario delle Federazione Giovanile Comunista, direttore dell’Unità e poi in parlamento, al governo, in Europa. Entrambi, poi, avevano avuto a che fare con Togliatti che, sentendo parlare il giovane pioniere D’Alema esclamò: “Ma quello è un nano!”. Sempre caustica, ma meno sottile, fu la risposta del Migliore, durante una sua conferenza in Normale, a Sofri che lo contestò rimproverandogli la contraddizione tra quel che il Pci diceva e quel che faceva: “Ci provi lei a fare la rivoluzione!” gli gridò, e Sofri mormorò tra i denti: “Ci provo, ci provo”. Poi, i loro destini si separarono e, solo dopo che iniziò il calvario di Sofri, si ha notizia di una dichiarazione di D’Alema all’Unità in cui si confermava che il giorno del presunto mandato a uccidere a Pisa venne giù un diluvio.

Il “pentito” Marino lo aveva dimenticato. E ancora, dopo la carcerazione di Adriano, Massimo visitò una festa dell’Unità dedicata a Sofri dove espresse cautamente la sua simpatia per il ricordo che aveva di lui. Più di recente, dopo la caduta del suo governo, D’Alema si recò in visita al Don Bosco e, quando Sofri ebbe il lavoro esterno, in Normale. C’è chi dice che stessero preparando un libro scritto a quattro mani. Ma, prima i guai di salute dell’uno, poi i rinnovati impegni di governo dell’altro, per ora, hanno impedito la conclusione dell’opera. A questo punto non rimane che ricordare come finì quella storia degli scontri alla stazione. Per Sofri scattò un mandato di cattura e per D’Alema una denuncia. Ma, tra gli studenti, gli arrestati furono nove. I due già incarcerati ne furono soddisfatti. Finalmente avrebbero potuto fare una loro squadra di calcio.

Bella domanda.

27. Januar 2010 - Hinterlasse eine Antwort
Esiste l'Italia?

Esiste l´Italia?

Ma esiste l’Italia? Se sì, gli italiani sono nati prima o dopo…?
Agli eterni quesiti tenta di dare una risposta la nota rivista italiana di geopolitica „Limes“, attraverso più voci autorevoli raccolte in uno speciale tutto da gustare: temi.repubblica.it/limes-esiste-l-italia/

La memoria «rotta» di Bolzano.

27. Januar 2010 - 4 Antworten

di Massimiliano Boschi - L’UnitàGiornata della Memoria.

Piazza Tribunale, Bolzano. (c) Valentino Liberto.

Palazzo degli Uffici finanziari, Bolzano/Bozen. (c) Valentino Liberto.

BOLZANO – In fondo è facile tracciare una linea di confine, basta avere una riga, una cartina e dotarsi di un esercito per la sua difesa. Più difficile dividere le genti, perché basta poco per ritrovarsi il «nemico» in casa. E se quel nemico diventa amico, poi di nuovo nemico, poi nuovamente amico nell’arco di un secolo, la memoria del passato si avvita, fa salti mortali con esiti a volte tragici e volte ridicoli. Così è la memoria di Bolzano. Dove convivono enormi bassorilievi del Duce a cavallo e monumenti ai deportati del Lager cittadino. Dove, non lontano dalle lapidi sui caduti partigiani vi è quella che ricorda le vittime naziste di Via Rasella. Una memoria tutt’altro che condivisa. L’ufficio turismo di Bolzano distribuisce da qualche tempo una serie di itinerari nei luoghi della memoria della città. Uno di questi, Bolzano: percorso tra architettura e fascismo , ne propone uno tra gli edifici fascisti. Tra questi, oltre al noto monumento alla vittoria, spicca l’odierno Ufficio Finanze della città. L’opuscolo spiega che si tratta dell’ex Casa Littoria il cui «elemento distintivo di maggior pregio è il rilievo monumentale, opera dello scultore Hans Piffrader dedicato all’ascesa del fascismo e alla sua glorificazione». Così, il solito «oggettino delicato» progettato dalle menti fascistoidi per la glorificazione del Duce è diventato una meta turistica. Ma non è tutto, l’opera, come molte altre «glorie» fasciste, non giunse a compimento. Venne completata solo nel 1957 in occasione di un restauro. Se è concesso un confronto, anche a Berlino stanno creando un itinerario tra i palazzi del potere nazista, ma si chiama Topografia del terrore ed ha obiettivi molto diversi. Purtroppo, come ci racconta John Foot in Fratture d’Italia , libro che descrive la «memoria divisa» del nostro Paese: «in Italia ci si attacca alla memoria solo riferendosi al nemico, nel caso di Bolzano, i cittadini di lingua tedesca. Molti monumenti non hanno nulla a che fare con la memoria, ma piuttosto con la volontà di schiacciare l’altra parte politica. Hanno a che fare con questioni strettamente politiche, spesso molto legate al territorio locale. Sono semplici specchi in cui si riflettono differenze e si creano identità, per cui ognuno può avere la sua piccola lapide in piccoli spazi». Insomma, una memoria che si vuole lunga nel tempo ma che è limitata nello spazio. Al cimitero di Bolzano c’è anche una lapide che ricorda i 33 agenti del Polizei regiment Bozen uccisi in via Rasella a Roma. Fu per vendicare questi morti che i tedeschi uccisero 335 persone alle Fosse Ardeatine. L’ufficio cultura di Bolzano non lo inserisce, ovviamente, nell’altro itinerario della memoria, quello che racconta gli anni dal 1943 al 1945. In questo caso sono indicate lapidi in ricordo dei partigiani caduti, monumenti in ricordo dei deportati e soprattutto, il Lager di Bolzano, attivo tra l’estate 44 e la fine della guerra. Uno dei quattro Lager italiani oltre a Fossoli, Borgo San Dalmazzo e la Risiera di San Sabba. Molto di quello che si sa oggi riguardo al Lager di Bolzano è figlio della ricerca iniziata nel 1995 da Carla Giacomozzi, responsabile del Progetto dell’archivio storico cittadino: Storia e Memoria: il Lager di Bolzano . Ha intervistato più di 200 ex deportati, ha raccolto lettere, pezzi di abbigliamento e altri materiali, creato attorno al Lager di Bolzano una bibliografia, una filmografia. Sta lavorando per creare una memoria viva e attiva sul Lager e ha contribuito a preservarne l’unico muro di cinta originale. «Abbiamo lavorato otto anni per salvare quel muro che nessuno sapeva ci fosse ancora e siamo riusciti a fargli ottenere il vincolo di tutela per il suo interesse storico – spiega». Resta il fatto che mentre si restaurava il Duce a cavallo si perdeva la memoria del lager. «Non è così strano, qui la comunità tedesca percepì l’arrivo dei nazisti nel 1943 come una liberazione dalle discriminazioni subite dai fascisti. Qui tutto è visto in chiave etnica e ancora oggi, purtroppo, le due comunità viaggiano su binari paralleli che non si incontrano mai».

Die (un)perfekte Welle.

26. Januar 2010 - 5 Antworten

PD-Sinistra, SPD-Linke: quale futuro?

L’onda (in)perfetta. In Italia ora non si parla d’altro: dopo che i Radicali hanno espresso la candidatura di Emma Bonino in Lazio – cui un PD privo d’alternative s’è clamorosamente agganciato – il governatore uscente e leader di „Sinistra Ecologia Libertà“ Nichi Vendola stravince le primarie pugliesi (con 200.000 votanti ai seggi!) sconfiggendo il candidato democratico, de facto indicato da Massimo D’Alema e UDC per consentire l’alleanza strategica alle elezioni regionali col partito centrista; Boccia è battuto persino nella roccaforte d’alemiana, la ionica Gallipoli. Una sonora batosta „elettorale“ (sono pur sempre primarie!) per una linea di partito poco gradita dalla base di centrosinistra, linea dettata dal semi-alleato (e futuro candidato premier?) Pier Ferdinando Casini.

S’è illuso chi vedeva nel segretario Bersani (imposto agli iscritti dalle logiche di vertice) il timoniere di una svolta socialdemocratica (?) del Partito Democratico, proprio nel momento di maggiore crisi delle socialdemocrazie a livello europeo. L’avvicinamento al centro non punta a conquistare quell’elettorato, bensì lo separa „in casa“ consegnandolo nelle mani di Casini, Rutelli & co. nonché lasciando libero sfogo a Di Pietro sul fronte dell’antipolitica (vedi). Alla faccia della „vocazione maggioritaria“ e del „compromesso storico“ tra cristianesimo sociale e riformismo: il PD è mutato ormai in una versione sgonfiata dei Democratici di Sinistra, con lo stesso apparato dirigenziale e una netta linea di demarcazione che lo separa dalla Sinistra. Dal canto suo, il minestrone riscaldato di „Sinistra Ecologia Libertà“ è un soggetto dalle caratteristiche simili ai Democratici (vedi il meccanismo delle primarie, i circoli e persino l’immagine grafica) ma privo della solidità necessaria – sia a livello logistico (sedi, tesserati etc) che programmatico – per affrontare con dignità le sfide elettorali. Il „Vendolapartito“ non va però sottovalutato.

Solo con(tro) tutti era infatti lo slogan vittorioso alle primarie in Puglia. Uno scalpitante Nichi Vendola, carismatico affabulatore di folle già autodefinitosi „cattolico e comunista“, rischia di sfondare il fronte sinistro del PD e irrompere (con la base al seguito) tra le fila democratiche, attraverso una „terza via tra casta e populismo“ (così definita dal sindaco di Firenze, Renzi). A lungo termine, ciò potrebbe contribuire a uno spostamento dell’asse politico dei democratici verso sinistra e un rafforzamento (a questo punto inevitabile) del centro a favore di un’entità dalle sembianze democristiane. In questo scenario, qualora i Verdi dell’1% (reduci da un tentativo di rinnovamento interno e di rilancio delle tematiche ambientaliste, attraverso la cd. Costituente ecologista) perseverassero nella matrice ecointegralista anziché puntare - magari assieme ai Radicali - ad una piattaforma ecosociale ed europeista, possibilmente liberalsocialista, laica e nonviolenta, che promuova democrazia partecipativa, diritti civili e cooperazione internazionale (è l’autentica „terza via“ risuggerita in Francia da Daniel Cohn-Bendit), rimarranno anch’essi stritolati nel confronto tra blocchi ideologici.

In Germania, invece, la pesante crisi di consenso della nuova maggioranza CDU-FDP – dovuta anche alle spinte liberiste in campo economico e „progressiste“ in campo sociale (diritti individuali in primis) dei Liberali di Guido Westerwelle, poco gradite dai cattolici soprattutto nella bavarese CSU – rafforza l’opposizione SPD-Verdi; quest’ultimi salgono nei sondaggi volando oltre il 15%. Cresce invece la tensione attorno alla Linke, dopo l’annuncio clamoroso di ritiro dall’attività politica (ufficialmente per motivi di salute) di Oskar Lafontaine, fondatore e storico leader del partito unitario della sinistra tedesca. Una serie di defezioni e diatribe interne hanno aperto una spietata lotta alla successione; il rischio scissione è alle porte. Non solo: Die Linke senza il già traditore SPD Lafontaine può diventare un buon interlocutore per i Socialdemocratici in fase di rilancio. Un riavvicinamento, sinora escluso dalle parti, per fare fronte comune contro die liberale Welle di Westerwelle. Perché no?

Siehe auch ZDF Mediathek.

Oskar Lafontaine.

Il secondo martedì di marzo…

26. Januar 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Virginiana Miller.

…uscirà „Il Primo Lunedi del Mondo, nuovo disco dei VM.

(E intanto oggi, ultimo martedì di gennaio, piove a Pisa. Val.)

Time out. (Game over?)

24. Januar 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Zeitsprung.

„Zeitsprung“, Verena Unterpertinger (siehe)

Nani da giardino.

23. Januar 2010 - 14 Antworten

7Zwerge.

Quando il Sudtirolo è (mal)visto da Oltrebrennero.

Un gioco è bello quando dura poco. Il caso „doppia cittadinanza“ (ovvero: „diamo un elemento in più per giustificare lo spostamento dei confini“) s’è già sgonfiato. Vienna – su tutte le furie – teme incidenti diplomatici con l’Italia e l’Europa (ma non solo: Riccardo Dello Sbarba illustra bene le ragioni del niet austriaco), mentre il Tirolo settentrionale tende la mano al Trentino scavalcando il gemello diverso. Per disinnescare la bomba a orologeria sudtirolese, la Europaregion Tirol resta forse l’unica strada percorribile: uno „spazio ponte“ che depotenzi l’egemonia SVP sulla „politica estera“ del Sudtirolo liberandoci dall’immagine di isola felice dall’egoismo facile. Ma qualcuno è davvero disposto a parlarne seriamente? Val.

Di seguito i commenti di Norbert Dall’O’ e Florian Kronbichler. Den Rest des Beitrags lesen »

Pisa. Pioggia. Pozzanghere.

20. Januar 2010 - 3 Antworten

„Hoppípolla“ (parola islandese per „Saltando nelle pozzanghere“, contrazione di „Hoppa i polla“: la „-a“ viene troncata nel titolo) è una canzone della band islandese Sigur Rós. Val.

Sfera celeste (verso l’equinozio).

18. Januar 2010 - Hinterlasse eine Antwort
Ex-Hotel Paradiso, Martell.

Ex-Hotel Paradiso, Martell.

Un sogno mai fatto. Dopo un lungo rimuginare solitario, ripresi il cammino. M’addentrai nel bosco e nei suoi profumi inebrianti. Ritornai così al selvaggio della foresta, accarezzando erbe, cortecce e rocce appuntite, sino a raggiungere una radura a me assai familiare. La porta di casa era socchiusa. Non riuscivo proprio ad aprirla. Eppure mi sforzai, ma lo sforzo da compiere era sovrumano. Ma dall’altro lato, qualcuno m’aiutò ad accedere all’interno. Intravidi un volto. Il sogno s’interruppe. E mi guardai attorno. Meno solo. Val.

«Meet me on the Equinox / Meet me half way / When the sun is perched at it’s highest peek / In the middle of the day / Let me give my love to you / Let me take your hand / As we walk in the dimming light / Or darling understand / That everything, everything ends / That everything, every[...]»

Nanga Parbat.

17. Januar 2010 - 5 Antworten

„Nanga Parbat“, il film di Joseph Vilsmaier sull’ascesa della cima himalayana che costò la vita a Günther Messner, verrà presentato oggi a Bolzano – alla presenza del fratello Reinhold, compagno di spedizione – in occasione della prima proiezione al Capitol. Val.

AgriCultura.

16. Januar 2010 - 12 Antworten
KulturForumCultura.

Damiano Vezzosi sul Corriere dell'Alto Adige, 15.01.2010

Brigitte Foppa ha fatto ricorso alla metafora verde del dualismo tra “monocoltura” e “biodiversità”, per ricordare come anche la terra intesa come Heimat possa essere resa più faconda dalla molteplicità culturale. Luca Sticcotti sull’AA

Copione di una battaglia sul campo culturale. Regista: KulturForumCultura („Lobbyarbeit für Kultur im Sinne einer liberalen Kulturpolitik“). Teatro della battaglia: Museion. Attori protagonisti: pubblico presente, Sabina Kasslatter Mur (SVP), Pius Leitner (Die Freiheitlichen), Alessandro Urzì (PDL), Christian Tommasini (PD), Brigitte Foppa (Verdi/Grüne), Hartmuth Staffler (Süd-Tiroler Freiheit), Andreas Pöder (Union für Südtirol), Elena Artioli (Lega Nord), Donato Seppi (Unitalia), „moderatori“.

Domanda iniziale: Kulturbegriff, una definizione. In prima battuta intervengono entrambi gli assessori provinciali alla cultura. Kasslater Mur trasmette – in poco più di una frase – la sensazione d’una cultura come espressione del “stare bene [assieme]”. Sintetica, ma efficace. Tommasini ricalca passo dopo passo il programma del PD: plurilinguismo, conoscenza della cultura locale, della storia (»il passato condiziona troppo il presente«) e del territorio sudtirolese, apprendimento della propria cultura come slancio per aprirsi a quella dell’altro, libro di storia comune per le scuole (»in fase di elaborazione«) e alleanza tra le associazioni culturali e le istituzioni. Brigitte Foppa parte da due immagini: il giardino, attraverso il quale argomenta il recupero del termine “Mischkultur” (sic!) – come »positive gegenseitige Beeinflussung« - e i muri, troppi, che non permettono di guardare oltre i propri orizzonti (»persino nel Museion manca un offener Raum«). Breve accenno poi sulla Erinnerungskultur e l’esigenza a Bolzano di un museo sul fascismo e/o di storia contemporanea »magari presso il Mussolini-Relief« (?!). Urzì “il mansueto” dice basta ad »autoanalisi [storiche] permanenti« (auto? un modo gentile per dire che gli italiani non devono fare alcun esame di coscienza?), propone una maggiore partecipazione del gruppo linguistico italiano nelle istituzioni museali (Ötzi è tedesco o italiano?) e suggerisce di distinguere tra folklore (»ci fa sognare tempi passati «) e cultura. No, non ci siamo proprio Urzì: la tradizione tirolese è pseudocultura – quindi obsoleta e da frenare? Ovvero HINC CETEROS EXCOLVIMVS LINGVA LEGIBVS ARTIBVS? Fascismo subdolo, insomma. Pöder sembra cominciare con il piede giusto: la Volkskultur in Sudtirolo è troppo avvantaggiata rispetto all’arte contemporanea – però quest’ultima, al contempo non dev’essere amorale e acritica (»Kunst ist kein kritikfreier Raum«, »Zensur?« domanda Mateo Taibon). Propone poi di importare il Steirischer Herbst - ma Hans Drumbl (originario della Stiria) fa notare che una simile rassegna, come del resto il festival della letteratura di Mantova, necessita di almeno 20 anni di preparazione “in silenzio”. Elena Artioli cita l’eterno Leitmotiv “più lingue sai, più avanti vai”, lega (!) a doppio filo cultura e tradizione [occidentale] e scalda la sala (rischiando il linciaggio) nel spiegare come imporre “ai nuovi arrivati” »la nostra cultura, il nostro modo di mangiare, di fare il presepe…« e citando provvedimenti adottati dal governo australiano. »Come si fa a prendere d’esempio una popolazione di colonizzatori che ha prosciugato la presenza aborigena?« le domanda Mateo Taibon. Artioli tace. Subdolo anche l’intervento di Leitner: parla dell’importanza di una politische Streitkultur, d’una cultura concepita come albero dalle radici tradizionali forti (nix multikulti), ma anche della freie Initiative: »Kunst soll frei sein«, chiediamo sempre denaro agli enti preposti ma per concepire un’arte libera da influenze politiche bisogna saper rinunciare al finanziamento pubblico. Nelle intenzioni, l’approccio liberale di Leitner è sin troppo condivisibile. Curioso e pacato il contributo di Staffler: premesso che Süd-Tiroler Freiheit non è un partito bensì un movimento con “Ziele” (e non programmi culturali: w l’onestà intellettuale), dice no ad una cultura colta solo d’importazione (criticando Anton Zelger che favoriva la produzione di cultura popolare), no al dialetto sudtirolese inteso come fonte d’isolamento à la “mir san mir”, sì a un Gesamttirol pluriculturale. Linearità pantirolese. Infine Seppi dispensa massime, aneddoti e pillole di saggezza: la cultura è provocazione, non è nozione e non va confusa con il grado di conoscenza e formazione. Inoltre, gli esperti d’arte devono »comprendere il livello medio di capacità intellettiva della popolazione« (viene da chiedersi: quale sarà il suo quoziente intellettivo?) per evitare grattacapi tipo Kippenberger; la scelta dei vertici museali non deve essere stabilita per gruppo linguistico ma per merito. Senza una società dei migliori siamo una “incultura”.

Piccoli comizi da incompetenti. Nessuno s’è limitato ad affrontare la domanda - tanto meno i moderatori, in primis Mauro Fattor. Quest’ultimo, però, è attento nel sottolineare come altrove alcun amministratore pubblico avrebbe osato chiedere la rimozione di un’opera da parte di qualsivoglia ente museale: a Berlino la memoria è gestita dal Deutsches Museum, indi viene da chiedersi quale rapporto tra potere e cultura vige in Sudtirolo. Interventi dal pubblico. Monika Trettel balza in piedi: »Basta con ‘sta rana! Ma di quale „cultura“ stiamo parlando? Italiana, tedesca, ladina, albanese, germanica…? La cultura è in primo luogo ascolto e comunicazione, in Sudtirolo non ci sono spazi comuni e per fare qualsiasi cosa prima bisogna chiedersi a quale gruppo etnico si appartiene«. Approvazione e applausi si levano dal pubblico, ormai in forte contrapposizione col palco offerto ai politici. S’avvia così un confronto più acceso di quello tra gli esponenti di partito. Urlano: Miteinander reden! Non ci sono abbastanza occasioni per parlare assieme della nostra terra, dove non c’è (ancora) UNA cultura. Dai politici, come per altri temi, non aspettiamoci molto. Dobbiamo confrontarci diversamente, cambiare approccio. Sin da subito!

Ulteriori osservazioni:

Destre. La pacatezza di Staffler e il tono subdolo di Urzì e Leitner sono passati semi-inosservati. Stiamo attenti: i pericoli più grossi arrivano da quel fronte. Urzì, ad esempio, s’è sbilanciato in una critica sconsiderata, ingiusta e priva di tatto verso il mondo tedesco/tirolese. Nonostante tutto, è meglio Holzmann. La forte contestazione all’Artioli, invece, è un buon segnale. Infine Seppi: è l’unico „vero“ critico del sistema, coerentemente anti-sistema per ideologia, che mette in discussione l’intera cornice etnica che regola l’Autonomia. Lui lo fa per sradicarla del tutto. Noi (Verdi in primis, cari colleghi) dovremmo invece potarne i rami secchi. Con coraggio.

Mito asburgico. L’immagine dell’Austria che si alimenta delle culture (e lingue) limitrofe è proprio tramontata, crollata addosso a quelle terre pluriculturali che si trovavano sotto l’influenza danubiana-viennese. Un’involuzione netta della Mitteleuropa.

Fuori la politica. Un confronto noioso, snervante, un po’ ingessato ma a tratti – sul finale – quasi una bolgia ingestibile. Non se ne può più. Facciamo a meno di invitare sempre simili inetti (soprattutto dalle opposizioni) offrendo loro un palco dove esibirsi. Un giochetto di cui (ehrlich gesagt) siam stufi. Diamine, discutiamo anche tra noi!

Hoffnung|slos?

16. Januar 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Stoanerne Mandln & corpi celesti.

15. Januar 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Stoanerne Mandln.

(welcomeback!)

Intermezzo mediterraneo.

13. Januar 2010 - 5 Antworten
Marc Chagall, Saint Jean Cap-Ferrat (1949) © by SIAE 2009

Marc Chagall, Saint Jean Cap-Ferrat (1949) © by SIAE 2009

In alto: dipinto esposto alla mostra su Marc Chagall a Pisa.

In basso: „Cavalleria Rusticana“ di Pietro Mascagni
(immagini della Terrazza Mascagni a Livorno).

L’indipendenza consapevole.

12. Januar 2010 - 2 Antworten

(L’analisi che segue fa parte della riflessione nata qui con l’intento di porsi una serie di interrogativi “costruttivi” sulla storia e la realtà socio-territoriale dell’Alto Adige/Südtirol. © Valentino Liberto)

Architecture, Kellerei Schreckbichl.

8 – Architettura, spazio e galassia sudtirolese. Incidere negli interstizi del sistema.

»Ein Freistaat wird nicht möglich sein. Ein Freiraum Tirol, warum nicht? Eine De-facto-Landeseinheit, wobei wir und das Trentino formell weiterhin zu Italien und Nordtirol zu Österreich gehören.« [Reinhold Messner, ff Südtiroler Wochenmagazin Nr. 23 vom 04. Juni 2009]

»Confido di più nella possibilità di cambiare qualcosa a partire dalla Zivilgesellschaft che tramite le istituzioni. Quest’ultime sono troppo rigide e faticano a cambiare…« [Michaela Verena Abate, Mai 2009]

Indipendenti dagli stati nazionali, dalla storia del Heiliges Land, dalla partitocrazia e dall’entità dei bilanci di mamma provincia. Una società sudtirolese “indivisa” democratica e post-etnica, aperta all’Europa e ai vantaggi di un mondo globalizzato, pur senza rinnegare nulla del proprio passato e nel pieno rispetto di ogni cultura. Quali tappe ci possono avvicinare a tale obiettivo? “Man soll etwas tian…”: questo è il primo pensiero che ci giunge per la testa. Dobbiamo trovare il  modo per coinvolgere nuove persone ed energie, anziché delegare il futuro alle segreterie di partito (nonostante sia importante agire anche al loro interno, da dentro) e a Vereine „chiusi“. Qualcosa di più concreto, trasversale e in equilibrio, indipendente e capace di agire su più livelli, senza vantare una particolare superiorità intellettuale. Tra l’antipolitica antisistema (Grillo) e la partitocrazia, va presa in considerazione una terza via: gruppi e piattaforme di riferimento che si mettano in luce e facciano da poli d’attrazione cui possono aggiungersi altri soggetti in rete. Fare pressione sul livello istituzionale, in dialogo costruttivo con esso, metterlo in relazione e scardinare così la struttura verticale e verticistica della società sudtirolese. il tutto attraverso kritisches Denken, Freiräume, Bewusstseinsbildung, Partizipation, direkte Demokratie.

Riprendendo il filo del discorso avviato su «Diskussionskultur: identità e libertà di uno “spazio fluido”», tra le basi teoriche d’un rafforzamento in tal senso della coscienza collettiva, è indicativa un’operazione sinora mancata nella storia del Sudtirolo, ovvero

«[…] il tentativo di perfezionare “l’ideale della possibilità” di un ipotetico passaggio epocale: dall’improbabilità di uno spazio neutro che si crei negli interstizi delle singole identità, in rapporto negativo e critico con esse – un vuoto da riempire che metta in scacco gli spazi da svuotare, una costruzione nel nucleo che non può fare a meno della decostruzione dell’intorno – alla plausibilità di quest’essenza, ancorché inesistente. In una mia lettera al CdAA riguardo il riaccendersi del desiderio d’autodeterminazione, la definii “garanzia sovrana”; un’entità basata sulla progressiva revisione decostruttiva dell’Io esistenziale, le cui sembianze verrebbero modellate a loro volta da una costruenda coscienza sudtirolese. Un delicato processo d’indipendenza (“individuale” e “collettiva”) che parte, cresce, matura in ognuno di noi – come il germoglio di una giovane pianta – e si muove consolidandosi dal basso, inondando di nuova linfa ogni cavità strutturale e capovolgendo così il limite psicologico dell’Autonomia, identificabile in “un albero dalle foglie ormai ingiallite” che impedisce ai singoli quanto all’insieme di avanzare in libertà, per fare del Sudtirolo non un modello in Europa, bensì un modello di Europa.»

Come “parafrasi concreta” di quel ragionamento, potremmo elencare i seguenti punti critici: Den Rest des Beitrags lesen »

Compagnia filodrammatica.

12. Januar 2010 - 10 Antworten

Achammer, Knoll, Stocker. (c) Valentino Liberto.

Vahrn/Varna. Dibattito sulla Selbstbestimmung. Solita litania. Al podio, Heidi Gamper (leader ad interim della JG), Philipp Achammer e Martha Stocker (SVP) e in rappresentanza della STFreiheit l’immancabile Sven Knoll. Contrapposto ai mastini rispettivamente dell’Autonomia e dell’autodeterminazione, la new-entry Simon Constantini della “nostra” piattaforma Brennerbasisdemokratie. Introduzione e moderazione affidate a un ottimo Günther Pallaver.

Tra “unsere Heimat” e spazio globale. Nessuno spostamento dei confini, Autonomia vista come modello di successo, dinamicità nell’autogoverno, pacifica convivenza (addirittura Austausch-Miteinander tra gruppi linguistici) e dialogo con gli italiani anche attraverso un’edizione targata Junge Generation dell’iniziativa “Parliamoci” (lamentando però lo scarso contributo degli italici alla convivenza stessa): Philipp Achammer racchiude i caratteri dell’esponente “tipo” della SVP, ma dimostra di avere le idee chiare. E attacca Sven Knoll: dov’è questa paventata minaccia quotidiana alla libertà? Il fedelissimo della Klotz si dilunga nel sottolineare i pericoli che minacciano la minoranza sudtirolese: una vera e propria Todesmarsch, tra immigrazione e Vermischung linguistica. Soluzione? Votare e (dovessimo tornare all’Austria) concedere agli italiani del Sudtirolo una sorta di Autonomia specchio dell’attuale. Inquietante. Quasi sulla stessa lunghezza d’onda ma illuminato dal proverbiale pragmatismo di governo è l’intervento di Martha Stocker: la funzione ponte delle minoranze in un mondo globalizzato, l’ancoraggio delle minoranze stesse nel Trattato europeo e la sicurezza della loro Heimat (»per avere il Gefühl di sopravvivere all’Italia«), col riconoscimento di fantomatici diritti “etno-politici” soprattutto nella tutela della madrelingua, sono i suoi cavalli di battaglia. Un Sudtirolo “fortino” in Europa? Mah. Curioso (e “tenero”) il contributo della giovane Heidi Gamper: “cosa succederebbe agli italiani?” chiede sin dal principio, asserendo poi che la SVP »è sempre stata per il friedliches Zusammenleben fra i tre gruppi linguistici« e sostenendo uno scambio tra diverse culture nella piena Selbstverantwortung culturale. »Non buttiamoci nel vuoto«: ammirevole, una giovane verde in erba? Infine Simon Constantini: la differenza abissale col chiedere l’indipendenza per paura, è resa dall’idea che appartenere ad un Nationalstaat (sia esso l’Italia o l’Austria) ci costringe a quei Schutzmechanismen (proporzionale, scuole divise etc) alla base dell’Autonomia, il cui percorso non va rinnegato (tutt’altro) bensì relativizzato rispetto a quanto raggiunto. Va perciò ricercato indistintamente tra i gruppi linguistici il consenso attorno a un processo (e un obiettivo) definito, una »visione« di cittadinanza post-etnica indivisa. Ottimo.

Buon intervento dal pubblico di Wolfgang Niederhofer, che sottolinea il capitale sociale di una discussione trasversale riguardo il salto di qualità cui la società sudtirolese potrebbe beneficiare, qualora scegliesse la strada dell’indipendenza dagli stati nazionali. Mentre nell’intervento di chiusura, Simon ha riservato una stoccata finale diretta ad Achammer: si riempie la bocca di Zusammenleben ma poi non esce dallo schema “wir-sie di una politica concepita sui partiti etnici, il paradigma riprodotto di continuo dall’Autonomia. Un noi condiviso [dai “tedeschi”] con italiani e ladini, gemeinsam, è il traguardo posto da Brennerbasisdemokratie. Bravissimo Simon.

Personaggio della serata, il sindaco di Varna, in totale disaccordo sull’ipotesi di unire il Tirolo e spostare la capitale a Innsbruck. Concretezza dai territori, si direbbe. In ogni caso, è da notare la natura filodrammatica del dibattito tra esponenti politici e soggetti (quali Simon) provenienti da una troppo debole società civile. Dalla politica non possiamo aspettarci nulla di nuovo: si mantengono posizioni che consentono di conservare saldo il budget/seguito elettorale (e lo stipendio). Una mera gestione del consenso e (per la SVP) del potere derivato dalla costruzione della “creatura autonomia”, potere non rappresentativo degli interessi collettivi bensì “persuasivo” degli stessi. Se i sudtirolesi fossero chiamati a votare per scegliere il proprio futuro, lo dovrebbero fare ragionando con la propria testa e non facendosi imporre il dibattito dalle forze politiche in campo, che annacquerebbero l’opinione pubblica trasmettendone le decisioni di vertice. Sull’autodeterminazione, non conviene loro evolversi in alcun modo e al di fuori del dibattito mediatico manca del tutto uno scambio. Costituire gruppi non-politicizzati di per sé costituisce la sfida degli anni a venire. Ma riguardo a questi e altri dilemmi, vi rimando al post successivo. Val

Oltre le montagne.

10. Januar 2010 - 11 Antworten
Ande, M.te Veronica (Cusco, Perù)

Ande, M.te Veronica (Cusco, Perù) - foto: MichaelaVerenaAbate

Nella propria storia, il Sudtirolo ha vissuto la magnifica „cintura“ alpina che lo cinge come un limite per isolarsi dal mondo più che una grandiosa risorsa di „lungimiranza geografica“. Se ci sentissimo infatti maggiormente accomunati ad altre civiltà di montagna, capiremmo l’importanza di valicare il confine immaginario tracciato da questi rilievi montuosi, frutto della bizzarria geologica del creatore. Inerpicarsi su di essi, significa compiere un viaggio nella conoscenza naturale, volare oltre gli orizzonti inesplorati, aprire e allargare i confini dell’essenza umana, sconfinare e superarli, verso l’indefinito. Perché chi nasce tra i monti, deve saperli scalare, raggiungere le cime e da lassù osservare il mondo. Per intravedere altre creste, ancora più distanti, dove arrampicarsi. E dalla quale, a loro volta, puntare poi a un nuovo più lontano obiettivo, in là nello spazio infinito del cielo sopra di noi. Non barriera insuperabile e delimitante, bensì cannocchiale sull’ignoto da scoprire: l’essenza della montagna sta non solo nello slancio in elevazione ma anche nella dimensione dello sguardo-ponte. Montagne da cui elevarsi nello spirito. Oltre ogni frontiera. Val.

bbd: debutto sul ring.

10. Januar 2010 - Hinterlasse eine Antwort

Diskussionskultur: tra identità e libertà di uno „spazio fluido“.

9. Januar 2010 - Eine Antwort
Baustelle Demokrazia.

Articolo sulla Baustelle Demokrazia, Tageszeitung del 1° settembre 2009

APPUNTI PER UN MANIFESTO ANCORA DA SCRIVERE.

(Con alcune mie integrazioni sull’attualità, il testo qui presente va a comporre una bozza di articolo stesa a quattro mani con K.L., ispiratrice delle riflessioni che seguiranno. Esse veleggiano nel virtuale, in attesa dello “spazio” che meritano. Combinate a vari pensieri sparsi qua e là, potrebbero costituire la „prima pietra“ di un nostro rinnovato impegno per il Sudtirolo. © Valentino Liberto)

1 – Incipit. Ein Südtirol als Denkfabrik für Querdenker.

Le vicende di queste prime settimane del 2010 dimostrano ancora una volta i limiti strutturali del dibattito politico interno alla cosiddetta „questione sudtirolese“ – e alla irragionevolezza cui essi conducono. I temi ricorrenti tra gli interventi delle forza partitiche locali potrebbero essere elencati in un batter d’occhio: allargamento dell’autonomia, toponomastica,  autodeterminazione, bilinguismo, scuola con annessi e connessi, disagio degli italiani, separazione etnica, immigrazione… Ma da quale direzione (ammesso esistano alternative) il paradigma etnico tende a distogliere l’attenzione?

Streitkultur züchten. Was ist richtig? Was ist falsch? Je komplizierter die Welt, desto einfacher die Erklärungsmuster und Rezepte – und desto tiefer die Gräben zwischen den Positionen. Der Streit um die Referenden hat eine Gesellschaft ans Tageslicht gefördert, durch die ein Riss geht. Die einen predigten diese, die anderen jene Wahrheit. Man redete aneinander vorbei, hörte nicht auf die Argumente der anderen, versteifte sich in Justamentstandpunkte, gerade so, als handle es sich um einen Religionskrieg anstatt um das praktische Bemühen, im gemeinsamen Interesse die Politik besser funktionieren zu machen. Südtirol hat fürwahr fast keine all jener Probleme, mit denen sich andere Regionen in der Welt herumschlagen müssen. Aber in einem Punkt hapert es gewaltig: Wir haben es verlernt, offen, vorbehaltlos, ohne Scheuklappen zu diskutieren. Diskussion wird als Streit missverstanden, fast als Misstrauensantrag. Egal ob es um Toponomastik, Selbstbestimmung, Ausländer oder um die Sanitätsreform geht: Anstatt sich die Meinungen der anderen anzuhören, organisiert man Kreuzzüge. Wer nicht mit mir ist, der ist gegen mich: Mit dieser Haltung kommen wir nicht weiter. Südtirol braucht mehr Wettbewerb der Köpfe und Meinungen. Südtirol braucht eine Streitkultur.

[Norbert Dall'O', ff Südtiroler Wochenmagazin Nr.01/2010]

Partiamo allora dal constatare (senza troppi giri di parole) che alla base di una scarsa lungimiranza politico-culturale sta sicuramente la poca propensione dei sudtirolesi/altoatesini ad elaborare una propria Diskussionskultur, ovvero dei tentativi di focalizzazione tematica e possibilmente „costruttiva“ anziché scontri strumentali „a orologeria“ tra gruppi linguistici, perlopiù “distruttivi“. Den Rest des Beitrags lesen »